Quella Laurea di Carta

La ragazza portalettere indossa la casacca gialla di ogni postino e sorride quando firmo la ricevuta: «Prof, ho dato gli esami con lei. Teoria e Tecnica del linguaggio giornalistico. Mi chiamo…». E racconta come è andata con la laurea in tasca. Lunghi rimbalzi da un precariato all’altro. Per qualche mese lo stipendio sembra sicuro, poi vedrà. Intanto comunica così. Davanti all’edicola un giovanotto rivolge domande a chi sta comprando i giornali. Prende nota sui perché delle preferenze.

Alza gli occhi: «Non si ricorda di me?». Scienze della Comunicazione». Dopo la nevrosi di non so quanti call center, è il primo impegno ad avvicinarlo alla carta stampata.
Negli anni Novanta la trasformazione delle università in aziende costringe ad inseguire i sogni dei ragazzi: quei bilanci da quadrare. Atenei che illuminano le vetrine di proposte destinate a plasmare l’affidabilità delle classi dirigenti del 2000, quindi a programmare lo sviluppo che il paese si vuol dare. La piacevolezza di un certo mestiere diventa l’illusione che le Tv distribuiscono, che i giornali raccontano. Viaggi, avventure, l’affacciarsi sullo schermo con l’emozione del testimone-protagonista. Tu giovane casual che intervisti top model da schianto. Una generazione immagina il futuro sulla bella scrittura dei banchi liceali. E il giornalismo é a portata di mano; la laurea ne consacra l’autorità. Corsi di perfezionamento e master confermano l’illusione. Da una parte il venditore accademico avvicina il miraggio. Dall’altra, le famiglie condividono l’ambizione dei figli. Hanno contribuito a formarla nella morbidezza di una vita diversa da quella respirata nelle case noiose di prima del sessantotto, e si arrendono alla vocazione che rende felici le loro creature. Parte la gigantesca catena di una disoccupazione che le statistiche prevedono, che la ragione sconsiglia ma è difficile scoraggiare un’ innamoramento di massa. Inorgoglisce i numeri dei contabili universitari.
Ogni ateneo inventa qualcosa pur di non perdere l’occasione d’oro. Sotto lo stesso tetto qualche volta le facoltà si fanno concorrenza e ogni preside organizza la propria scienza del comunicare. Qualche ragazzo prima o poi trova qualcosa. Se ben raccomandato può finire nell’ufficio stampa dell’ente pubblico governato dal partito attorno al quale sfarfallano i padri.
Poca roba, contratti a singhiozzo. Tanto per cominciare, anche se il passare del tempo rassegna ad una provvisorietà che può essere eterna. Da non perdere, per carità. I più avventurosi scelgono di viaggiare con le Ong della solidarietà e l’ esperienza li rende concreti nei paesi del finimondo. Scrivono sui giornali della loro organizzazione. Foto e documentari quando tornano a casa. La vocazione cambia ma il sogno non si arrende. Poi radio private, uffici stampa, mostre, teatri. Un po’ qua, un po’ la. Ai più tenaci può capitare la fortuna di infilarsi provvisoriamente nei giornali se le scuole hanno alle spalle la praticità di associazioni e ordini professionali. Dopo lo stage che esaspera la voglia di continuare, niente o quasi.
Uno su trenta continua, fino a qualche anno fa. Uno su mille, oggi. Ma è l’università l’alma madre dell’illusione ufficializzata dal libretto d’esami. Dopo la tesi comincia l’angoscia. Emigrano da un corso post laurea ad un altro post laurea. Tempo fa il Nouvelle Observateur è andato a vedere come sospirano nelle sale d’aspetto della vita ragazzi che a 30, 35 anni ancora non sanno con quale lavoro potranno sbarcare il lunario. La loro tenacia fa girare gli affari come una pompa di petrolio. Master nelle università straniere, per chi può. Scelta tutto sommato giusta. Imparano come si deve una lingua allargando la speranza ad altri mestieri.
Mentre gli imprenditori vanno a caccia degli ingegneri dell’Est perché gli ingegneri d’Italia continuano ad essere pochi e già si sistemano prima di finire gli esami, i comunicatori disoccupati crescono ogni giorno. Per sbarcare il lunario inventano tante cose, magari scuole di provincia e nelle grandi città: giornalismo e cinema, giornalismo e teatro, comunicazione politica, finalmente la pubblicità, trappola affascinante ma feroce. Ecco perché le sue accademie sono serie. L’esperienza dei grandi persuasori analizza i ragazzi studiandone il genio. Teoria e pratica. A Milano Emanuele Pirella testa i possibile talenti facendoli lavorare, studiando.
