Quando gli operai cambiano la storia

IN LOTTA Sono di nuovo a Roma e non si lasciano incantare dai nuovissimi cartelloni elettorali che inneggiano ai miracoli governativi di un “illusionista” un po’ concitato. I metalmeccanici intendono raccontare così un’altra realtà, tra redditi stentati e diritti ridotti. Lo
fanno nel cuore del Paese, tra i palazzi del potere. Qualcuno ancora una volta non rispetterà tali battaglie di dignità, parlerà di loro con disprezzo, dirà che si tratta di una scampagnata fuori-porta, di uno «sciopero inutile». Qualcun altro ritirerà fuori laproposta dello «sciopero virtuale». Così il conflitto diventerebbe una tranquilla pratica burocratica, una partita a scacchi con un’organizzazione sindacale ridotta ad un piccolo gruppo di giocatori.
E invece i metalmeccanici insistono a voler far sentire le proprie voci, a organizzare cortei, ad impegnarsi in viaggi faticosi, notte e giorno, per essere a Roma anche questo due dicembre, come tanti anni fa. Sono ancora convinti che il sindacato sia una cosa viva, cui partecipare in prima persona e non un’associazione di avvocati. Sono antiquati? Hanno ragioni serie per non mancare all’appuntamento? Una recentissima indagine sui salari (“I salari nei primi anni duemila”, Megale, D’Aloia, Birindelli, editrice Ediesse) ha tra l’altro denunciato una perdita delle retribuzioni reali, negli ultimi tre anni, pari allo 0,6 per cento. Un dato che per essere compreso deve essere messo in relazione all’aumento di prezzi e tariffe. E che certo fa a pugni con le valutazioni di Massimo Calearo, presidente della Federmeccanica, che su questo giornale ha parlato di aumenti pari al 2,5%. Se fosse vero saremmo di fronte ad una massa di arricchiti o quasi e che non sanno di esserlo. Certo l’Italia registra, come ha sottolineato lo stesso Calearo, la crisi di un apparato industriale.
Ma le responsabilità di tutto ciò non possono essere addebitate ai vari Cipputi. A parte il fatto che non conosciamo storie d’imprenditori sull’orlo del lastrico, visto che tanti hanno magari abbandonato la manifattura per darsi alla finanza. E’ la storia di questi anni, costellati di grandi industrie chiuse e di molti capitalisti che non volevano rischiare in produzioni innovative. I metalmeccanici tornano a Roma anche per dire
questo. Sono un po’ i figli di quelli che negli anni Sessanta riempivano piazza del Popolo a Roma. Quando questo giornale titolava sul “risveglio operaio”. Oggi potremmo parlare di resistenza operaia.
Non siamo più alle veglie degli elettromeccanici in piazza del Duomo a Milano. Spesso e volentieri nelle stesse fabbriche fordiste sono cresciuti lavoratori che portano casacche diverse, lavoratori in affitto, lavoratori a progetto, lavoratori a chiamata. Norme diverse, realtà produttive diverse. Eppure qualcosa è rimasto eguale. Lo si vede dalle facce. Basta sfogliare le pagine degli archivi fotografici, le immagini raccolte da Uliano Lucas. Basta vedere le espressioni tranquille ma determinate di quelli che sfilano per Roma nel 1969. Con Pio Galli, un importante dirigente della Fiom, che scriverà: «Era anche una festa, un momento di liberazione dal vincolo e dalla disciplina del lavoro alla catena». Sono gli stessi che nel 1972 sfileranno per le vie di Reggio Calabria e sfidavano fascisti e mafie locali. Donne e uomini che sapevano inserire le loro richieste di libertà e di benessere in un orizzonte più grande. Una spinta che porterà Luciano Lama a dire: «Siamo consapevoli di essere una grande forza che difende la libertà, la dignità degli uomini, la vita democratica, come forza indispensabile della convivenza civile».
Quello spirito non si è dissolto. Ha prodotto decine di manifestazioni nel corso del tempo. Con motivazioni forti e spesso innovative. Come in quel febbraio del 1973 quando in Piazza San Giovanni i metalmeccanici rivendicano, tra l’altro, «il diritto allo studio». E in quell’altro due dicembre, nel 1977, con la celebre vignetta di Forattini che provoca l’indignazione dello storico Paolo Spriano perché cerca di mettere alla berlina Enrico Berlinguer. E l’Unità che titola: «Una forza operaia immensa».
E poi ancora nel 1979, nel 1982, nel 1990, nel 1996, nel 1999, nel 2003. Sono gli anni di Trentin, Carniti, Benvenuto, Marini, Bentivogli, Garavini, Vigevani, Sabbatini… Storie di cortei combattivi che accompagnano le ansie del Paese, i tentativi di trovare sbocchi diversi di cambiamento. E speso segnalano i mutamenti in corso. Così troviamo nelle cronache del 2003 la testimonianza di un lavoratore della Fincantieri che parla dei nuovi venuti i lavoratori non a posto fisso: «Come in tutte le aziende, però tutti sentono la necessità di essere presenti stamattina…».
Ma perché tanta irriducibile ostinazione? Perchè non desistono e non credono nello sciopero virtuale e magari nel sindacato virtuale? Può aiutarci a capire questa testimonianza, raccolta durante una conversazione con un gruppo di studenti, di Bruno Trentin: «Ho passato tutta una vita nel lavoro sindacale. Probabilmente questa scelta l’ho fatta perché ho scoperto, anche quand’ero molto giovane, nella classe lavoratrice, una straordinaria voglia di conoscenza e di libertà, proprio in quei lavoratori che non avevano avuto la fortuna di un’educazione, di partecipare ad un’esperienza di studi. Proprio lì ho trovato un bisogno straordinario, molto più grande di quello di avere un alto salario, ecco, di diventare persone libere, di esprimersi attraverso il proprio lavoro liberamente, di conoscere. E questo spiega anche la grande fierezza, che risorge continuamente nel mondo del lavoro».