Quando liberalizzare non serve: i casi Telecom e Autostrade

La coppia Prodi-Bersani torna a colpire con l’arma delle liberalizzazioni. A settembre è prevista la seconda tranche d’interventi, dopo quella varata in questi giorni che ha suscitato consensi bipartisan, ma anche la protesta furiosa dei taxisti. Nel mirino del premier e del ministro dello Sviluppo economico ci sono le professioni, l’energia e altri servizi pubblici, come le poste. La speranza è che la coppia non ripeta gli errori del periodo 1993-2001, quando Romano Prodi, nelle vesti prima di Presidente dell’Iri e poi di Presidente del Consiglio, e Pierluigi Bersani, ministro dell’Industria nel 1999 autore del “pacchetto” sulle liberalizzazioni che porta il suo nome, hanno sostanzialmente sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare. Perché invece di aprire i mercati alla concorrenza, in alcuni settori chiave come il sistema autostradale e le telecomunicazioni siamo passati da un monopolio pubblico ad uno privato, con tanti bei saluti all’abbattimento dei costi e all’apertura dei mercati. Viene quindi da chiedere al Governo se nella sua agenda ci sarà spazio anche per rimediare a quegli errori, magari seguendo le linee guida di questo nuovo decreto che con quelle liberalizzazioni non ha niente a che vedere.
Allora infatti lo Stato aveva bisogno di far cassa per fronteggiare il debito pubblico e decise di rinunciare a ingenti quote di aziende pubbliche. Il valore complessivo delle cessioni effettuate in quegli 8 anni è stato di circa 234.800 miliardi delle vecchie lire e le vittime sacrificali furono importanti marchi pubblici, come Telecom, Bnl e Seat, di altri sotto la gestione dell’Iri (Autostrade, Finmeccanica, l’Ilva, per fare qualche nome), dell’Eni, nello specifico Enichem, Saipem e Nuovo Pignone e dell’Efim, nonché di altri enti di proprietà di Comuni e Regioni. Di tutti questi nomi, non tutti sono diventati completamente a gestione privata, dato che in molti casi lo Stato è rimasto azionista di maggioranza. Ma laddove è successo, come nei casi Telecom e Autostrade, l’effetto non è stato quello desiderato. In entrambi i casi nei cda, presieduti rispettivamente da Marco Tronchetti Provera e da Gilberto Benetton, non c’è traccia di azionisti pubblici. Con le conseguenze che Telecom è alle prese con un indebitamento pauroso che grava sui servizi e sui dipendenti, e che Autostrade sta trattando la fusione con la spagnola Abertis, che frutterà bei soldoni alla famiglia Benetton. La liberalizzazione della telefonia fruttò allo Stato 26mila miliardi di lire, quella delle autostrade 22.417 miliardi, vere e proprie boccate d’ossigeno.

Il processo di privatizzazione di Telecom partì il 20 ottobre 1997, quando presidente era Guido Rossi. Nel febbraio di due anni dopo Olivetti e Tecnost di Colaninno (i “capitani coraggiosi” di Massimo D’Alema) lanciarono l’offerta pubblica di acquisto e scambio e a giugno ottennero il controllo della società. Dal luglio 2001 Telecom è controllata dalla finanziaria Olimpia, di cui sono partecipate Pirelli, Benetton, Banca Intesa e Unicredito e poi la Hopa di Chicco Gnutti. La Pirelli di Tronchetti si è poi “mangiata” le quote delle due banche in Olimpia, mentre il pacchetto dell’Hopa è stato diviso fraternamente fra Benetton e ancora la Pirelli. Per capire come fu gestita l’operazione dal governo, valgano le parole del garante alla concorrenza del 30 aprile 2000: «Telecom Italia è stata privatizzata senza neanche una preventiva valutazione dell’opportunità di una separazione verticale», ossia senza liberalizzare il mercato, diventato così territorio esclusivo di Tronchetti Provera e soci.

Autostrade è stata messa sul mercato nel secondo semestre del 1999, quando fu ceduto il 30% del capitale al nucleo stabile di azionisti. Il 3 dicembre 1999 fu invece ceduto mediante un’offerta globale di titoli il 56, 6% del capitale, passo che segnò la fine del controllo pubblico sul sistema autostradale italiano. Secondo i patti, la cordata acquirente del primo pacchetto (formata da Edizioni Holding, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Autopistas, Unicredito e Brisa-Autostradas de Portugal) avrebbe dovuto mantenere l’assetto azionario per almeno tre anni, ma scaduta la “moratoria” la società in quattro e quattr’otto è passata sotto il controllo dei Benetton. Anche in questo caso, senza alcuna vera liberalizzazione.

Il Csc, centro studi di Confindustria – quindi di coloro che più avrebbero dovuto trarre profitto da quelle operazioni – ha così giudicato gli interventi di quegli anni: «L’azione si è mantenuta, per qualità e sostanza, al di sotto delle sue potenzialità e gli obiettivi di efficienza sono stati raggiunti in maniera inadeguata» e questo è dovuto al fatto che «l’obiettivo del “fare cassa” ha fatto premio sugli altri ed è entrato in conflitto con le esigenze di apertura alla concorrenza, ritardando i processi decisionali, dando spazio alle resistenze delle vecchie posizioni di monopolio e conducendo a scelte non ottimali dal punto di vista dell’efficienza e del benessere collettivo». Oggi come 15 anni fa le casse statali piangono, ma il nuovo Governo, che si appresta a continuare per la via delle liberalizzazioni, faccia tesoro degli errori passati.