Quel documentari perchè li mandate a notte fonda?

A chi dà fastidio il bel documentario di Loredana Dordi sui trasfertisti dell’Alta velocità? Quali tortuosi pensieri hanno seguito i dirigenti Rai per “secretarlo” in un improbabile giovedì 11 agosto alle 23,20? Sarà un caso ma quando qualcuno nell’azienda pubblica televisiva prova a dar voce a chi voce non ha scatta una sorta di cordone sanitario. I trasfertisti sono lavoratori “in trasferta” costretti a lavorare perennemente lontano da casa e in condizioni di sfruttamento
E’ chiaro, non vanno di moda. Gli unici lavoratori che “tirano” sono quelli rappresentati negli spot del governo: chiedono informazioni su come si rimane al lavoro dopo la pensione, su come si applica la legge 30, “perché la flessibilità è nel mio interesse”, o “ringraziano” chi è appena uscito dal supermercato.
Quando il quadro è un po’ più reale e parla della miserrima condizione di chi costretto all’emigrazione dalla rete sociale e dalla famiglia, a rischiare la vita nei cantieri dell’Alta velocità ecco la censura. “Formalmente corretta”, ma sempre censura.

Averlo programmato in un orario così incredibile non solo è una mancanza di rispetto nei confronti del documentario di Loredana Dordi e del suo staff, e nei confronti degli utenti che pure pagano un canone nella speranza di assistere a un programma decente.

E’ un atto di disprezzo nei confronti del lavoro in genere e del lavoro dei “trasferisti”. E’ un atto ideologico in cui chi fatica viene indicato come un povero mentecatto. Certo, in un paese in cui la ricchezza va verso la rendita e le banche, le figure da celebrare sono speculatori e banchieri.

Ma l’oggetto della censura Rai forse non sono solo loro, i lavoratori. L’unica preoccupazione dei dirigenti Rai ci sembra quella di non voler offuscare il “mito” dell’Alta velocità. Un mito che al paese sta costando decine di morti sul lavoro, un danno ambientale di proporzioni incalcolabili, e un impiego di risorse che ha bruciato tutte le più ottimistiche previsioni.

Il documentario, dal titolo “Lavorare Stanca” fa vedere la miseria e la fatica, il dramma e il dolore che c’è dietro. «Se hai paura della morte non puoi fare questo mestiere», dice Vincenzo, che ogni quindici giorni sale su un treno notturno, come tanti altri suoi colleghi, lasciandosi alle spalle tutto quello che è riuscito a costruire in una vita di sacrifici. Vicenzo non spera più nemmeno nella pensione perché non è sicuro di arrivarci vivo.

Famiglie spezzate dentro; figli che crescono nel buio della solitudine del padre; vite di un lavoro impossibile e nocivo; notti passate nelle cuccette dei treni o nei container contigui ai cantieri sui monti dell’Appennino. Ecco la Rai cosa vuole provare a nascondere.

L’appello a modificare questa situazione è obbligatorio. Il paese ha il diritto di sapere. Ha il diritto di conoscere la vera vita dei lavoratori spediti lassù in cambio di un tozzo di pane.

Una volta si diceva che dal lavoro, per quanto faticoso e difficile, dovesse nascere la vera coscienza democratica e civile di un paese. Forse è ancora così. Una società di parassiti non giova a nessuno. Una società in cui tutti pensano che è meglio fare i parassiti è una sventura di proporzioni bibliche.