Quel giorno di pioggia alle Fosse

Non le ragioni, ma il corpo. La perdita e i corpi. «Ho segni profondi nelle mie carni/ e nel cuore una fiamma mi divora/ e le voci infantili dei figli/ battono come ali leggere», scriveva Lia Albertelli. Quando Lia si rese conto di essere rimasta davvero sola senza il suo compagno, sentì l’irrefrenabile bisogno di raccontare ai figli come e perché il padre era morto. Da quattro anni andava componendo un lungo racconto in versi fatto di tutti i momenti segreti che l’avevano legata per l’ultima volta a quel 24 marzo, il più doloroso e sanguinoso. Doloroso e sanguinoso: nessuno pensi che questi due termini rendano facile e perfino oggettivo il ricordo. Inoltre, sebbene fosse evidente la necessità di tramandare quella memoria del massacro, la forma necessaria non era per nulla scontata. Potevano bastare le ragioni del martirio e le motivazioni politiche del sacrificio?

In quale forma testimoniare?

Come testimoniare, come far capire che c’erano stati «uomini coscienti che nella vita esistono valori universali ai quali bisogna sottomettere ogni egoismo e anche ogni tenero affetto» e insieme la tragedia della perdita invece proprio del tenero affetto, di un legame parziale, piccolo, perfino minimo ma unico, irripetibile e fatto della presenza del corpo?

Lia Albertelli per rendere pubblico – e concreto – il suo racconto attese proprio un 24 marzo, quello del 1948, quattro anni dopo, per pubblicare il poemetto «Giorno di pioggia alle fosse», di 50 pagine, presso la Sallustiana editrice di Roma. «Miei cari bambini, sono quattro anni che il babbo non è più. Quando l’hanno portato a morire eravate ancor troppo piccoli e non desideravate che correre e giocare, perciò la mamma ha cercato sempre di non offuscare la vostra infanzia soffocando nel cuore la sua grande pena», scrive Lia nell’introduzione, concludendo: «Ho scritto per voi queste poesie…». Sì, sono 22 poesie, ma tutte legate da un unico obiettivo, riassunto nel poemetto centrale del quaderno, La prima volta alle Fosse Ardeatine: quello di resocontare l’anima dilaniata tra la perdita generale e storica e quella privata, consegnando la profonda consapevolezza che nel fluire di questa doppia narrazione sta l’unica certezza che le parole scritte abbiano avuto davvero senso e la comunicazione personale sia davvero arrivata. E sia difficilmente dimenticabile. Perché la tensione retorica è stemperata in una scrittura quasi diaristica, quella di una memoria femminile del corpo dell’uomo amato, che dà voce ad una rabbia e ad un dolore profondi, in versi rigorosi e con una musicalità straziante. E’ chiaro fin dalla prima poesia che s’intitola infatti «Il tuo distacco», subito capace di far sentire «lieve il respirare» e la morte più vicina, nella lontananza estrema del «seme fecondo», un’altra poesia dove l’eredità delle ragioni della lotta sono commiste al seme racchiuso nelle «carni dei figli/ le mie..» mentre l’uomo amato e ancora desiderato non c’è più e «dai polsi tagliati guardavi la vita».

Quella pensione di nome Oltremare

I polsi tagliati? E’ Lia a spiegare nelle note per alcune poesie: «Il vostro babbo che, durante il periodo della lotta clandestina, lasciati gli studi diletti, imbracciò le armi come capo dell’organizzazione militare del partito d’azione, fu arrestato dai fascisti il 1 marzo 1944 e rinchiuso in una pensione, trasformata in una prigione e in luogo di tortura, all’ultimo piano di una casa in Via Principe Amedeo n. 2. Dopo qualche giorno dal suo arresto – continua Lia Albertelli – poiché il suo corpo era sfinito per i tormenti che gli infliggevano e temeva di non resistere più a lungo, tentò di togliersi la vita tagliandosi le vene dei polsi con una lente degli occhiali. Voleva così salvare la vita dei compagni…». Niente però di fronte alla poesia «Vana minaccia» dove la vita resta senza speranza e tutto «sta per palpitare contro minacce oscure».

