Quando eravamo extracomunitari

Un nuovo museo in Calabria, dedicato al secolo e mezzo di emigrazione italiana all’estero. Fondamentale per capire più a fondo chi sono gli emigrati che ora arrivano in Italia

CAMIGLIATELLO SILANO (Cosenza)
Prima di andare a verificare, dentro un altro pezzo di Sud, in uno dei comuni più emblematici già protagonista in passato di questa lacerazione, contenuti e variazioni della nuova emigrazione meridionale, un’emigrazione che è oggi più cronaca che storia a differenza del grande esodo del passato, viene a puntino l’inaugurazione del Museo Narrante dell’Emigrazione sulla Sila Grande. Dentro la tenuta dove opera il Parco letterario dedicato a Norman Douglass e al suo memoriale «Old Calabria», la «Nave della Sila» (questo il nome del museo con evidente allusione al viaggio) è ospitato nell’antica e grande vaccheria e ha una scenografia suggestiva, curata da Anna Cilìa, che ricalca la tolda di una nave con un sapiente uso delle luci, dei tendaggi e degli spazi. E’ in fondo uno dei tentativi di raccontare l’emigrazione italiana, che ha ormai oltrepassato più di un secolo e mezzo di storia, in un’ottica non regionale e per colmare un vuoto soprattutto nell’ambito scolastico dove di quegli avvenimenti si è studiato poco o nulla.

Materiali inediti

È un lungo viaggio dove si intrecciano fotografie e scrittura con molto materiale inedito proveniente da privati e da fondazioni. Il Museo è stato curato da Gian Antonio Stella, giornalista e attento perlustratore del mondo migrante che ha al suo attivo molti scritti sul tema oggi diventati anche pièces teatrali. Il museo è inoltre vissuto nelle sue tre ciminiere, che ospitano ognuna un approfondimento. Nella prima c’è la scaletta musicale dove si può scegliere tra un vasto repertorio di canzoni sull’emigrazione curato da Gualtiero Bertelli. Nella seconda alcune cuccette di terza classe simulano, con precisione letterale e con l’ausilio di foto, rumori e odori, la disperata condizione del viaggio di chi era costretto a partire per la Merica. Nella terza uno spazio dell’Istituto Luce, dove è possibile scegliere questo o quel filmato sull’emigrazione.

Non mancano poi due maniche a vento con specifiche informazioni regionali: in una tutta la storia di una famiglia calabrese su computer, nell’altra la memoria, nome per nome, degli sbarchi dei calabresi in America. La struttura ha poi altri spazi e progetti di cui si parla nella scheda a lato.

«Se devi lasciare la tua patria, salendo sulla nave, distogli lo sguardo dai confini che ti hanno visto nascere», scriveva Pitagora: ed è anche lo scritto che campeggia all’inizio dell’ingresso del museo dell’emigrazione. Naturalmente non sempre è stato così e spesso per molti la patria ha continuato ad essere portata dentro di sé come una malattia. Ma la cosa che colpisce visitando il museo, guardando le foto e leggendo i testi, è la somiglianza impressionante dell’emigrazione italiana con i problemi vissuti dall’immigrazione di ogni colore che da alcuni anni ha invaso il nostro paese. Una somiglianza che si coglie a partire dai volti, poveri e toccati dalla fatica e dall’esclusione. La clandestinità, il razzismo, i pregiudizi, lo sfruttamento bestiale e quant’altro è stato costantemente presente tra i nostri avi migranti.

Per questo il viaggio, che soprattutto le scuole potranno intraprendere alla scoperta di «quando gli albanesi eravamo noi», è quanto mai istruttivo e può aprire gli occhi a tanti ragazzi che di quelle storie spesso conoscono ben poco, prigionieri di una nazione dove la cancellazione della memoria sembra essere diventato lo sport preferito. Poi magari ci sarebbe da discutere di alcune verità nascoste che anche qui non vengono a galla. Come, ad esempio, ed è argomento di cui si parla pochissimo, il ruolo delle donne che rimasero nei loro paesi d’origine e che subirono spesso angherie e vessazioni di tutti i tipi. Oppure l’altra verità nascosta, che racconta che l’emigrazione italiana fu anche quella che è sempre stata qualsiasi emigrazione, cioè l’espulsione di una fetta di popolazione da un territorio per il consolidamento degli interessi di quelli che rimangono.

Il viaggio nel museo silano inizia con le foto e gli scritti dell’Italia «da cui partivano». Un’Italia povera e con una forte incidenza della mortalità, una nazione contadina dove vigeva il proverbio «peggio perdere una pecora che perdere un bambino». Naturalmente il «nuovo mondo», cioè l’America, presentato, prima della partenza, come un luogo dal fascino incredibile, si rivelava una realtà del tutto diversa, e molte illusioni venivano infrante già sulle navi d’imbarco dove si scopriva un’amara verità. Scrive padre Pietro Maldotti nella sua relazione sul porto di Genova a fine Ottocento: «Non era raro vedere centinaia di famiglie sdraiate sull’umido pavimento… le derrate vendute a prezzi favolosi non sfamavano gli infelici…».

