Quel che accadde a Seveso

Nel rievocare la tragedia di Seveso di trent’anni fa si è taciuto, ci pare, dell’informazione: di come si dette notizia dell’evento e di come lo si interpretò, non soltanto da parte dei media. Eppure fu quello uno dei casi più clamorosi di informazione distorta e addomesticata verificatisi in questo nostro paese.
Esisteva il «segreto industriale», in seguito abolito, è vero. Ma il fatto è che, a parte l’iniziale volontà di negare le proporzioni del disastro (un parlamentare democristiano arrivò a bere in pubblico un bicchiere di latte munto da una mucca di Seveso per dimostrare appunto che il rischio era minimo o addirittura inesistente), la tendenza a considerare la «fuga» di diossina dalla fabbrica dell’Icmesa un fenomeno «inevitabile» e «imprevedibile» – come scrissero subito anche autorevoli editorialisti – fu tranquillamente praticata sia dai media sia dallo stesso ambiente scientifico.

Uno scherzo del destino
Indagare sulle cause dell’evento non era certo agevole. Ma era anche troppo facile e comodo credere – o fingere di credere – che si trattasse semplicemente di un terribile scherzo del destino. E infatti ci fu qualcuno che decise fin dall’inizio di non accettare questa versione; anzi, di combatterla decisamente. Giulio A. Maccacaro, uno scienziato di rara intelligenza e coraggioso, purtroppo oggi colpevolmente dimenticato nel tipico costume di questa Italia senza memoria, scrisse su Sapere – «mensile scientifico sul versante politico» da lui diretto – che la tragedia di Seveso era «un crimine di pace». E subito il gruppo operaio di Castellanza, coordinato da Luigi Mara, membro del comitato di direzione della rivista, cominciò a indagare sulle possibili cause del processo che era sfociato nelle emissioni di diossina.
Ci vollero molti mesi e tanta fatica per ricostruire – discutendo con i lavoratori dell’Icmesa che stentavano a porsi gli interrogativi del caso – quel che era effettivamente accaduto. Ma finalmente fu possibile accertare che in realtà la catastrofe era stata la conclusione di un processo durante il quale le soglie di rischio erano state deliberatamente abbassate per aumentare la produttività in fabbrica. Sapere pubblicò i risultati di quell’indagine sfatando così la tesi della «disgrazia» e continuò poi, attraverso gli anni, a insistere su quegli accertamenti che il mondo dell’informazione e gli ambienti scientifici stentavano decisamente ad accettare, mentre l’Icmesa veniva finalmente processata. Sapere in quell’occasione fu anche assunta come documento dagli organismi dell’Onu che operavano nel campo dell’ambiente e della salute.

Insegnamenti preziosi
Crediamo sia giusto, a trent’anni di distanza, ricordare queste vicende e riflettere su di esse. Tuttora, infatti, possono venircene insegnamenti preziosi circa la assoluta necessità di indagare sempre e comunque sugli eventi e sui processi e di non rassegnarsi mai alla tesi del «destino». Anche perché, purtroppo, le condizioni del sistema dell’informazione e, in una certa misura, anche quelle del mondo della ricerca sono perfino peggiorate rispetto a quel tempo – che non era affatto, come s’è visto, un tempo ideale.
E perché, infine, in un paese che ricorda fin nei minimi particolari, le sue glorie calcistiche del passato, sarebbe sano se non altro ricordare anche persone e interventi che hanno coraggiosamente combattuto il conformismo e la subalternità agli interessi dei potenti nei campi più diversi.