Quei coloni a difesa delle frontiere etniche della democrazia

Un’intervista con Michel Warschawski, docente universitario, giornalista e saggista israeliano. Le basi etniche di Israele e la crisi della società israeliana, rappresentata dalla «fuga» di molti ebrei, sono lo sfondo in cui collocare lo scontro tra i coloni e Ariel Sharon. Un conflitto che cancella dalla scena politica qualsiasi progetto di democratizzare lo stato di Israele

Ebreo israeliano che si autodefinisce «militante antisionista», Michel Warschawski è il condirettore dell’ Alternative Information Center , centro di informazione e documentazione israelo-palestinese (www.alternativenews.org). Voce tra le più radicali della sinistra israeliana e attivista pacifista di lunga data, Warschawski lotta da più di trent’anni per una «pace giusta» con i palestinesi e per una democratizzazione dello stato di Israele. Qualche anno fa, in totale contro-tendenza e sucitando un acceso dibattito anche nei paesi arabi, ha riproposto la vecchia idea d uno stato bi-nazionale e democratico nel Israele-Plaestina. La sfida binazionale . Un sogno andaluso , (edizioni Sapere, 2002 ). Tra i suoi altri libri più recenti Sulla frontiera (in collaborazione con Michèle Siborny, Città aperta edizioni, 2003), A precipizio. La crisi della società israeliana (Bollati Boringhieri, 2004). L’intervista è avvenuta durante un convegno in Francia dedicato appunto al conglitto israelo-palestinese.

Il ritiro da Gaza è stato spesso descritto dai media francesi, ma anche di altri paesi europei come un conflitto tra l’esercito e i coloni. Seguendo le suggestioni di alcuni suoi scritti si potrebbe dire che si è trattato sopratutto di una contrapposizione tra la «Sinagoga» e lo stato di diritto democratico?

Sarei cauto nel parlare di contrapposizione tra la Sinagoga e lo stato di diritto. In Israele conosciamo le generiche pratiche democratiche come le elezioni, la libertà di stampa, di pensiero e di associazione. Nella costituzione del nostro paese manca però un articolo che garantisca il principio fondamentale dell’eguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine. Ciò spiega anche le discriminazioni legislative nei confronti della popolazione araba e più in generale verso tutte le persone non ebree che vivono in Israele. Infatti nella sua carta costituzionale Israele si definisce uno stato ebraico, più precisamente uno stato ebraico democratico.

Di fatto, uno stato non si può definire democratico e ebraico al tempo stesso. Infatti quello che si proclama apertamente uno stato (mono)etnico, non può essere democratico, perché esclude automaticamente tutte le altre etnie.

Definirebbe tutto ciò una manifestazione di razzismo?

Io definisco tutto ciò come una forma particolare di stato che chiamo etnocrazia, ovvero una democrazia dell’etnia dominante, che si ritiene peraltro proprietaria del suolo e dei terreni. Altri gruppi etnici possono anche essere tollerati, ma collettivamente è negata loro la sovranità di cittadini dello stato di Israele, che è riservata esclusivamente a tutte le ebree e gli ebrei, vivano essi a Brooklyn o a Marsiglia. Una forma politica insostenibile dal punto di vista dello stato di diritto. Peraltro, oggi ci sono cittadine e cittadini di questo paese che richiedono l’abolizione dell’inquadramento giuridico che rende questa prassi possibile. Infatti se la legge assicura privilegi a parte della popolazione e li nega all’altra, lo stato può essere plausibilmente definito razzista.

Esiste nel suo paese un ambito politico-intellettuale che affronta i temi del «Post-Sionismo»? L’idea fondante che ha portato alla nascita dello stato di Israele ed all’attuale situazione conflittuale, è forse in declino?

