Quando la sinistra diventa sorda

«Dialogare non vuol dire perdere tempo». Non l’ha detto Silvio Berlusconi, la cui idiosincrasia per le lungaggini della democrazia parlamentare è ben nota, ma Mercedes Bresso, presidente della regione Piemonte, riferendosi alla questione della val di Susa e al dialogo con i suoi comuni e movimenti. Dunque ancora una volta Bresso sbaglia sia il tono che la sostanza. Il tono, inutilmente decisionista, è quello che esibì già nei mesi scorsi, trovandosi tutti contro. Oggi paventando che i suoi interlocutori vogliano «far slittare all’infinito le decisioni», azzera in partenza, con un velo di diffidenza, quella minima fiducia che nei mesi scorsi si era ristabilita. Le citazioni provengono da un’intervista al Corriere della Sera, specialista, di questi tempi, nell’intignare a sinistra.
La sostanza è che, per definizione, il dialogo richiede tempo – anche molto – e pazienza, ma soprattutto capacità di ascolto. Vale per una coppia di innamorati, per un circolo culturale, un partito o un’azienda. Vale ancora di più per le istituzioni della cosa pubblica. In democrazia non di perdita di tempo si tratta, ma di tempo ben utilizzato, perché magari non si decide subito, ma si decide meglio.
Bresso sembra pensare, forse furbescamente, che il dialogo e i tavoli di discussione servano soprattutto per «far passare» finalmente le decisioni ad Alta Velocità che lei ad altri hanno già preso, smussando le asperità, ma senza mettere in discussione l’esito. Dovrebbe invece valere il contrario, in quella democrazia partecipata di cui tutti parlano; ovvero che ascoltandosi (da entrambe le parti) e magari anche confliggendo, si possa arrivare anche a ribaltare l’impostazione di partenza: una coppia scoppiata può rimettersi assieme, una decisione di investimento può essere annullata. Se il finale di partita non è in discussione allora giustamente una delle due parti lascerà il tavolo e sceglierà la contrapposizione.
I motivi per procedere dialogando sono almeno tre. L’uno «utilitaristico», ovvero per raccogliere un consenso più largo a decisioni non facili che inevitabilmente non possono accontentare tutti; il secondo per ottenere più efficacia, dato che, mettendo insieme molti punti di vista, può scaturire una soluzione migliore, magari persino più efficiente e creativa. Il terzo motivo, che non dovrebbe essere nemmeno necessario ripetere, è il valore civile del confronto limpido.
L’atteggiamento di Mercedes Bresso però è solo un esempio, e nemmeno il più clamoroso, di un’idea insieme decisionista e strumentale del governo della cosa pubblica che ha molti seguaci in tutti gli schieramenti, ma solide radici proprio nella cultura dei partiti comunisti. Non lo si scopre ora, ma continuamente riemerge; per esempio a Bologna dove il sindaco continua a procedere per strappi e contrapposizioni, in questo riproponendo lo stile di governo autoritario che già praticò da segretario generale della Cgil. Di questo stile fa parte l’idea, ben radicata nel vecchio Partito comunista italiano, che quelli alla sua sinistra non sono compagni, nemmeno di strada, ma avversari, e che mentre a destra si dialoga, a sinistra si deve preferenzialmente chiudere. Il che ovviamente provoca ulteriori reciproche chiusure.
Sergio Cofferati nei giorni scorsi, con la solita ironia fuori posto, ha accusato la sinistra in consiglio comunale di «vuoti di memoria». Purtroppo però è lui a dimenticare quanti ordini del giorno il suo sindacato chiese e ottenne a sostegno dei lavoratori in lotta sottoposti a repressione giudiziaria; la storia della Cgil è piena di tali ferite e di tali generose solidarietà. Altri tempi, altri Cofferati.