“Quando gli operai partecipavano: le Conferenze di produzione dell’Aem”

Una delle esperienze più avanzate del movimento operaio italiano negli anni Settanta raccontata da G. Sacchi – ex partigiano, dirigente comunista e testimone diretto – nel volume “La democrazia nei posti di lavoro”.

«Ci troviamo di fronte ad un fallimento storico della vecchia classe dirigente e ad una sua evidente incapacità a dominare gli sviluppi della crisi. E proprio per questo è più che mai indispensabile un contributo dei lavoratori e dei tecnici. […] oggi la classe operaia, e più in generale il movimento dei lavoratori, i sindacati, i partiti, non possono più limitarsi ad indicare la necessità di un diverso tipo di sviluppo […] ma devono misurarsi con tutti i problemi che la crisi pone, cominciando da quelli più difficili – che sono poi quelli relativi al rilancio su basi nuove del processo di accumulazione, all’allargamento della base produttiva e all’aumento della produttività con l’introduzione di sempre nuove e più avanzate tecniche produttive, e così via». È questo uno dei passaggi dell’intervista a Giuseppe Sacchi – ex partigiano, dirigente comunista tra i protagonisti di quella esperienza – contenuta nel libro La democrazia nei posti di lavoro edito dalla casa editrice Aurora di Milano. Un passaggio chiave di tutto il libro che è a sua volta la testimonianza diretta di una importante pagina della storia recente del movimento operaio italiano: si tratta delle Conferenze di produzione all’Azienda Elettrica Municipale di Milano dal 1974 al 1979 (come recita il sottotitolo dell’opera).
Il volume affronta i temi centrali del conflitto capitale-lavoro, che permangono anche nel quadro dei processi di globalizzazione economica e di disarticolazione dell’organizzazione fordista. Con le Conferenze di produzione si poneva sul tappeto la questione del controllo operaio, del sapere e del potere nei luoghi di produzione. A fare da sfondo alle Conferenze erano gli anni ’70 in tutta la loro complessità. Siamo in una Milano che, come ricorda nel libro Bruno Casati, è ancora la città del 12 dicembre del ’69, ossia dell’avvio della strategia della tensione pianificata per porre un freno alle importanti conquiste di una classe operaia in gran parte rinnovatasi, non solo anagraficamente ma anche grazie alle esperienze del decennio precedente. Erano gli anni in cui, come scrive Alberto Burgio nella Prefazione, la partecipazione democratica avveniva sulla scorta di competenze ed esperienze concrete, sulla base di discussioni e di riflessioni comuni nelle 22 conferenze di reparto alle quali parteciparono 1970 dipendenti, tra operai impiegati tecnici e dirigenti, dei quali 722 intervennero nei dibattiti. Si discuteva per decidere e si decideva realmente, verificando nei fatti l’attuazione delle scelte. E la partecipazione creava movimento e cambiamento. Nell’organizzazione del lavoro, nell’uso delle tecniche, nella definizione delle figure professionali.
Ovviamente nella esperienza delle Conferenze non mancarono momenti di tensione e di crisi. Nella sua cronaca Vittore Vezzoli – all’epoca responsabile dell’ufficio che curava lo svolgimento delle Conferenze di produzione – ricostruisce le fasi del conflitto, sviluppatosi a partire dalle preoccupazioni dei dirigenti di livello inferiore, i più direttamente esposti agli attacchi dei lavoratori. Una delle prime preoccupazioni di questi dirigenti era dovuta a quella che avvertivano come «confusione dei ruoli» e come sovvertimento della scala delle responsabilità. In questo caso erano tensioni determinate da uno dei paradigmi del modo di produzione capitalistico: quello della separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra sapere tecnico-scientifico e pura manodopera. Eppure fu proprio su questo versante che le Conferenze segnarono punti importanti, poiché in esse questa distinzione – che pure veniva formalmente mantenuta attraverso la distinzione e la separazione delle responsabilità – sfumava. L’operaio aveva diritto, al pari del dirigente di ogni grado e ordine, a dire la sua e a far valere la propria esperienza.
Ma le tensioni e i dubbi non arrivarono soltanto dai dirigenti. Ad essere preoccupati erano anche i sindacati, i quali temevano, insieme a una perdita della propria autonomia dal potere politico (essendo pubblica, l’Aem veniva gestita attraverso i partiti che amministravano il Comune), che una maggiore incidenza dei lavoratori nella gestione compromettesse la dimensione conflittuale, e che il potere decisionale espresso dai lavoratori attraverso le Conferenze indebolisse il loro ruolo di rappresentante degli stessi lavoratori. Problemi che sarebbero stati risolti attraverso una regolamentazione delle stesse Conferenze.
Si trattava di tensioni e dubbi che rappresentano la cifra dei movimenti e delle potenzialità poste all’ordine del giorno in una stagione di democrazia e di partecipazione. Una stagione che, per riprendere ancora le parole di Sacchi, portò i partiti della sinistra (il Pci e la sinistra lombardiana del Psi), i sindacati e gli stessi lavoratori a misurarsi con la crisi del fordismo che proprio in quegli anni si insinuava nei sistemi di produzione dell’Occidente.
La crisi non investiva però soltanto la produzione e l’economia. Di lì a poco avrebbe investito tutto il sistema politico. E avrebbe spazzato via anche le Conferenze. Nel 1979 quelle tensioni si trasformarono in vere e proprie resistenze. Innanzitutto da parte del Psi, che nel frattempo veniva egemonizzato dal modernismo di Bettino Craxi. I primi segni si ebbero già nel ’77 quando, nel portare il saluto del Psi alla Conferenza aziendale del 17 dicembre, il vicesegretario di quel partito, Giorgio Cavalca, criticò l’esperienza parlando di «problemi legati alla conciliabilità fra conflittualità e partecipazione alla gestione». Ma a opporre resistenza non fu solo il Psi di Craxi: ad esso fecero sponda sia l’area migliorista del Pci che la sinistra radicale, rappresentata in Consiglio comunale da Dp. Così, mentre si poneva fine ad una delle esperienze più avanzate sul piano della democrazia e della partecipazione operaia, si faceva spazio quella Milano da bere che avrebbe segnato tutto il decennio degli anni ’80, partendo dai 35 giorni di Mirafiori e passando a quella notte di San Silvestro con cui le lavoratrici e i lavoratori si sarebbero visti scippare la scala mobile, cioè l’unico strumento utile ad adeguare i salari al costo della vita.