No, la dottrina fondante dello stato di israele è sempre il sionismo. Ovvero che l’intero territorio geografico della Palestina appartiene esclusivamente agli ebrei. Il «ritiro» da Gaza di fatto non cambia nulla di questa ideologia. Pertanto quegli intellettuali che, soprattutto durante gli anni Novanta, parlavano o sognavano di «Post-Sionismo» erano piuttosto miopi. In diversi recenti discorsi Sharon, facendo continui riferimenti a Ben Gurion, ha sottolineato che dobbiamo ancora portare a termine la «Guerra d’Indipendenza» del 1948. In questa maniera vuole rendere chiaro il concetto che il compimento del sionismo, quale ideologia fondante dello stato, è una pagina di storia ancora tutta da scrivere.

Antisionista è il laico. Da ciò, la completa separatezza della costruzione statale etnico-religiosa dominante, ovvero l’essenza del sionismo, ridotta ad un perverso legame tra stato e religione.

Se osserviamo la sinistra del parlamento israeliano notiamo che essa è ben lontana dal richiedere una separazione tra stato e religione, o una riduzione delle sovvenzioni statali alle organizzazioni religiose.

Lei ha descritto in più sedi come il sionismo, con l’uccisione di Rabin nel 1995, si sia imposto come la dottrina di stato…

Di ciò sono convinto. All’inizio degli anni Novanta si andava imponendo in Israele una crescente società vivile borghese che cercava di occidentalizzare il paese, di americanizzarlo. Non si era però resa conto che contemporaneamente era nata anche un’altra classe sociale intenzionata a rafforzare il carattere ebraico dello stato. In questo senso l’uccisione di Rabin ha segnato la fine del processo di apertura all’Occidente e la restaurazione delle forze reazionarie e conservative. Lo slogan di Bibi Netanjahu conto Rabin durante la campagna elettorale era «per uno Stato ebreo!». Rabin è stato ucciso da un ebreo ortodosso e Netanjahu è diventato primo ministro.

Tutto ciò non rispecchia forse anche l’ascesa di nuovi gruppi sociali, cresciuti all’ombra della collaborazione tra potere politico-economico ed il partito conservatore di Sharon?

Esattamente. E’ stata una reazione al processo di neo-liberismo, ma anche ad un tentativo di liberalizzazione in termini politici, ovvero più democrazia e de-sionizzazione dello stato. Ciò ha portato alla creazione di un blocco politico, nato dall’assemblaggio di comunità che rifiutavano il modernismo collegato alla socialdemocrazia, e che davano il proprio voto al Likud di Netanyauh. Il quale ha portato avanti una forma di liberismo brutale, che riuscì in tempo relativamente breve a distruggere parte delle esistenti strutture dello stato sociale e del pubblico impiego. Paradossalmente è riuscito a mobilizzare gli strati popolari contro i socialdemocratici, sovvertendo così i rapporti di forza politici.

Gli israeliani di origini ashkenazite (est-europee) seguitano a rappresentare l’elite politica ed economica del paese, mentre i sefarditi (gli ebrei di origini orientali e iberiche) vengono discriminati dall’apparato del potere e di solito appartengono a livelli socio-economici più bassi. Questa disparità, in un prossimo futuro, non potrebbe portare a una sorta di «guerra civile» tra le due componenti etniche e di classe, con esiti distruttivi per l’identità nazionale?

Alla fine degli anni Novanta c’è stato un momento in cui si poteva pensare che la società israeliana stesse per implodere. Non è accaduto, ma il piano di Ben Gurion di costruire in Israele una sorta di società ebraica multi-culturale è fallito. Una delle conseguenze, tra l’altro, è la tentazione sempre più forte per le classi medie di emigrare dal paese, o perlomeno di vivere con un piede in Israele e con l’altro in Occidente. Per farla breve il legame con la terra dei Padri, con Erezt Israel, è divenuto molto più tenue, e chi può permetterselo finanziariamente, si procura un secondo passaporto.

Cosa significa per Israele?