Per avere una certa idea del fenomeno basta cercare su Google, specchio delle brame: 9 milioni e 520 mila inviti, bandi, proposte di iscrizione colorate da spot miracolosi, pagine e pagine di promesse molto serie scandite da un linguaggio che più accademico non si può: «iterazione della comunicazione essenziale indispensabile alla formazione di figure professionali in grado di interagire sia nel dialogo che nel tipo di mercato il quale ormai pretende capacità gestionali». Numero chiuso: paga finché sei in tempo. Perfino il padre dubbioso si arrende alla voglia dei figli: «Deve essere una cosa seria…». 9 milioni e 520 mila informazioni google solo per Scienza delle Comunicazioni. Si aggiungono 256 mila spiegazioni a proposito delle scuole di giornalismo; 526 mila per le facoltà impegnate ad educare alla comunicazione; più un milione e 330 mila seduzioni di master. L’«European School of Economics» (italianissima) rafforza il corteggiamento annunciando lezioni di premi Nobel. Due o tre all’anno. Teste laureate che si noleggiano a Ginevra nell’apposita agenzia: 10 mila euro a conferenza. Il ritorno pubblicitario rimbomba come i fuochi di Piedigrotta. Pochi resistono. Tanto per capire la differenza: facoltà e lauree di ingegneria – edile, meccanica, gestionale, eccetera -arrivano con fatica a 4 milioni di proposte google. Se le scienze delle comunicazioni fanno balenare ai ragazzi una maturità con scarse certezze, le lezioni dovrebbero andar bene almeno agli insegnanti. Cattedre sicure per un affollamento contabilizzato dalle regole di mercato. Grande richiesta, buoni stipendi, professori a tempo pieno con possibilità di portare nelle aule le voci dei grandi protagonisti. Non dico i Nobel, almeno le celebrità attorno. Basta un’occhiata per capire (con le dovute eccezioni) l’artigianalità italica degli educatori alla comunicazione. Professori a contratto, il più delle volte messi in cattedra in quanto «tecnici di chiara fama», laureati e no. Sconosciuti i criteri che decidono la chiara fama. Quaranta ore l’anno «rendono» 2500 euro lordi. Non importa il numero di allievi, esami o tesi da seguire: pagate le tasse diventano 1800 euro. Con 60 ore intascano 4824 euro, sempre lordi. Diventano 5 mila quando le ore salgono a 80. Insomma, l’esperto di una certa età morirebbe di fame anche senza moglie o senza marito: l’insegnamento può diventare solo un terzo mestiere. O il primo posto di un raccomandato brillante da poco laureato. Bisogna considerare che gli esperti di sicura professionalità invitati a spiegare le regole della comunicazione, storia e meraviglie delle nuove tecnologie, insomma, versare la loro esperienza per far capire agli allievi come scrivere e come raccontare attraverso immagini o come vendere uno spettacolo o una casa editrice; di questi esperti, le università se ne fanno raramente carico. Casse vuote. Presidi desolati. Paga il professore a contratto. Il pranzo, l’albergo, il viaggio. Magari un regalo. C’è poi un risvolto marginale che a volte trasforma l’università nel mercato arabo della vanità. Al cattedratico che nella sua provincia sospira un posto al sole fra i letterati dei grandi giornali, si apre l’occasione di sedurre con l’incarico professorale il critico medio- importante delle capitali dei media. Dalla vita ha avuto quasi tutto, manca l’insegnamento di prestigio: irraggiungibile università. E la seduzione funziona. Fa leva sulla debolezza del poter elencare nel risvolto di copertina del prossimo libro «docente di comunicazione letteraria» nella facoltà Pinco Pallino. Ma una gentilezza lava l’altra. E finalmente il bovarismo del piccolo professore lascia la piccola città e la firma risplende sulle testate che contano. Il suo eloquio raggiunge i colleghi invidiosi dagli schermi Tv rafforzandone il baronismo. È l’occasione che funziona davvero nella galassia della teoria e pratica del comunicare. E i ragazzi ? Devono portare pazienza. Intanto imparano a scrivere e capire i giornali. Nell’ Italia che sta moltiplicando gli analfabeti tutto sommato non è poco.