Quelle lacrime

Un’altra immagine di dolore che ci arriva da questa terra dolorosa che un tempo si chiamava Palestina, poi si è chiamata Israele e da 38 anni l’Onu chiede che un pezzo almeno torni a chiamarsi con il nome originario. Sono i volti disperati e rabbiosi dei coloni costretti a lasciare le loro case dove per decenni hanno vissuto come in un fortino di prima linea, circondati dai militari e dai fili spinati; e dall’odio di chi stava loro attorno.

Non importa ora dire che gli sta bene, che avrebbero dovuto non andarci e comunque cercare di stabilire un rapporto con chi, per far spazio a loro, era stato cacciato. Non importa, anche se verrebbe voglia di gridare contro l’operazione mediatica che mostra le lacrime di questo abbandono ma non mostra – non ha mai mostrato – quelle sgorgate a seguito di altri abbandoni forzati e di altre distruzioni: quelle del `48, dell’espulsione sistematica dei palestinesi dalle loro case e dai loro campi (Ilan Pappe, coraggioso storico israeliano, confessa di aver scoperto la «Nakbah» – la «catastrofe», come è stata chiamata dalle vittime – solo molto tardi nella sua vita di studioso, tanto spesso è stato il velo che l’ha coperta).
E poi quelle seguite alle occupazioni del ’67 e del `73; quelle più recenti, decine di migliaia: per rappresaglia, per far posto ai pionieri israeliani, per costruire il muro. Non è di quegli immensi dolori, della struggente nostalgia per le proprie case e giardini e agrumeti che ancora attanaglia i tanti che vivono dopo più di mezzo secolo nei campi profughi che oggi vogliamo parlare.

Oggi ci dispera la disperazione delle donne e ragazzi israeliani che devono lasciare i luoghi dove hanno vissuto. Ma proprio per questo sentiamo ancora più l’urgenza di denunciare chi li ha posti nella drammatica attuale condizione: incitandoli ad insediarsi su una terra che sapevano bene non poteva essere loro concessa; che li hanno illusi e anzi aizzati all’odio per i palestinesi; che li hanno usati per tentare attraverso il fatto compiuto di consolidare, e far riconoscere, la Grande Israele.

Innanzitutto Ariel Sharon, che di questa ipotesi politica è stato il più tenace artefice. Non lo perdoniamo, ci dispiace Fassino, che dalle colonne del Corriere della Sera ci hai chiesto di ripensare alla figura del primo ministro israeliano. Non ci pentiamo, e oggi abbiamo anzi una ragione di più per non pentirci di quello che tu chiami «estremismo». Per via del male che egli ha fatto ai palestinesi, ma anche agli israeliani.

Oggi Sharon ha deciso il ritiro di un piccolo numero di coloni, quelli insediati nella striscia di Gaza. Bene. Vuol dire che la lotta e la mobilitazione internazionale non è inutile e ha indotto il governo di Gerusalemme a maggiore prudenza.

È una piccola vittoria dei palestinesi e di tutti coloro che hanno denunciato la follia di voler cancellare la questione palestinese con la forza. Che Sharon abbia capito che qualcosa doveva pur fare se non voleva restare totalmente isolato è una buona cosa. Altri, nel suo paese e nel suo stesso partito, non l’hanno capito. Ma attenti. Conosciamo tutti a memoria la frase famosa del Gattopardo: «cambiare qualcosa per non cambiare niente».

Il rischio, assai forte, è che non solo al ritiro da Gaza non seguano gli altri, indispensabili ritiri. Ma persino che tutta la vicenda si traduca in una drammatica beffa.

Avete visto bene, sulla carta geografica, che cosa è la striscia di Gaza? Davvero una striscia sottile di terra, separata dal resto dei territori che dovrebbero costituire lo stato di Palestina, la Cisgiordania, da chilometri e chilometri. Se a quelle terre Gaza non verrà riunificata, se anzi gli accessi continueranno ad essere sbarrati, se il futuro agognato stato dovrà risultare una pelle di leopardo come purtroppo è tutt’ora nei piani, Gaza non sarà stata «liberata», diventerà una prigione.