Cucce per cani

Il viaggio fu spesso causa di sofferenze di ogni tipo fino alla morte. Pigiati come acciughe dentro dormitori che erano spesso «cucce per cani», caricate all’inverosimile di «tonnellate umane» e spesso ridotte a sgangherate carrette le navi degli emigranti erano esposte a epidemie che potevano essere devastanti. Sempre dalla documentazione del porto di Genova, secondo Nicola Malnate, ispettore del porto, il trasporto dei nostri emigranti avveniva sui mercantili serviti per la tratta degli schiavi.

Il viaggio nel nuovo mondo si concludeva per i più piccoli in una strage e erano soprattutto le epidemie di morbillo e varicella a provocare decessi di massa. Struggente è il racconto di Francesca Mazzarotto, riportato dalla «Storia dell’emigrazione italiana» dell’editore Donzelli, un’opera che sta scavando profondamente sull’argomento: «Durante il viaggio la bimba mi prese la febbre alta. Tremava. Cercai di scaldarla ma all’improvviso morì. Me la strapparono dalle braccia, la fasciarono tutta da capo a piedi, le legarono una grossa pietra al collo. Alle due di notte, con quelle onde così nere, la calarono giù in mare». E l’incubo della bandiera gialla, cioè le navi respinte dai porti perché avevano epidemie a bordo, ha accompagnato per anni l’esodo. Grande risalto c’è poi, nella mostra, al problema della clandestinità, di cui si discute a vanvera e con spietato moralismo oggi, mentre è stato problema di massa per i nostri vecchi emigranti che hanno vissuto per anni con la paura del rimpatrio.

In ultimo non va poi dimenticato il filtro spietato che è stato Ellis Island, il posto dove si passavano tutti al setaccio, con metodi umilianti e vessatori, prima di essere ammessi in America. Giornalisti quotati come Regina Armstrong o Arthur Sweeney parlavano razzisticamente di «una gran quantità di malattie organiche in Italia» oppure di «Italiani mentalmente inferiori». Ma c’era anche chi prendeva a cuore i nuovi arrivati. Il fotografo e scrittore Jacob Riis documenta come vivevano gli italiani in America: «In un solo isolato in 132 stanze vivono 1324 italiani per lo più in letti accastellati con più di dieci persone per stanza». A ricordarci poi cosa era il quartiere di Five Points (Cinque Punti), molto prima del film di Martin Scorsese «Gangs of New York», ci ha pensato Adolfo Rossi in un libro del 1914: «A New York c’è quasi da vergognarsi di essere italiani. La grande maggioranza dei nostri compatrioti, formata dalla classe più miserabile delle province meridionali, abita nel quartiere meno pulito della città, chiamato i Five Points. E’ un agglomerato di casacce nere e ributtanti, dove la gente viene accatastata peggio delle bestie. In una sola stanza abitano famiglie numerose con gatti, cani e scimmie, dormono nello stesso bugigattolo senz’aria e senza luce». Inutile dire che i pregiudizi contro gli italiani erano all’ordine del giorno e hanno avuto una durata secolare. Se infatti il capo della polizia americana scriveva ai primi del Novecento che «l’America è diventata la terra promessa dei delinquenti italiani», uno spavaldo Richard Nixon aggiungeva nel 1973: «Il guaio è che non ne trovi uno onesto».

Ma anche la seconda grande emigrazione, quella nella vicina Europa non scherza in quanto a vessazioni e sacrifici. A Ginevra, nel 1962, cioè quando già in Italia era iniziato il boom economico, si viveva in 16 in una sola stanza. In Germania, nel 1964, 35 famiglie di nostri connazionali erano alloggiati in una grossa baracca, ex campo di concentramento per prigionieri di guerra sovietici.

Odio razzista

Naturalmente anche qui l’odio razzistico era all’ordine del giorno: se oggi in Svizzera, ad esempio, il 76% della popolazione ha definito positiva l’emigrazione italiana, non vanno dimenticate le vere e proprie cacce all’uomo messe in atto in passato contro gli italiani in città pure dalla forte nomea civile come Zurigo. Racconta Gualtiero Bertelli: «Mi piacerebbe che questo museo avesse un impatto in cui le persone possano non solo conoscere ma soprattutto riconoscersi. C’è già una notizia positiva. Mi ha chiamato un emigrato cosentino che sta in America da più di 40 anni e ha scritto una canzone sull’emigrazione molto conosciuta lì ma sconosciuta in Italia. Ecco, se oltre alla visita del museo, si mettesse in moto una partecipazione che rilancia il ruolo insostituibile della memoria, il successo di questa iniziativa sarebbe più che assicurato». Intanto la struggente nenia di Woody Guthrie canta il dolore della signora Petrucci che perse tre figli (il maggiore aveva 4 anni) uccisi nel massacro di Ludlow, in Colorado. John Rockfeller scatenò la milizia armata contro gli operai in sciopero nel 1914. I morti complessivi furono 66 tra cui 13 bambini. Un massacro brutale e imperdonabile anche se, per rifarsi la faccia, il magnate diede vita alla Fondazione Rockfeller che avrebbe aperto pochi anni dopo il Moma, il più celebre museo d’arte moderna al mondo.