Quale futuro per l’Università? Continuità e discontinuità nel centrosinistra

Domenica scorsa, commentando su “Liberazione” un articolo di “Europa” a proposito della Conferenza Nazionale sull’Università (tenutasi a Milano il 7 ottobre), Domenico Jervolino scriveva che se il tono generale era quello riportato sul giornale della Margherita, non si capiva bene in cosa dovrebbero distinguersi le proposte dell’Unione sull’Università da quelle, infauste, della Moratti.

Noi, che eravamo presenti a quel convegno, non possiamo che confermare la veridicità del “tono generale” dell’articolo di “Europa”. E dunque anche la fondatezza dell’allarme manifestato da Jervolino.

Al di là della relativa cautela degli interventi di alcuni dei politici presenti in quella circostanza (in particolare dell’on. Bimbi, e per certi versi anche del sen. Modica) e di Prodi, che ha fatto pervenire alla Conferenza un intervento registrato), sono soprattutto le analisi e le proposte formulate in molti altri interventi ad aver suscitato gli interrogativi più inquietanti.

Innanzi tutto l’analisi. E’ mancata una vera problematizzazione degli esiti della riforma del “3+2” (ovvero della sostituzione del percorso quadriennale voluta da Luigi Berlinguer con un trienno di base seguito da un biennio specialistico). Di quella riforma sono stati tessuti elogi imbarazzanti e del tutto immmotivati. Viene da chiedersi in quale Università viva chi ha espresso quei giudizi, e come si possa ignorare il netto abbassamento del livello, la “liceizzazione” dell’Università che è ormai una realtà sotto gli occhi di tutti. Il “3+2” ha inaugurato una Università supermarket dell’informazione (neppure della formazione) dove in nome di un mercato del lavoro precario -che si finisce così non solo per accettare ma anche per auspicare- si costruisce un percorso formativo leggero e flessibile, del tutto inadeguato al conseguimento di una vera e solida formazione di base. Non sono solo i nostri occhi offuscati dall’ideologia a portarci a formulare questo giudizio. Il “Corriere della sera” del 30 settembre scorso titolava: “Laureati triennali? Le aziende restano fredde”; e ancora, nel sottotitolo: “La prima generazione post riforma ‘è acerba e insicura’”. Dunque non soltanto il “3+2” è inadatto a sostenere una corretta e, dal nostro punto di vista, indispensabile formazione a un sapere critico e complesso. Ma non è neppure in grado di risolvere i problemi lavorativi che si pongono in modo sempre più drammatico ai giovani laureati.

Per ciò che riguarda le proposte in campo, la situazione si è poi fatta, se possibile, ancora più inquietante. Così gli interventi: competizione fra le università, rafforzamento degli atenei privati, drastica riduzione dei finanziamenti pubblici per gli Atenei statali, diversificazione netta degli stipendi dei docenti, aumento delle tasse universitarie, governo di tipo manageriale degli Atenei e degli organi accademici. A questo quadro non esattamente incoraggiante si è aggiunta la mancanza di una parola chiara sul precariato, così che, a scanso di equivoci, uno degli oratori, Giliberto Capano, nell’articolo di “Europa” ha tenuto a precisare, ancorché “a titolo personale”, che “in nessun paese al mondo ci sono ricercatori assunti a tempo indeterminato”. Se qualcuno non avesse ancora inteso…

Naturalmente il resoconto che abbiamo fatto non rende conto di tutte le diversità delle opinioni espresse. Per fare un esempio, sull’aumento delle tasse universitarie (lo ricordiamo: già molto alte in Italia) non c’è stata per fortuna unanimità di vedute.

Eppure è giusto trarre dalla Conferenza un orientamento generale che, d’altra parte, gli organizzatori hanno voluto sottolineare nelle parole conclusive di Giunio Luzzatto. E ciò consente di mettere in evidenza il punto davvero cruciale. L’idea di Università che è emersa dalla Conferenza di Milano si pone in perfetta continuità con le politiche universitarie svolte dai governi succedutisi negli anni Novanta, politiche di cui la “controriforma” Moratti non è che l’ultimo ed estremo esito.

In questo senso il centrosinistra si trova oggi di fronte a un bivio decisivo. O, come a noi sembra indispensabile, intraprende un percorso di rottura, almeno sul piano strategico, nei confronti della lunga stagione del trionfo dell’ideologia dell’azienda applicata all’Università, oppure si troverà, ancora una volta, a realizzare da sinistra politiche squisitamente di destra. Non è questo né ciò che vogliamo, né ciò che sembrano chiedere, a gran voce, i nostri elettori (dell’Unione e non solo di Rifondazione).