Quando il molleggiato in maglietta rossa e blue jeans fece esplodere il Santa Tecla

Il molleggiato che molleggia sempre meno per ragioni d’età buca ancora una volta lo schermo. Nell’estate proprio sulle pagine di questo giornale commentando a caldo l’annuncio definitivo di “Rockpolitik” dopo il tiramolla degli assensi e delle smentite avevamo scritto che «comunque la si pensi su di lui, contraddittorio, arruffone, incendiario, pompiere, pacifista, baciapile, ecologista, furbone, rivoluzionario, reazionario o conservatore l’arzillo ex Ragazzo della Via Gluck riesce sempre a far parlare di sé». Da sempre infatti l’uomo ha un carisma istintivo che prescinde dai mezzi e non si fa catturare dalla perversione delle mode.
La forza con la quale oggi usa la televisione è la stessa con la quale una cinquantina d’anni fa incendiava le platee. Figlio di immigrati pugliesi, negli anni Cinquanta abita a Milano in quella Via Cristoforo Gluck che è diventata la sua Abbey Road. Fa l’apprendista orologiaio e arrotonda le entrate imitando Jerry Lewis in coppia con il suo amico Elio Cesari che in quel periodo fa il verso a Dean Martin e poi diventerà Tony Renis. Sono anni frizzanti. Finite le giornate del boogie woogie arrivato sui tank degli americani in Italia cominciano ad arrivare sulle onde del passaparola e dei primi dischi “rubati” gli echi di nuovi ritmi. Nell’aprile del 1954 è uscito nelle sale statunitensi il film “Rock around the clock”. I giornali raccontano che il brano omonimo, interpretato da Bill Haley, sta suscitando l’entusiasmo dei ragazzi d’oltreoceano e parlano di un nuovo ballo chiamato rock and roll.. Con la preveggenza che spesso contraddistingue parte della critica italiana c’è chi sostiene che non potrà mai avere successo da noi perché «troppo lontano dai nostri gusti musicali». Se per i benpensanti il rock and roll è il diavolo, un segno evidente della corruzione dei costumi, per i giovani è invece il profumo della libertà. Quello che si muove in Italia non è ancora un vento, ma un sottile e appena percettibile refolo. Timidamente emergono i primi imitatori delle tecniche d’oltreoceano. Anche se non c’è l’urlo rabbioso e liberatorio del rock più aspro e “nero” alcuni iniziano a cantare fuori dai gorgheggi e dalle voci impostate della tradizione. Il giovane Celentano è uno dei più esagerati. Canta in un inglese approssimativo i brani imparati dal giradischi e rielabora il ritmo con il corpo prima ancora che con la voce muovendosi come una marionetta senza fili. Le sue esibizioni nelle balere milanesi gli valgono il titolo onorifico di Molleggiato e ne fanno un mito per quel tessuto complesso di adolescenti apprendisti, lavoratori, studenti e disoccupati delle periferie milanesi che anni dopo qualcuno chiamerà proletariato giovanile. La sua carica fa esplodere anche il Santa Tecla, il tempio del jazz e della musica alternativa milanese dell’epoca, ma l’occasione della vita arriva con il Festival del Rock and roll di Milano. Il 18 maggio 1957 la sua esibizione scatena il finimondo. Adriano in maglietta rossa e blue jeans sale sul palco insieme ai Rocky Boys e fa esplodere gli oltre diecimila spettatori stipati come sardine nel Palazzo del Ghiaccio con sedie divelte, ragazzine che urlano, mentre un centinaio di ragazzi rimasti fuori si scontra con la polizia. Nasce il mito del Molleggiato e insieme a lui nasce il rock and roll italiano. Un mese dopo l’incendio del Palazzo del Ghiaccio l’eroe dei giovani milanesi pubblica il suo primo disco. In quel periodo non è ancora un fenomeno di massa anche se i suoi dischi si consumano nei juke box e Fellini lo inserisce nel film “La dolce vita”. La svolta è datata 26 gennaio 1961 quando il rock and roll sbarca al Festival di Sanremo con la canzone “24 mila baci” Adriano si presenta sul “sacro” palcoscenico del Festival in modo strafottente e fuori dagli schemi. Durante l’esibizione si contorce e si permette di voltare la schiena al pubblico dimenando i glutei in diretta televisiva. Con quell’esibizione a Sanremo non sbarca soltanto il rock and roll, ma anche la carica sessuale che l’accompagna. La diretta televisiva amplia a dismisura l’impatto. Il successo del brano è straordinario e oltre un milione di copie del disco verranno bruciate in poche settimane. La nicchia è diventata un fenomeno di massa. Il refolo è diventato un tornado e Celentano un profeta indiscusso. L’uomo prende fin troppo sul serio questo ruolo e non smetterà più di recitare la parte. Raduna gli amici di sempre in una factory alla quale da il nome di Clan, scopre la religione attraverso una crisi mistica, diventa una star del cinema e soprattutto prende posizione sempre e comunque in modo esagerato, anche quando non è dalla parte giusta. Si schiera contro il divorzio, contro l’aborto e quando esplodono le lotte operaie dell’autunno caldo predica la pace sociale con “Chi non lavora non fa l’amore”. Non si fa però in tempo a dargli del reazionario che lui apre una dura critica al modello di sviluppo consumista e si lancia in campagne ecologiste, pacifiste e antirazziste. Scommettiamo che anche in “Rockpolitik” sarà così? Aspettiamoci cambi improvvisi di direzione. Il problema, però, non è suo, ma nostro. Se lo guardiamo attraverso le lenti filtrate dall’impegno politico, infatti, lo vediamo come una contraddizione continua amplificata da un carisma che rende espressivo anche il silenzio. Accettare questa prospettiva è un errore perché pur criticandolo quando se lo merita cadiamo nella trappola di riconoscerlo come profeta. Forse, più laicamente dovremmo considerarlo per quello che è: un dominatore della scena musicale italiana degli ultimi cinquant’anni. In questo caso, come scrivevamo in estate «si finisce per apprezzarne la storia e la longevità artistica guardando alle sue innumerevoli contraddizioni con l’indulgenza che si riserva alle chincaglierie delle vecchie zie».