Quel che resta dopo le bombe

Domenica 13 agosto. Una serie di forti esplosioni provenienti dalla periferia sud di Beirut; sono gli israeliani che stanno «rimescolando le macerie» dei sobborghi, come diciamo ora, anche se nessuno sa quanti cadaveri ci sono ancora sotto le case distrutte. Una israeliana mi telefona da Los Angeles. Pensa di aver scoperto la ragione per cui l’aviazione israeliana ha preso di mira la Croce Rossa libanese. «Ti mando un fax che dimostra che la Croce Rossa sta aiutando Hezbollah», mi dice. Attendo il fax che si rivela essere una corrispondenza del New York Times dal sud del Libano che parla di come la Croce Rossa ha fornito assistenza medica a membri feriti di Hezbollah. Richiamo Rachel.
La Croce rossa libanese ha aiutato i marines americani feriti dopo l’attentato suicida di Beirut del 1983, le dico, e ha aiutato – ed è stata criticata per averlo fatto dai vicini libanesi – gli israeliani feriti dopo un attentato suicida l’anno seguente a Tiro. Non è forse
dovere della Croce Rossa aiutare tutti quelli che soffrono? «Forse, ma avrebbero dovuto arrestare gli Hezbollah», mi dice Rachel da Los Angeles. Cosa? La Croce Rossa deve arrestare i nemici di Israele? Ricevo un altro fax da Rachel. «Sono per il dialogo, ma non con il diavolo, nazisti e simili», dice. «Realtà e giustizia scaturiscono dalla capacità di discernere il bene dal male, la verità dalle menzogne e l’incendio dall’incendiario. Stammi bene». Il cessate il fuoco inizia domani alle 8, almeno così ci hanno detto.
Lunedì 14 agosto
Israeliani e Hezbollah hanno combattuto fino alla fine, 200 razzi lanciati in territorio israeliano e qualche bombardamento finale che scuote i sobborghi di Beirut. Tra gli ultimi a morire una bambina piccola nel quartiere Dahiya di Beirut il cui corpo è stato rinvenuto stretto tra le braccia della madre morta. Un’ultima pedata ai civili del Libano appena in tempo per rispettare l’ora fissata per l’inizio della tregua. Cody ed io ci mettiamo in cammino verso il sud del Libano attraversando ponti semidistrutti, enormi crateri di bombe, cercando di evitare le migliaia di granate inesplose sparse per i campi. Sul Litani sono piovute così tante bombe che il fiume ha cambiato parzialmente il suo corso e noi camminiamo nell’acqua. Arriviamo a Srifa, un villaggio che è stato chiaramente – Dio ci salvi dai luoghi comuni – una «roccaforte» di Hezbollah, ma le cui rovine coprono adesso dozzine di civili morti. Fotografo tutta quella devastazione e mi accorgo che attraverso l’obiettivo vedo più dolore di quello che vedo ad occhio nudo. Questo forse perché le dimensioni dei danni causati dalla bomba sono fissati in un fotogramma. In seguito a Beirut guardo le foto sviluppate e rimango colpito dalle proporzioni del disastro e delle distruzioni. Alcune delle mie foto assomigliano alle fotografie dei villaggi francesi dopo il bombardamento tedesco durante la Prima guerra mondiale combattuta da mio padre. Troveranno 36 cadaveri sotto le macerie di Srifa sulle quali ho camminato.
Epici ingorghi sulla via del ritorno verso Beirut in quanto centinaia di migliaia di musulmani sciiti cercano di tornare nelle loro case che in molti casi non esistono più. Cody, in genere un tipo tranquillo, salta giù dall’auto in preda alla rabbia e si scaglia contro un uomo che si rifiuta di fare marcia indietro per lasciare strada alla nostra colonna di auto diretta verso Beirut. «Quell’imbecille dice che non gli funziona la marcia indietro», dice furibondo. Ricordo a Cody che il capitano Cook perse la vita quando, dopo molti anni, perse la pazienza con un indigeno e fu trafitto da una lancia.
Martedì 15 agosto
I giornali libanesi riportano la notizia della morte di Uri, il figlio di David Grossman, morto in combattimento contro gli hezbollah nel sud del Libano. Che Grossman, uno scrittore brillante e ricco di umana compassione molto conosciuto in Libano – i suoi libri sono in vendita qui e gli articoli dei giornali locali sono scritti con estrema dignità – debba soffrire in questo modo mi sembra particolarmente crudele. Prendo il suo libro sui palestinesi di Israele che trovo sullo scaffale della libreria accanto alla mia scrivania. «Qualunque acrobata conosce il segreto per camminare su una fune sopra un abisso; gli arabi in Israele hanno imparato qualcosa di ancor più difficile: rimanere immobili su un cavo metallico», ha scritto Grossman nel 1993. «Vivere una vita provvisoria che non fa altro che spegnere e ottundere la volontà….così è stato per decenni per centinaia di migliaia di acrobati».
Mercoledì 16 agosto
Sedici ore di black-out elettrico, ancor peggio di quello che capitava prima del cessate il fuoco. Moltissime petroliere all’ancora a Cipro, ma i proprietari delle navi – e gli assicuratori – attendono vigliaccamente il permesso di Israele per ordinare alle navi di fare rotta verso il Libano. Hezbollah dice che non intende consegnare le armi. I francesi dicono che vogliono un mandato più chiaro prima di inviare le truppe nella forza internazionale nel Libano meridionale. Sento gli scricchiolii del cessate il fuoco.
Giovedì 17 agosto
Non si parla d’altro che di una «robusta» forza internazionale e i miei colleghi giornalisti sono come inebetiti dalla parola «robusto». Nel mondo arabo l’espressione «avere un grosso naso» significa essere arroganti e il problema è che quando in Libano i generali diventano «robusti» generalmente corrono il rischio di farsi mozzare il naso. Staremo a vedere.
Venerdì 18 agosto
Sayed Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, è apparso il televisione, ha parlato come un presidente – anche se ovviamente più solenne del satrapo siriano attualmente installato nel suo palazzo sopra Beirut – e si è comportato come se ora saranno gli sciiti del Libano a definire il futuro del paese. Dalla finestra del mio ufficio osservo i poveri sciiti che se ne tornano verso il sud devastato dai bombardamenti, i materassi sul tetto dell’auto, madri e bambini sui sedili posteriori, mescolati per le strade ai camion di soldati libanesi, ai pesanti automezzi che trasportano i carri armati e ai blindati ai quali presto si uniranno – oppure no – le truppe straniere per accrescere la forza ONU nel sud del paese.

***
© The Independent
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto