Questa non è informazione, è una faida

Se un pakistano uccide la figlia è un assassino e si suppone che, dopo un adeguato processo, verrà condannato a una lunga pena detentiva. Ma non saranno imputati e condannati né il Pakistan, né l’Islam, né altre categorie, astratte o concrete, in cui l’assassino potrebbe essere fatto rientrare: che so, i portatori di barba o i maschi della stessa classe di età. Si tratta di un’osservazione banale, ma fino a un certo punto. Corrisponde al fatto che, in un sistema giuridico moderno, è l’individuo a essere considerato responsabile delle sue azioni, non la sua appartenenza. In sistemi diversi, per dire quelli che ammettono la faida, è la famiglia a essere coinvolta nel giudizio. Se qualcuno uccide il membro di un altro gruppo e si rende irreperibile, è possibile che i congiunti del morto si vendichino su un parente dell’assassino.
Queste osservazioni (lo ripeto, banali) sono indispensabili per comprendere quanto sia surreale la campagna di sciocchezze, diffamazioni e volgarità razziste che molti commentatori hanno sparso a piene mani dopo i cosiddetti fatti di Brescia. Prendersela con l’Islam, il Pakistan e ovviamente l’immigrazione significa semplicemente aderire alla logica della faida. Se il membro di un gruppo è responsabile di qualche misfatto, la colpa ricadrà sul gruppo. Tuttavia, mentre nella faida tradizionale c’è una certa logica, per quanto aberrante, nelle generalizzazioni di questi giorni la logica è del tutto assente. Infatti, nel rendere responsabile il fratello dell’assassino o richiedere l’indennizzo alla sua famiglia vale il principio per cui la famiglia è il gruppo sociale fondamentale. A chi si possono rivolgere i parenti della vittima, magari in assenza di un’autorità legittima? Invece, nelle elucubrazioni di quelli che definirei leghisti del pensiero, cioè allievi più o meno consapevoli di Borghezio e Calderoli, emerge il nesso causale per cui ad armare la mano del pakistano sarebbe stato l’Islam o la “pakistanità”, pure e semplici astrazioni. Un minimo di coerenza avrebbe dovuto spingere gli stessi commentatori ad accusare l’Italia o il cristianesimo per un duplice omicidio commesso da un cittadino italiano negli stessi giorni dei fatti di Brescia.

Non vorrei dare l’impressione di scherzare su episodi così tragici. Ma il modo di ragionare di tanti (che qui evito di citare per carità cristiana) utilizza sillogismi che qualsiasi studente delle medie accoglierebbe sghignazzando. Se l’omicida, un immigrato pakistano, ha dichiarato di aver ucciso la figlia perché indipendente, ciò significa che l’immigrazione produce l’integralismo che a sua volta produce l’uccisione di donne indipendenti. Con la stessa logica brillante potremmo dire che Donato Bilancia, piemontese che viveva a Genova, ha ucciso 17 donne a causa dell’immigrazione piemontese in Liguria.

La verità è che casi come quelli di Brescia, statisticamente irrilevanti in un paese di 58 milioni di abitanti in cui ogni anno sono commessi un migliaio di omicidi e duemila violenze sessuali, sono l’occasione per elaborare e diffondere stereotipi razzisti. Quanto più la prosa è turgida e il tono è sensazionalista, tanto più ci si rivolge ai sentimenti più bassi dei lettori e ci si conquista la fama di moralisti integerrimi. C’è da chiedersi semmai perché sui cosiddetti giornali indipendenti abbiano tanto spazio commentatori a dir poco ipocondriaci (come Francesco Merlo oggi o Guido Ceronetti ieri), oltre che personaggi specializzati nel collegare qualsiasi cosa sia vagamente islamica o “araba” (la barba, l’immigrazione, l’opposizione alla politica israeliana o anche la critica della guerra in Iraq) alla “barbarie”.

» l’immigrazione a fare soprattutto le spese di questa cultura del sospetto e dello stereotipo. Ecco un esempio. Ogni anno, scatta l’emergenza clandestini. Nei primi 6 mesi del 2005, circa undicimila sono approdati in Italia, principalmente a Lampedusa. Ora, supponendo che ventimila siano arrivati in tutto l’anno, non si tratta affatto di un’invasione. Anche se tutti rimanessero e la tendenza fosse costante, in dieci anni ne arriverebbero duecentomila, due milioni in un secolo, una cifra che probabilmente non sarebbe sufficiente ad arginare il decremento della popolazione italiana.

Naturalmente, tutto questo non significa che tra gli immigrati non siano presenti atteggiamenti tradizionalisti o non siano commesse violenze contro le donne (come, evidentemente tra gli italiani). Ma la strada per una diminuzione della violenza è opposta alla demagogia oggi prevalente (come “l’Italia agli italiani” di Berlusconi). » esattamente nell’allargamento della cittadinanza, politica e sociale. Quanto più gli stranieri godranno di diritti (al lavoro, alla casa, alla salute e a un’educazione laica), tanto più diminuiranno le occasioni di frizione o di risentimento.

C’è da dire che su questo punto il comportamento del governo è abbastanza contraddittorio. Da una parte si annuncia una buona legge sulla cittadinanza e dall’altra si agita lo spettro dell’invasione e dell’emergenza. Si tratta di due aspetti dello stesso fenomeno e quindi dovrebbe essere affrontato unitariamente. Inoltre, non ci si dovrebbe appellare agli altri europei solo quando si tratta di andare in Libano o di avere più controlli in mare (insomma, per aiuti militari), ma anche per affrontare insieme una questione strategica per l’Unione, l’accoglienza e l’integrazione sociale degli stranieri.