Significa che gli strati sociali che hanno (o hanno avuto) concetti politici liberali, che potrebbero essere definiti post-sionistici, saranno politicamente liquidati. Comunque non hanno più un progetto che possa arginare il crescente estremismo politico-religioso. La lotta che oggi viene portata avanti, è tra i coloni e Sharon che in questo contesto politico appare quasi come un uomo di sinistra… Non esiste più praticamente nessuna alternativa organizzata a queste due posizioni.

Durante un meeting internazionale delle «Donne in Nero» che si è tenuto a Gerusalemme alcune rappresentanti ebree israeliane di fronte all’atteggiamento critico delle palestinesi, hanno reclamato indulgenza per Israele, il paese che le stava ospitando…

E’ una generosità che rivela appunto la natura etnica dello stato israeliano. Anche coloro che si esprimono a favore del ritiro parziale dai territori occupati sottolineano la loro generosità, comunque finalizzata al bene del paese. In altre parole: noi abbiamo i diritti, agli altri lasciamo la «carità». Secondo i sionisti gli «altri», i palestinesi, non possono reclamare diritti, ma devono dire «grazie» perché vengono lasciati vivere in Israele.

Stiamo vivendo una orribile regressione politica e culturale che nasce dalla paura dell’«altro». Una democratizzazione della società israeliana significherebbe però: a) una pace incondizionata con la Palestina; b) un diverso atteggiamento verso i nostri vicini. Ovvero la nascita di un diverso stato di Israele. L’altro motivo di paura è dato da una frattura nell’unità nazionale, dalla possibile fine del sionismo. La sconfitta politica di Simon Peres nel 2000 fu il risultato di questa atmosfera, naturalmente rafforzata dall’Intifada. Molti ebrei pensarono: questo è troppo! E l’idea di una guerra permanente contro le popolazioni arabe si è insinuata anche nella sinistra israeliana.

Una visione pessimista, non crede?

Durante l’estate a Tel Aviv gli oppositori al ritiro dai territori occupati hanno mobilizzato diecimila persone. Dall’altro versante non c’è un’alternativa politica in grado di organizzare dimostrazioni di massa a favore del ritiro dai territori. Esistono certo alcune migliaia di israeliani che aderiscono a organizzazioni come le «Donne in nero», «Refusnik» (Soldati e ufficiali contro il servizio nei territori occupati), o altre organizzazioni contro l’occupazione, ma tutto ciò non basta per essere ottimisti. Questa situazione rappresenta un grosso problema per uno stato che ha poca familiarità con le regole del gioco democratico e che corre il rischio di una crisi istituzionale e di una disintegrazione sociale. Un fattore importante sarà comunque rappresentato dallo sviluppo dei rapporti politici con i paesi vicini…

Come valuta le due opzioni, quella di «uno stato» che accolga tutte le etnie viventi nel paese e l’opzione di «due stati», uno ebreo e uno palestinese?

Per risolvere i problemi dei profughi, dell’economia e dell’ecologia, la risposta più razionale e economica può essere solo quella del principio dello stato unico, nel quale le diverse etnie – ad esempio – convivano in una formula federale. Sarebbe la soluzione più giusta, perché così i palestinesi sarebbero di nuovo a casa, sul loro suolo, e ciò permetterebbe anche agli ebrei di sentirsi a casa. Per la realizzazione di un tale modello esistono però almeno due ostacoli. Primo, il fondamento dell’idea dello stato di Israele: l’etnocrazia verrebbe messa definitivamente in questione. Secondo, la convivenza democratica significa parità di diritti e tra la popolazione ebrea e quella palestinese: questa parità oggi non esiste. Perciò molti palestinesi oggi dichiarano che se dovessero scegliere tra il vivere insieme – come oggi sono costretti a fare – o avere un proprio seppur piccolo stato, sceglierebbero certamente la seconda alternativa. Noi israeliani non possiamo far altro che sostenere la volontà della maggioranza dei palestinesi di costituire un loro stato sui territori della Cisgiordania e di Gaza.

Traduzione di Elisabetta d’Erme