Quale “democrazia”? – PARTE PRIMA

1. Premessa: la “democrazia” in ostaggio
La guerra delle parole è una componente di rilievo del conflitto tra capitale e lavoro. E il suo andamento non è affatto buono. Molte parole sono per così dire cadute sul campo – e sembrano diventate inutilizzabili. Altre sono ostaggio del nemico, che se ne è appropriato e ha conferito loro un significato diverso (a volte opposto) rispetto a quello originario.
“Democrazia” è una delle parole chiave da riconquistare (al pari, del resto, della realtà della democrazia nel suo significato autentico e non addomesticato): essa infatti non solo è stata presa in ostaggio, ma viene costantemente adoperata come un autentico grimaldello ideologico. Un’arma adoperata tanto sul piano interno, per giustificare la repressione di movimenti di lotta (si pensi all’accusa di “sovversione dell’ordine democratico”, che oggi vive un grande revival), quanto su quello internazionale, per giustificare aggressioni militari (si veda la cosiddetta “necessità di esportare la democrazia”). Ma a ben vedere si tratta di uno strumento che non serve soltanto a combattere le battaglie del presente, ma anche a conquistare il passato, riscrivendolo secondo schemi di comodo, utili a produrre egemonia (tipica, a questo riguardo, l’opposizione – purtroppo ormai passata nella coscienza comune – tra “democrazia” e “comunismo”).
E dire che la storia di questa parola era iniziata in modo ben diverso.

2. Un concetto dimenticato: la democrazia come “governo del popolo”
Nei luoghi classici del pensiero antico (si veda Polibio) in cui incontriamo il termine “democrazia”, esso ha il significato (conforme del resto all’etimo) di “potere/governo del popolo”, “signoria del popolo”. Ma è interessante notare che già Aristotele aveva fatto un passo ulteriore, connettendo il “governo dei molti” ad una determinazione non semplicemente quantitativa, ma economica. Ecco il passo chiave in tal senso: “il ragionamento sembra dimostrare che il numero dei governanti, ristretto in un’oligarchia o elevato in una democrazia, è un elemento accidentale dovuto al fatto che dovunque i ricchi sono pochi e i poveri numerosi. Perciò… la reale differenza tra la democrazia e l’oligarchia è la povertà e la ricchezza. Dovunque gli uomini governano in ragione della loro ricchezza, siano pochi o molti, si ha un’oligarchia, e dove governano i poveri, si ha una democrazia”.
È proprio questa connotazione sociale e di classe della democrazia a far sì che, sin dall’antichità, essa sia stata più volte contrapposta alla libertà. Così è in Tucidide, e così è, modernamente, in Tocqueville. Quest’ultimo afferma: “Ho per le istituzioni democratiche un gusto della mente, ma sono aristocratico per istinto, cioè disprezzo e temo la folla. Amo con passione la libertà, la legalità, il rispetto dei diritti, ma non la democrazia”.
Il motivo di questa contrapposizione, a prima vista singolare, ci è chiaro se prendiamo il Discorso sulla libertà degli antichi e dei moderni di Benjamin Constant, nel cui solco si colloca anche la posizione di Tocqueville: “la libertà – scriveva Constant – deve consistere, per noi, nel godimento pacifico dell’indipendenza privata”. Qui, evidentemente, “indipendenza privata” sta per “ricchezza”. Non a caso, Tocqueville era contrario al suffragio universale: in quanto riteneva che esso avrebbe consegnato il potere alle folle diseredate, alla parte più povera della popolazione. Per questo stesso motivo Karl Marx e Friedrich Engels, nel Manifesto del partito comunista, si dichiarano invece favorevoli alla conquista del suffragio universale, ritenendolo funzionale alla conquista del potere politico da parte del proletariato.

