Questione morale? Macché, questione di classe

La radice vera del dibattito politico nazionale riguarda lo scontro in atto nel capitalismo italiano e tra i suoi portavoce, i suoi partiti, i suoi organi di stampa. E da ognuno di questi pulpiti l’invocazione dell’etica è solo il paravento dei propri specifici interessi. Perché non ci sottraiamo a questo gioco di specchi?

L’esplodere della cosiddetta “questione morale” nel dibattito politico nazionale richiama alcune considerazioni di fondo, che investono anche le prospettive politiche della sinistra italiana e del nostro partito.
Innanzitutto: qual è la radice vera di questo dibattito? Riguarda diverse “concezioni della politica nel suo rapporto con l’economia”, o invece la concreta materialità di uno scontro in atto nel capitalismo italiano e, di riflesso, tra i suoi portavoce, i suoi partiti, i suoi organi di stampa? Riflette l’assenza di “codici etici” o la presenza dell’etica della borghesia?

Il nodo del contendere – a me pare – è assai semplice: da un lato un settore di borghesia emergente e di spregiudicati parvenù, arricchitisi negli anni della stagnazione capitalistica e dello sviluppo del capitale finanziario, ha mosso guerra ai salotti buoni della vecchia tradizionale borghesia italiana sino a insidiarne le roccaforti (Rcs); e lo ha fatto con l’evidente copertura e sostegno dei vertici di Banca Italia. Dall’altro lato il salotto buono delle grandi banche, della grande industria, della loro stampa ha replicato con una offensiva di sbarramento in grande stile: godendo dell’evidente appoggio di settori di magistratura e della pratica spregiudicata delle intercettazioni.

Naturalmente ogni protagonista o settore colpito solleva la propria “indignazione morale” contro i propri avversari. I nuovi rentier da rotocalco sollevano la questione morale della (propria) libertà contro le intromissioni della magistratura; Unipol rivendica il diritto all’uguaglianza nei confronti dei gruppi concorrenti, sventolando il tricolore contro i banchieri olandesi; Fazio e la sua devotissima consorte, offesi dalle ingiustizie del mondo, si affidano silenziosamente alla giustizia di Dio (oltre che alla magnanimità generale di un mondo politico che rinuncia a chiederne le dimissioni); infine i “salotti buoni” del grande capitale, dopo aver “moralmente” saccheggiato i salari e promosso gigantesche frodi (Parmalat), rivendicano con prediche austere l’etica violata del capitalismo contro l'”immoralità” dei propri concorrenti.

C’è un solo grammo di autenticità e verità in questa recita collettiva?

L’immoralità del capitalismo
In realtà, da ognuno di questi pulpiti l’invocazione della “morale” è solo il paravento dei propri specifici interessi. Meglio: è, come diceva Marx, il tentativo grottesco di presentare il proprio interesse materiale particolare come l'”interesse generale” della società, o almeno, come l’interesse generale del capitale. Perché allora la sinistra italiana e il nostro stesso partito non si sottraggono con chiarezza a questo gioco di specchi con una battaglia controcorrente di verità tra i lavoratori e tra le masse, che smascheri l’ipocrisia dilagante e chiami finalmente le cose con il loro nome?

La prima battaglia “morale” che andrebbe condotta è contro l'”immoralità” congenita del capitalismo. Non di “questo” capitalismo quasi ne fosse disponibile un altro, etico e umanizzato, ma del capitalismo in quanto tale: di un sistema economico sociale in cui un’esigua minoranza della società non solo detiene tutte le leve della produzione, della finanza, dei servizi, ma si disputa al proprio interno il loro controllo con una lotta selvaggia, senza altra etica che non sia l’etica del profitto; sia del profitto “speculativo” realizzato con le plusvalenze di borsa, sia del cosiddetto profitto “sano” accumulato sullo sfruttamento dei lavoratori, sugli omicidi bianchi, sulle delocalizzazioni coloniali.

Due profitti “moralmente” diversi, o comunque economicamente distinguibili, come sento dire anche nelle nostre fila? Niente affatto. Due profitti indissolubilmente intrecciati e inseparabili, come rivelano i pacchetti azionari di ogni grande impresa e di ogni grande banca. Là dove le grandi imprese “produttive” lucrano allegramente dalle attività finanziarie, e la speculazione finanziaria è parte ordinaria e organica dell’accumulazione delle imprese.

Colpire il potere delle banche
“Astratta” propaganda anticapitalista, dirà qualcuno. Ma è un’obiezione due volte infondata. Intanto perché senza una chiara propaganda anticapitalista resta il monopolio della propaganda capitalista, con effetti non solo di intossicazione ideologica di grandi masse ma di un loro arruolamento subalterno sotto la bandiera – magari “etica” – di questo o quell’altro interesse borghese oggi in campo. Ma soprattutto perché solo una chiara determinazione anticapitalista per un’alternativa di sistema può permetterci di liberare un programma di rivendicazioni alternative che vada al cuore della “questione morale” da un versante finalmente autonomo e di classe.

Un solo esempio: la questione delle banche. Le banche (Bankitalia in testa) sono un tassello decisivo del capitalismo italiano, tanto più dopo la loro privatizzazione, i processi di concentrazione avvenuti, e nel contesto della crisi attuale. Non c’è questione economico-sociale, non c’è rivendicazione popolare che non si imbatta oggi nello strapotere delle banche. E non a caso le banche sono oggi avvertite da larga parte della società per quello che sono: uno strumento di strozzinaggio quotidiano, di raggiro, di speculazione, nel nome di una gigantesca rete di intrecci finanziari, di scalate e di affari, in cui i risparmi dei lavoratori sono solo merce di investimento ed accumulazione fuori da ogni reale controllo (pensiamo solo a quel che si sta preparando su Tfr e fondi pensione).