Infatti «per la seconda volta – scrive Lia ai figli – il babbo tentò di uccidersi nella stessa pensione Oltremare, perché un giorno, riusciti vani tutti i tentativi e mezzi per costringerlo a parlare, gli fecero questa minaccia: “Domani andremo a prendere sua moglie e i bambini, faremo anche a loro qualche carezza. Allora lei parlerà professore”. Ma il babbo che ci amava tanto, per non vederci soffrire e per non tradire la sua causa, spalancò la finestra per buttarsi nel vuoto. Al rumore dell’armadio da lui spostato per liberare la finestra, accorsero due agenti che lo afferrarono appena in tempo…». Appena in tempo per vederlo nell’ultima «Visita a Regina Coeli» quando «in un mattino chiaro, quello del 21 marzo andammo tutti e tre a trovare il babbo…i fascisti della pensione si erano decisi finalmente a trasferirlo lì, ormai convinti che sarebbe morto piuttosto che parlare».

Eccola, la visita a Pilo Albertelli incarcerato, nei versi di Lia: «Eri seduto su una lunga panca/ coi detenuti/ e ci vedesti entrare:/ t’alzasti adagio, per venirci incontro/ e sorridevi,/ tu che non speravi/ di rivederci, d’abbracciarci mai./ Fu il bacio delle tue labbra esangui/ e lo sguardo dei tuoi occhi spenti/ così pieno d’amore/ che il volto mio,/ soffuso di pianto, / rimase muto/ celato sul tuo petto stanco.»

«Il nome tremulo»

Proprio nello stesso mutismo de L’Ultima firma, i versi che parlano del registro kafkiano della prigione, firmato da Pilo Albertelli e dagli altri detenuti «in uscita» quando furono prelevati dai tedeschi poco prima di essere trucidati: «Quella tua firma/ piangeva silenziosamente/ tanto era accorata/ ch’io non vi lessi il tremulo tuo nome/ ma d’angoscia/ solo, l’interminabile addio».

Poi le notti d’attesa, le speranze, l’angoscia a non voler credere che lì sotto… Infine la decisione presa dalle donne. Scrive Lia Albertelli nella nota a «La prima volta alle Fosse Ardeatine»: «In una mattina al principio dell’aprile 1944 andai con le signore Benticenti, Baglivo, Rodella e Lionelli alla ricerca delle Fosse. Camminammo tanto prima di arrivare. Finalmente alcuni ci indicarono le grotte. Che buio. Anche il babbo doveva essere lì dentro e fuori era tornata primavera». Pare di vederle in fila, che si sorreggono, a piedi, nella solitudine della campagna romana dall’Appia all’Ardeatina, in una zona allora completamente fuori da ogni abitato. «Vi hanno ucciso qui dentro/ ammucchiati in una di queste fosse/…./ Ci sorreggiamo una all’altra/ tenendoci per mano./ Siamo poche spose/ e con noi è una sorella e una madre/…».

Un compianto senza pianto

Nel lungo compianto inventano un rituale. Baciano la terra, la cospargono di fiori che dividono equamente, scavano il fango con le mani. Ma dai loro volti, occhi, bocche contratte escono pochi pianti e invece tante maledizioni e «bestemmie di fuoco» contro gli assassini e chi li ha aiutati. Poi, dopo molti giorni, il riconoscimento, con i nomi: «Sono tanti e poi tanti/ sono come sassi scagliati/ e fanno un rumore/ cui sola la eco risponde». Fino all’estrema passione contenuta nelle parole «classiche»: «Solo un pallido teschio./ Ma io vedevo i capelli castani/ tremare di luce gli occhi pacati/ e sulle labbra/ il sorriso un po’ arcano».

Chiudo il poemetto. Vorrei che tanti altri, del mestiere di poeta e no, lo riaprissero. Alla prima pagina vergata a mano la dedica a Giuseppina – mia madre – «queste dolorose poesie, per ricordo» e la data 24 marzo 1950. Mia madre, «a servizio» in un condominio del centro, aveva conosciuto Lia Albertelli. A lei avevavoluto raccontare il dolore del giorno in cui, con le altre due sorelle, era stata chiamata a ricevere ad Ancona, nel marzo 1948, chiuse in due cassettine di zinco, le ossa del fratello catturato dai tedeschi e costretto a forza l’8 settembre a partire in guerra nei Balcani. «Tirava vento al porto e ci scompigliava i capelli che avevamo lunghi – raccontava mia madre – i soldati che portavano i resti erano distratti. Noi avevamo in cuore e negli occhi il volto e il corpo di nostro fratello bellissimo. Che fine aveva fatto il suo sorriso misterioso? Quella mattina io non piangevo. Bestemmiavo e maledivo».