Quali margini di riforme con il patto di stabilità?

Fa bene Bertinotti a riconoscere che è possibile qui e ora dar vita a un’alternativa programmatica di governo in cui il Prc e le forze della sinistra di alternativa nel loro complesso diventino motore di un processo riformatore: troppo tempo s’è perso dietro l’idea che si fossero esauriti gli spazi del riformismo e che la sovranità dello Stato-nazione fosse ormai un simulacro dietro il quale dettavano legge le istituzioni politiche dell’Impero (cioè del capitalismo) globale, al punto che poco importava che a governare fosse la Casa delle libertà o l’Ulivo, visto che il programma era già scritto e niente e nessuno poteva modificarlo.

Il tramonto della tesi dell’Impero, un nuovo ruolo agli Stati nazionali
Ci si potrebbe eventualmente interrogare su cosa mai sia accaduto in questo scorcio di tempo per mutare l’opposto giudizio espresso al riguardo dall’ultimo congresso e chiedere se le ragioni del riformismo (concetto che, a scanso di equivoci, uso nell’accezione originaria che esso possedeva nella cultura del movimento operaio, dove indicava una sequenza di riforme legislative e lato sensu istituzionali che pervenisse gradualmente alla trasformazione in senso socialista della società) non fossero presenti anche prima del 12 settembre scorso. Ma sarebbe polemica inutile: la situazione odierna è grave, talora perfino seria, e non consente di immorare su discorsi rivolti all’indietro; meglio quindi esplorare un po’ più dappresso la possibilità evocata da Bertinotti.

Non pochi (e chi scrive fra questi) ritengono che il limite principale dell’esperienza dei precedenti governi dell’Ulivo vada ricercato nell’incapacità di intraprendere politiche che avviassero a rimedio i mali storici della nostra realtà economica e sociale: una struttura fortemente territorializzata della produzione e dell’occupazione, il declino del contenuto tecnologico dei nostri prodotti, la conseguente possibilità di competere con l’estero solo sul costo del lavoro, un settore terziario e finanziario che pratica comportamenti collusivi, infrastrutture civili fatiscenti, consumi penalizzati da almeno due decenni di distribuzione del reddito favorevole ai profitti, un welfare iniquo ed escludente. Mentre ciò avrebbe richiesto cospicue risorse finanziarie a sostegno della domanda pubblica, prima ancora che privata, le statistiche indicano invece che negli anni dell’Ulivo gli investimenti pubblici, scesi ai minimi storici durante i quattro anni precedenti, non hanno mostrato alcuna significativa inversione di tendenza, mentre si è proceduto con dedizione degna di miglior causa nella privatizzazione del patrimonio industriale, con i risultati che Luciano Gallino ha scolpito con rara efficacia descrittiva nel suo prezioso La scomparsa dell’Italia industriale.

Grandi riforme in rottura col ciclo neoliberista: una strada obbligata
A ragione, dunque, Bertinotti indica in alcune «grandi riforme di rottura col ciclo neoliberista» la strada obbligata per «un’innovazione del modello generale di organizzazione della società»: essenzialmente, un’ampia redistribuzione del reddito a favore di salari, stipendi e pensioni e la (ri) costituzione di un’ampia disponibilità di beni pubblici, in un quadro di rinnovata programmazione dell’allocazione delle risorse pubbliche e private.

Ora, da un punto di vista macroeconomico, riforme del genere implicano che la spinta sulla spesa pubblica possa essere tale da far tendere il bilancio verso il pareggio primario (vale a dire verso l’uguaglianza tra la spesa al netto degli interessi e le entrate fiscali) e che le pressioni sui salari siano tali non solo da oltrepassare la dinamica dell’inflazione, ma anche da conquistare quote sempre più ampie di produttività.

Ma come la mettiamo con il Patto di stabilità?

Spinte di questo tipo – lo ha chiarito Emiliano Brancaccio in un lucido intervento sul manifesto del 18 luglio scorso – non possono certo definirsi «estremiste», dal momento che si limitano solo ad attenuare, non certo a ribaltare, l’ascesa tendenziale del saggio di profitto e le conseguenti variazioni nella distribuzione del reddito: un ribaltamento avverrebbe solo se l’aumento della spesa portasse al disavanzo primario e l’incremento salariale superasse quello della produttività. Ma – domando – sono queste spinte, per quanto «moderate», compatibili con gli obblighi assunti dal nostro Paese con la sottoscrizione del Patto di stabilità?

Per quanto di quest’ultimo le tesi di Bertinotti non facciano menzione alcuna, la questione non è secondaria, perché la giustificazione che da molte parti s’è data dell’incapacità dei primi governi dell’Ulivo di risolvere i mali storici della nostra società è stata che risorse non ce n’erano perché si dovevano rispettare i parametri fissati a Maastricht.

Sennonché, lo sforzo di convergere verso quei parametri obbliga lo Stato italiano a perseguire una linea di politica economica antitetica a quella auspicata da Bertinotti, perché comporta la necessità di spendere per sanità, pensioni, istruzione, ricerca e sviluppo ecc. meno di quel che s’introita con le tasse e di «girare» la differenza ai portatori di titoli del debito pubblico, almeno fino a quando quest’ultimo non sarà abbattuto di circa la metà (per capirci: dal 1993 al 2003 ciò ha comportato minori spese per 484.000 miliardi di vecchie lire).

La domanda obbligata, allora, è la seguente: è possibile, con un vincolo simile, risolvere gli immani problemi che abbiamo di fronte? O non si continuerà a fare come s’è fatto in passato, cioè a scambiare per «riformismo» la destrutturazione del mercato del lavoro e della previdenza sociale, che poi è la strada obbligata se si vogliono sostenere i profitti in un contesto di domanda calante? E che farà Rifondazione quando le si chiederà di contribuire allo scopo? Abbozzerà, come ha fatto col pacchetto Treu (padre naturale della legge 30) e con la controriforma delle pensioni approvata dal primo governo Prodi, o romperà il patto di governo, nell’uno e nell’altro caso vanificando la possibilità di sconfiggere la legge del pendolo, il cui spettro Bertinotti opportunamente richiama nell’undicesima tesi?

Mi è già capitato altre volte di richiamare l’attenzione su queste e simili questioni, che certo non incontrano l’interesse delle masse, per quanto ne condizionino come poche altre le concrete condizioni di vita. Soprattutto quando si discute di coalizioni, governi e riforme sarebbe bene, però, averle presenti: il diavolo sta sempre nei dettagli.