Perché allora non assumere controcorrente, come obiettivo programmatico di un’alternativa vera, la nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo, e sotto il controllo di lavoratori con la costituzione di un’unica banca nazionale? Quella misura sarebbe uno straordinario colpo alla speculazione, un fattore essenziale di razionalità contro l’anarchia capitalistica, un elemento decisivo nella riorganizzazione su basi nuove della società. Sarebbe un’autentica misura di “pulizia morale”. Ma è “incompatibile con il capitalismo” si obietterà. E’ vero: ma un partito comunista tutela forse le compatibilità del capitale? E del resto: qualcuno può seriamente pensare che un’alternativa di società possa convivere con il potere e la proprietà dei colossi bancari?

La realtà è che senza drastiche misure anticapitaliste resta solo il ritornello subalterno delle vecchie ricette riformiste, sempre invocate e sempre fallite: dai “maggiori poteri alla Consob” alla durata a termine del governatore di Bankitalia. Semplici pannicelli caldi, certo compatibili con una prospettiva di governo con i liberali dell’Unione (oggi sostenuti non a caso da tutti i principali banchieri italiani) ma incapaci persino di scalfire le basi materiali dell’immoralità capitalistica: come dimostra la realtà di tutti i paesi capitalistici – senza eccezione – in cui quelle soluzioni sono da tempo in vigore.

Il centro dell’Unione conferma la propria natura
Ma c’è un secondo aspetto della questione morale che è, se possibile, ancor più chiarificatore. E’ quello che riguarda il suo intreccio con la dialettica dell’Unione di Centrosinistra.

Anche qui la cosiddetta “questione morale” ha poco a che fare con la morale. E molto invece con la realtà del Centro liberale dell’Unione e delle sue radici materiali dentro il capitalismo italiano. Anzi: potremmo dire che lo scontro sulla questione morale nell’Unione è una magnifica occasione di chiarificazione politica sulla natura di fondo della leadership della coalizione.

Lo spettacolo è illuminante. Da un lato la maggioranza Ds di Fassino e D’Alema ha attivamente sostenuto la scalata di Unipol in Bnl, foraggiata dalle azioni dello speculatore Ricucci (a sua volta interlocutore di Berlusconi): e così è entrato in contrasto con gli interessi di Rcs e del salotto buono esponendosi a “rimproveri” e pubbliche critiche. Dall’altro lato sia la maggioranza della Margherita sia la sua minoranza prodiana (Parisi) si sono inseriti in questa contraddizione, con l’evidente intento di rafforzare le proprie posizioni agli occhi del grande capitale a scapito dei Ds. Parisi in particolare ha cercato e cerca di scavalcare Rutelli nella polemica anti Ds per non lasciare alla maggioranza della Margherita una posizione di frontiera nei rapporti col salotto buono. D’Alema, a sua volta, ha sentito l’esigenza di rilasciare una lunga intervista a Il Sole 24 Ore per rivendicare le proprie benemerenze negli ambienti del grande capitale, i suoi meriti storici nelle privatizzazioni in Italia e naturalmente la fedeltà a Unipol e ai suoi diritti di scalata finanziaria.

Bene. La domanda è semplice: cosa vi è di più clamoroso dell’aperta confessione pubblica delle proprie radici sociali da parte di tutte le forze dominanti dell’Unione? L’oggetto della contesa è finalmente svelato, se ve n’era bisogno, non da qualche “fazioso trotskista”, ma dalla diretta voce dei protagonisti: è la conquista della rappresentanza politica centrale della borghesia italiana, nella probabile prospettiva della sconfitta di Berlusconi. La questione morale è solo la clava propagandistica di questa battaglia di potere. Altro che “regolazione etica” degli affari, da affidare a qualche codice etico! Lo scontro sull’etica è parte integrante del vero affare: la spartizione delle quote di rappresentanza del capitalismo italiano.

E quanto più declina il berlusconismo, quanto più si avvicina il prossimo governo dell’Unione, tanto più questa disputa si farà incandescente.

Codice etico o rottura con i liberali?

Ecco allora riproporsi, sul terreno politico, la questione dell’autonomia della sinistra e innanzitutto del nostro partito.

Se persino gli esponenti del Centro liberale si accusano reciprocamente di pubblica immoralità in una lotta di cordate, senza risparmio di colpi, può il nostro partito chiedere timidamente l’improbabile “autonomia della politica dall’economia” o deve invece denunciare concretamente la congenita immoralità delle classi dirigenti e della loro economia, il concreto intreccio tra il centro dell’Unione e il mondo degli affari, l’insuperabile corruzione della politica borghese? La dichiarazione congiunta con Mastella attorno alla “necessaria autonomia della politica” mi pare davvero, sotto questa angolazione, profondamente sbagliata.

Non solo finisce con l’accreditare quale tutore dell’etica un campione proverbiale del trasformismo politico, erede di una tradizione politica largamente segnata dalla corruzione, oltretutto avversario di ogni ipotesi di patrimoniale e dunque custode di quella rendita finanziaria che è tanta parte del malaffare quotidiano; ma ripropone l’eterna illusione di un capitalismo etico, affidandolo per di più all’autoriforma “morale” di quelle classi dirigenti e di quei loro partiti che sono oggi coinvolti nello scandalo.

La strada da percorrere – secondo Progetto Comunista – è esattamente opposta: non c’è soluzione vera della questione morale senza rompere con le classi dirigenti e col centro dell’Unione. Come i fatti dimostrano non si tratta di una petizione politicista. Riguarda la necessaria autonomia delle classi subalterne e dei movimenti dal mondo della borghesia, dai suoi interessi, dalla sua immoralità di classe. E’ il caso davvero di dire: se non ora quando?