3. Democrazia e suffragio dal 1848 all’avvento dei fascismi
In effetti, se per un certo periodo anche una parte della borghesia (in contrapposizione alle estreme restrizioni censitarie dell’Europa della Restaurazione) chiede il suffragio universale, ben presto, sulla scorta delle esperienze del 1848 in Francia, comincia ad averne paura. E quindi lo “corregge” in vari modi: tornando a favorire criteri censitari per il diritto di voto o inserendo correttivi “tecnici” quali il sistema maggioritario e l’uninominale (a un turno o a due turni). A questo riguardo è interessante notare che nell’Ottocento ebbero luogo numerose battaglie popolari per il sistema proporzionale, ritenuto l’unico sistema di elezione in grado di rendere effettivo il suffragio universale.
Ad ogni modo, ancora allo scoppio della prima guerra mondiale in Europa il suffragio universale o non è presente (non è presente in Italia, ma neppure nelle cosiddette “democrazie liberali” di Inghilterra e Francia), oppure, dove è presente (come in Germania), la sua efficacia è fortemente indebolita dal sistema uninominale in vigore.
E non appena in molti paesi si giunge effettivamente al suffragio universale maschile (1918-9), le classi dominanti provvedono a gettarsi nelle braccia del fascismo e del nazismo. E anche laddove ciò non succede, come in Inghilterra, l’esperimento fascista è considerato degno di rispetto e ammirazione (ecco cosa ne dice Winston Churchill ancora nel 1933: “Il genio romano impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha mostrato a molte nazioni come si può resistere all’incalzare del socialismo e ha indicato la strada che una nazione può seguire quando sia coraggiosamente condotta. Col regime fascista, Mussolini ha stabilito un centro di orientamento dal quale i paesi che sono impegnati nella lotta corpo a corpo col socialismo non devono esitare ad essere guidati” ).

4. Dopo la guerra: le Costituzioni democratiche
Dopo la sconfitta del nazismo e del fascismo la democrazia vive in Europa probabilmente la sua migliore stagione. In qualche caso, le stesse Carte Costituzionali approvate dopo la seconda guerra mondiale incorporano nel loro testo significativi elementi di democrazia sociale.
Nella Costituzione francese sono previste le nazionalizzazioni delle imprese aventi carattere “di servizio pubblico nazionale o di monopolio di fatto”, in quella tedesca sono previsti “limiti” al diritto di proprietà. Ancora più avanzata è la Costituzione italiana. In essa si legge tra l’altro che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). Viene così, di fatto, tradotta in norma costituzionale la nozione – coniata da Eugenio Curiel e ripresa da Palmiro Togliatti – di “democrazia progressiva”. Intesa come una democrazia che ha il compito di promuovere l’eguaglianza e la libertà dei cittadini – considerando eguaglianza e libertà come termini indissolubili.
Si può affermare che per circa un trentennio, dal 1945 ai primi anni Settanta, la democrazia reale abbia fatto passi avanti. La svolta, su scala europea e mondiale, si situa proprio nei primi anni Settanta, all’inizio della crisi di accumulazione che tuttora perdura.
Va però sottolineato come l’attacco alla democrazia sia in verità ripreso subito dopo il 1945. I fronti di attacco sono molteplici.
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NOTE
1 Polibio, Storie, libro VI, cap. 3; tr. it. di C. Schick, Milano, Mondadori, 1955, rist. 1980, vol. II, pp. 92-94. Nel cap. successivo Polibio tratta delle forme degenerative di monarchia, aristocrazia e democrazia.
2 Aristotele, Politica, 1279b34-1280a4. Cit. in M. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, Roma-Bari, Laterza, 1973, 19822, rist. 1997, pp. 13-14 (si vedano anche le osservazioni di Finley in merito).
3 A. de Tocqueville, Scritti, note, discorsi politici, a cura di U. Coldagelli, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, p. 13. Cit. in L. Canfora, La democrazia. Storia di un’ideologia, Roma-Bari, Laterza, 2004, p. 28. A Canfora si deve anche la magistrale dimostrazione della falsa interpretazione di un passo di Tucidide, mistificatoriamente inserito come preambolo nella prima bozza della cosiddetta “Costituzione europea”: ivi, pp. 12-13.
4 L. Canfora, La democrazia, cit., p. 94.
5 L. Canfora, La democrazia, cit., pp. 129-30, 135, 160-61.
6 Il diritto di voto anche per le donne fu infatti introdotto per la prima volta da Lenin in Unione Sovietica.
7 Discorso alla Lega antisocialista britannica, 18 febbraio 1933. Si noti che questo discorso fu pronunciato quando Hitler era già divenuto cancelliere. Cit. in Canfora, La democrazia, p. 232.
8 In argomento si veda l’intero cap. 13 di L. Canfora, La democrazia, pp. 254-287.