Quel no all’Europa che scalda l’America

Sono tre le reazioni americane al referendum francese e più in generale alla Costituzione europea. La prima pressocché inesistente è la voce dell’americano medio, gli affari europei non suscitano alcun interesse nell’opinione pubblica tradizionalmente preoccupata solo di quello che succede a casa sua.

La seconda reazione è quella delle èlite Europe-oriented preoccupate per come i politici europei hanno gestito la partita dall’allargamento a 25 e poi l’iter della stessa Costituzione. Le èlite americane filo europee rimproverano ai colleghi europei di essersi comportati troppo da èlite, di aver deciso dall’alto tempi, modi e misure dell’integrazione di 450 milioni di persone. Il rimprovero maggiore è di non aver cercato un qualche filo politico che tenesse legate le ragioni dell’allargamento e le sua conseguenze sulle relazioni con gli Usa super power e con la Russia di Putin. Invece di operare per un vasto consenso gli esperti hanno steso un documento illeggibile tanto è lungo e astruso, un mastondico pezzo di carta con 448 articoli. I Giscard d’Estaing si sono arroccati nella torre di avorio delle proprie capacità e credibilità. E’ quasi il caso di punire esperti e politici dell’integrazione europea e chiedere loro di rimettersi al lavoro e farlo meglio.

La terza reazione è quella degli uomini della Casa Bianca di Bush. Per averla al naturale senza compromessi diplomatici bisogna andare sul sito dell’American Enterprise Institute e sui loro media. Il 9 maggio il think tank (dal quale il presidente Bush si è vantato d’aver preso i 20 migliori cervelli) ha organizzato un seminario dal titolo: «La Costituzione dell’Unione Europea: è la più grande sfida all’Alleanza Atlantica?». La tesi era che la ratifica della Costituzione darebbe all’Europa una personalità legale e creerebbe un nuovo attore internazionale. La Corte di giustizia europea sarebbe rafforzata. La politica estera e di sicurezza diventerebbero di competenza europea e di conseguenza il ruolo della Nato sarebbe pericolosamente ridimensionato. E il risultato finale era uno stravolgimento delle relazioni transatlantiche. Insomma scenari da incubo per l’American Enterprise Institute e di conseguenza pollice verso e grandi speranze nel no dei francesi.

Con un insolito Vive la France termina l’articolo sul referendum e la Costituzione di Bill Kristol, il direttore del settimanale neoconservatore Weekly Standard, dove quasi ogni numero ospita un pezzo contro la Francia. Kristoll auspica che il dibattito sul si e il no consenta un ripensamento «sul fallimento del welfare state, sulla paralisi dell’economie ostili al libero mercato, sul multiculturalismo e le politiche sull’immigrazione, sull’anti-americanismo, e sulla freddezza verso la causa della libertà e della democrazia nel mondo, e sulla capacità di confrontarsi seriamente sulle minacce che incombono su noi (americani) e su essi stessi». Con una presa di posizione paradossale il neocons al 100% plaude al no della sinistra francese perché con il suo aiuto e senza che certamente lo voglia in concreto il rifiuto popolare apre la strada ad un cambiamento di prospettiva «per un nuova Europa, socialmente e moralmente rinvigorita, pro America, pro libero mercato, pro libertà». Chi si assumerebbe l’iniziativa del cambio di prospettiva non è esplicitato ma è facile immaginarlo. Gli uomini della Casa Bianca di Bush stanno perseguendo con successo una strategia di mutamento delle leadership politica europea e del progetto dell’Unione Europea. Non si tratta solo e rozzamente di sostenere governi di destra e di centro-destra o di attizzare risentimenti e iattanze nei nuovi piccoli stati-membri contro l’egemonia franco-tedesca. La strategia ha come obiettivo la disaffezione dell’intera Europa verso il progetto europeo. E l’obiettivo si costruisce su piani e politiche differenti e parallele coinvolgendo attivamente gli euroscettici.

Dal punto di vista americano nulla di più legittimo della difesa del proprio ruolo nel mondo. Il guaio è che al momento non c’è un punto di vista europeo comune sul punto di vista americano.