Quattro «riforme» per risanare i conti. E ancora non basta?

L’unica cosa giusta, quando si parla di «riforma delle pensioni», la si dice ricordando che «la riforma c’è già stata». Anzi, più d’una. La «Amato» del 1992, infatti, si occupò di avviare la riunificazione di sistemi pensionistici molto differenti tra loro. Con alcuni casi-limite che vennero magistfralmente sfruttati, sul piano mediatico, per far passare un peggioramento complessivo della previdenza.
Fin lì si poteva accedere alla pensione di «vecchiaia» se si avevano almeno 60 anni di età (55 per le donne) e 15 anni di contributi. Il limite venne elevato gradualmente a 20 con 65 anni (60 per le donne). Per avere invece la pensione di «anzianità» la situazione era molto complicata. Con l’Inps occorrevano almeno 35 anni di contributi, mentre erano 20 per i dipendenti dello stato (15 per le donne coniugate con figli a carico) e 25 per i dipendenti degli enti locali (20 per le donne sposate e con figli). Era questa l’area dello «scandalo dei baby-pensionati».
La «Dini» del 1995 completò questa riunificazione portando a 57 anni l’età minima per andare in pensione con 35 anni di contributi (56 per le donne con figli e per i lavori «usuranti»), oppure 40 anni di lavoro «regolare» a prescindere dall’età. E’ questa una situazione ormai rara, perché a partire dagli anni ’70 – e soprattutto dagli ’80 – si è andata alzando l’età di ingresso al lavoro. Introdusse anche le «finestre di uscita». In pratica, da allora si può lasciare il lavoro solo all’inizio del trimestre successivo alla maturazione del diritto. E mise le basi del sistema a «contribuzione» in luogo di quello «a ripartizione» (un modo per abbassare l’importo degli assegni pensionistici effettivi a fine carriera).
Due passaggi che hanno consentito grandi risparmi nel bilancio dello stato e anche nei conti dell’Inps (va ricordato che sarebbero addirittura in ampio attivo se non fossero impropriamente a suo carico anche i costi dell’«assistenza» – a partire dalla cassa integrazione, che è una misura a vantaggio delle imprese). Il centrodestra pensò bene di risparmiare ancora introducendo lo «scalone», ovvero l’innalzamento dell’età pensionabile da 57 a 60 anni (a prescindere dagli anni di contribuzione). Avrebbe anche dovuto applicare la revisione dei «coefficienti di contribuzione» studiata dal «nucleo di valutazione della spesa». Non lo fece solo perché le elezioni erano ormai alle porte (chi oggi ha tra i 35 e 40 si troverebbe in futuro ad avere pensioni più basse del 10%).
Le proposte di «nuova riforma» viaggiano su tre binari, ma secondo i «riformisti integralisti» potrebbero anche coincidere o sommarsi: la «revisione dei coefficienti», la sostituzione dello scalone con molti «scalini» – fino ad innalzare l’età pensionabile a 62 anni –, l’introduzione di un meccanismo di «incentivi» (per far restare al lavoro più a lungo chi nel frattempo matura il requisito dei 57-35) e «disincentivi» (per chi preferisse lasciare il lavoro secondo le regole attuali).
Dal lato della sinistra radicale (Prc, Pdci e Verdi) si ricorda che l’abolizione dello «scalone» era nel programma elettorale, mentre non lo era affatto una nuova riforma. Tra gli orientamenti fin qui espressi ci sono la disponibilità a introdurre incentivi per aumentare l’età lavorativa, mentre non si vuol neppure sentir parlare di disincentivi o innalzamento obbligatorio dell’età. Tanto più quando la maggioranza dei pensionati prende già ora pensioni da fame (1,5 milioni hanno meno di 400 euro al mese).
La battaglia si incentrerà probabilmente sulla «sostenibilità finanziaria» delle varie misure proposte per «tenere in equilibrio il sistema». Con Padoa Schioppa che si è già ritagliato la parte del «ragioniere capo», l’unico che può sapere se i conti – alla fine – quadreranno oppure no. E sono in molti – da Dini a D’Alema – a dire ormai apertamente che non vale la pena di mettere a rischio il governo; e tanto vale tenersi lo scalone». Tanto vale solo per noi.