Questione settentrionale? Uffa che barba

I risultati delle elezioni al Nord – tutte le regioni al centro destra, eccetto Liguria, Trentino e Valle d’Aosta – sono stati letti da molti con gli occhiali della «questione settentrionale». La formula, entrata nel lessico socio-politico dopo la vittoria nel profondo Nord della coppia Berlusconi-Bossi del 1994, è stata riproposta tal quale. Con l’autorevolezza che gli deriva dall’averla scoperta, Ilvio Diamanti ha liquidato la questione settentrionale come uno stereotipo fiacco che non illumina la realtà, ma la occulta. Su Repubblica di domenica scorsa Diamanti scrive che il «falso mito del Nord» è viziato da due equivoci: fa riferimento ad un Nord che non esiste più e offre una lettura parziale e distorta del risultato elettorale.
Nella vittoria al Nord della Casa delle libertà è aumentato il peso specifico di An e Udc – per la prima volta in linea con le rispettive medie nazionali – mentre è diminuito quello dei due partiti nordici per antonomasia: Forza Italia ha perso il 6% rispetto alle politiche del 2001, la Lega con il 10% dimezza i voti del 1996. Riequilibri interni al Polo, obietterà qualcuno, la destra resta comunque padrona del Lombardo-Veneto con percentuali tra il 56 e il 57%. Dunque, la «questione settentrionale» esiste eccome. Tutto sta a interdersi sui termini. Se la formula indica banalmente che quelle due regioni votano prevalentemente a destra, la questione settentrionale data dal dopo guerra (a meno d’iscrivere retrospettivamente la Dc alla sinistra). E’ stata coniata, invece, per raccontare un Nord moderno, avanzato, ricco, insofferente e protestario verso lo Stato centrale, le sue regole e le sue tasse, magari egoista ma propulsivo. Incompreso da un centro sinistra moralista e vecchio, incapace di intercettare la parte più dinamica e produttiva del paese, le partite Iva, le trasformazioni del lavoro e dell’impresa.
Qui poco importa ricordare che quel mito era fondato più sulla svalutazione della lira che sull’effettiva capacità di competere. Importa sottolineare che l’analista principe del NordEst afferma che è arrivato al capolinea da un pezzo. Il Nord che il 9 e il 10 aprile ha votato a destra è un pezzo d’Italia ripiegato su se stesso, impaurito, fermo. Diffidente verso il centro sinistra, ha votato a destra o per ragioni ideologiche (l’anticomunismo) o per difendere la roba (dalle tasse). Sono le stesse ragioni per cui il resto degli italiani ha votato a destra. Il che toglie pregnanza e specificità alla «questione settentrionale», anche se non esenta il centro sinistra dal porsi il problema di come conquistare il Nord quando in ballo c’è il governo nazionale, non solo l’amministrazione degli enti locali.
Lo stereotipo della questione settentrinale deve fare i conti con almeno altri due fatti. Con l’eccezione di Milano, al Nord il centro destra vince più nelle periferie e nei piccoli centri che nelle città. Non è una grande segno di modernità. Conquista i distretti industriali, dove il lavoro dipendente tradizionale rappresenta ancora una quota non esigua dell’elettorato. La paura della Cina, l’invocazione dei dazi, il malcontento per l’euro, la promessa dell’abolizione dell’Ici e il timore della reintroduzione della tassa di successione hanno tenuto le tute blu del Nord a destra. Se qualche operaio ha abbandonato la Lega, non l’ha fatto per approdare al centro sinistra. Uno dei caratteri della «questione settentrionale» è stato il voto concorde a destra di padroni e operai. Questa volta il centro sinistra ha conquistato alcuni padroni ma non ha riportato a casa gli operai. In questo senso, la questione settentrionale sbiadisce, ma consegna di nuovo all’Unione la questione sociale.
Che si aggroviglia inestricabilmente con il populismo e l’antipolitica. E’ vero, come ha osservato Marco d’Eramo sul manifesto di ieri, che l’Unione non ha saputo far capire ai ceti popolari quale vantaggio avrebbero avuto dalla famosa diminuzione di cinque punti del cuneo fiscale. Ma più che questo deficit di comunicazione e la difesa dei propri piccoli interessi «proprietari» a convincere il «popolo» a restare dalla parte «sbagliata» è stata l’onda lunga del pupulismo. Lunga perché in Italia la febbre che attraversa tutta l’Europa si è incarnata in Silvio Berlusconi. Che continuerà a tenerci compagnia, anche se non farà più il presidente del consiglio.