Quando l’antiberlusconismo fa male a certa sinistra

Il 2 aprile la svolta per la pace.

Mannheimer pubblica sul Corriere della Sera un sondaggio sulla guerra in Libia. 53% contro, 42% a favore. La vera notizia è che la maggioranza (54%) degli elettori del PD sono favorevoli alla guerra in Libia, e addirittura il 63% è favorevole alla partecipazione italiana.

Nel 2003, in occasione della guerra preventiva di Bush all’Iraq, il pacifismo segnò di sé il mondo intero. Il New York Times definì il movimento della pace la seconda superpotenza globale. In Italia manifestazioni imponenti mobilitarono l’intero paese. Dai balconi e dalle finestre sventolarono centinaia di migliaia di bandiere della pace. Contro la guerra “senza se e senza ma”. Anche se in Iraq c’era uno come Saddam Hussein e in Afghanistan c’erano i Talebani, la peggiore banda di criminali fanatici che potesse soggiogare un paese.

Il no alla guerra era una posizione etica e politica fatta propria dalla stragrande maggioranza degli italiani.

La guerra si fece, nonostante le mobilitazioni. Una dura replica della storia. L’Italia partecipò e il movimento fu terribilmente sconfitto. Sembra passato un secolo, tanta è la distanza che oggi ci separa da quella stagione.

Abbiamo sottovalutato quella sconfitta. Dovevamo capirlo nel 2006, quando il governo Prodi ritirò le truppe italiane dall’Iraq e in Italia non se ne accorse quasi nessuno. Così come dovevamo saper leggere meglio le ragioni della totale scomparsa delle mobilitazioni contro la guerra in Afghanistan e per il ritiro dei nostri soldati.

Quando la nuova guerra imperialista per il petrolio è stata scatenata contro la Libia, la maggioranza della “sinistra” si è scoperta a favore delle bombe. Certo, in nome dei diritti umani e della democrazia… proprio come Bush. Fine dell’egemonia culturale dell’ideale della pace.

Come è stato possibile?

Colpa della sconfitta del movimento? Colpa della debolezza della sinistra? Colpa dei troppi anni senza mobilitazioni per la pace? Colpa di Napolitano che dice che la guerra è legittima, in barba all’articolo 11? Colpa dell’informazione “embedded”? Colpa di Gheddafi che è impresentabile?

O colpa di un ormai malinteso antiberlusconismo?

In Italia, il degrado del livello del dibattito pubblico e un’informazione vergognosa (ormai Repubblica è peggio di Mediaset), hanno ridotto la politica all’uso di schemini banali da appiccicare alle polemicucce quotidiane. Nessuna analisi concreta della situazione reale. Nessuna memoria storica dei fatti. Solo slogan e tifoserie da stadio.

Così la logica perde la sua profondità e i sillogismi d’accatto diventano gli unici strumenti per interpretare le mediocri vicende politiche.

Gheddafi è un dittatore amico di Berlusconi; Berlusconi è riluttante all’intervento armato; quindi: la guerra contro Gheddafi è giusta. O di qua o là. E chi è contro la guerra sta dalla parte di Gheddafi e del suo amico Berlusconi. Troppo difficile sforzare il cervello per fare un ragionamento un po’ più articolato: il sonno della ragione genera mostri. Così, ormai, siamo all’eterogenesi dei fini dell’antiberlusconismo. La sinistra autodistrugge se stessa e i suoi ideali in nome della lotta a Berlusconi. Ben scavato vecchio Silvio!

La politica ha perso una visione più larga delle vicende del mondo e ha sistematicamente rimosso le categorie interpretative della realtà. Se la sinistra smarrisce i concetti di conflitto di classe e di imperialismo prima o poi avviene il disastro. Così per gli operai i nemici non sono più i padroni, ma i migranti che “ci rubano il lavoro”. E la guerra non è più uno strumento di dominio e di potenza da “ripudiare”, ma mezzo per esportare la democrazia e i diritti umani. Se poi il bersaglio delle bombe è un amico di Berlusconi, i dubbi scompaiono d’incanto. Tutto è piegato al quotidiano del nostro orticello.

Il sentimento antiberlusconiano è, giustamente, assai radicato tra gli italiani. In questi anni ci siamo battuti contro coloro che ci spiegavano che per battere le destre non bisognava essere antiberlusconiani. Questi soloni hanno sempre e solo favorito nuovi successi di Berlusconi. A noi, notoriamente, Berlusconi ci fa schifo. Cacciare Berlusconi è per noi condizione necessaria, ma non sufficiente.

Il fronte unitario contro Berlusconi è lo spazio politico in cui i comunisti devono stare, è la nostra priorità assoluta. Ma, dentro questo fronte, dobbiamo agire la nostra battaglia delle idee. Contro l’imperialismo, per la pace. Contro il capitalismo, per la giustizia sociale. Contro Berlusconi, per la democrazia. Queste sono le idee dei comunisti.

Cedere sulla guerra significa mettere la pietra tombale sulla sinistra italiana.

Lo spazio per tornare ad affermare le nostre ragioni c’è ancora. Non tutto è perduto.

Non tutta la sinistra è favorevole all’intervento. Oltre ai comunisti (la Federazione della Sinistra ha preso una posizione chiara, netta, inequivocabile), altre forze politiche, movimenti e organizzazioni sociali (tra le più importanti) si sono schierate contro la guerra. Sinistra e Libertà, dopo qualche indugio, c’è; così come l’Arci e la Fiom. Ma anche (è proprio il caso di usare questa espressione) pezzi significativi del PD. Però, ad essere onesti, restano contraddizioni e tentennamenti; tanti “se” e troppi “ma”. Perché, ad esempio, non c’è mai alcun riferimento all’articolo 11 della Costituzione negli appelli unitari? E come la mettiamo con le posizioni di Dario Fo (“…se i francesi non partivano in quarta sarebbe stato un massacro…”), di Ingrao (“Gheddafi è un mascalzone e bisognava fermarlo…”) o dei Verdi (“…abbiamo condiviso la risoluzione Onu… ma non è stata mai applicata…”)?

Sabato 2 aprile, in Piazza Navona a Roma, misureremo il movimento della pace italiano. Gino Strada ha rotto gli indugi e ha favorito il superamento delle contraddizioni interne al movimento, che ora è un movimento plurale e unitario. Il 2 aprile può essere il grande schiaffo che risveglia le coscienze e riporta la pace al centro del dibattito pubblico. Il 2 aprile torna il popolo della pace. I comunisti devono colorare quella piazza di rosso.

Francesco Francescaglia, Responsabile Esteri PdCI