Quegli ospedali da manicomio

Ammassati a centinaia in megastrutture dalle porte sbarrate, sorvegliati con videocamere, sedati costantemente a forza di psicofarmaci. Maltrattati, a volte picchiati, legati ai letti e in alcuni casi sottoposti addirittura ad elettrochoc. I manicomi in Italia esistono ancora. E, quasi non fossero passati quasi 30 anni dal varo della legge 180, sono luoghi pensati per contenere, punire quasi, non certo per curare. A denunciarlo è Gisella Trincas, presidente dell’Unasam, che ieri ha riunito in Campidoglio a Roma i rappresentanti delle oltre 150 associazioni che la compongono per discutere, al cospetto delle ministre della sanità e della famiglia Livia Turco e Rosi Bindi, di salute mentale.
Sotto accusa i reparti psichiatrici di ospedali pubblici e privati, dal Veneto alla Puglia, strutture totalmente fuorilegge. Ma Trincas richiama l’attenzione del governo Prodi anche sugli ospedali psichiatrici giudiziari, chiedendone la chiusura. Primo tra tutti il reparto femminile di Castiglione delle Stiviere. «In queste realtà, che sono carcere e manicomio insieme, le persone subiscono una doppia punizione a causa della loro condizione di malati. Noi chiediamo che venga soppressa la non imputabilità dei malati psichici, che devono essere trattati come tutti gli altri cittadini: devono poter accedere alla riabilitazione e a un percorso alternativo alla detenzione».
Così, davanti alle circostanziate denunce delle organizzazioni dell’Unasam, tra cui anche molte associazioni di familiari dei malati psichici che hanno mostrato foto e querele, Livia Turco ha promesso «subito un’indagine conoscitiva su tutto il territorio nazionale e una legge per superare i 6 opg», dove sono detenute circa 1200 persone. «Sulla salute mentale siamo tornati indietro – ha commentato la ministra – ora basta con le politiche di ghettizzazione, di contenimento e dei manicomi sotto mentite spoglie». Bisogna recuperare, ha aggiunto Livia Turco, il tempo perso durante il governo Berlusconi, che ha inchiodato «per cinque anni il dibattito parlamentare su una pessima legge in materia, la Burani-Procaccini». Cosa che «ha significato non solo non fare altri provvedimenti, ma anche mandare un preciso messaggio culturale soprattutto alle famiglie che dice “nasconditi, ti mettiamo da parte”». Per questo nel programma di Livia Turco c’è l’insediamento a febbraio della Consulta delle associazioni e presto una seconda Conferenza nazionale sulla salute mentale.
Una realtà, quella raccontata da Gisella Trincas, che è «sotto gli occhi di tutti» anche se «si fa finta di non vederla», e che riguarda «più del 50% delle strutture di cura, pubbliche e private». E ci riporta a una «cultura dello stigma e del rifiuto del malato mentale» non molto dissimile da quella dilagante prima della riforma Basaglia. «Possiamo dimostrare casi di pazienti legati alle mani e ai piedi e bloccati all’altezza del collo e del tronco», assicura Trincas che sull’elettrochoc aggiunge: «Nel nostro paese non è una pratica illegale e noi chiediamo che lo diventi. Per molti medici è prassi anche nei servizi pubblici di diagnosi e cura, e lo ammettono tranquillamente». C’è un caso, racconta, di un infermiere condannato per aver preso a calci e pugni un ragazzo schizofrenico ma che non è mai stato rimosso dal suo posto di lavoro. Ma è sulle megastrutture che si concentra in modo particolare l’attenzione dell’Unasam, perché «violano la legge 180». «A Mogliano Veneto c’è una struttura privata con oltre 770 persone che funziona come un manicomio; a Serra D’Aiello una fondazione della Curia di Cosenza detiene circa 350 malati e un’altra struttura privata a Bisceglie, in Puglia, ne contiene un migliaio», racconta Trincas. «Sono luoghi in cui persone in condizioni di particolare fragilità vengono costrette a viverci, rinchiusi a chiave nelle stanze e sottoposte a dosi massicce di psicofarmaci. E in uno stato di promiscuità indegno». Negli ospedali pubblici poi spesso ci sono posti letto riservati a pazienti provenienti da altre regioni: il Piemonte ne ha più di mille. Una pratica «disumana» perché il malato non può essere deportato lontano dai propri affetti. «Così si sottraggono risorse finanziarie importanti che potrebbero servire per rivalutare le pensioni: oggi un disabile psichico al 100% prende 250 euro al mese. E per i centri di salute mentale territoriali che sono fondamentali per curare i malati e supportare le famiglie. Ma, come prima cosa, devono rimanere aperti 24 ore su 24. Avviene già in alcune città-modello italiane, deve avvenire ovunque».