Quale “democrazia”? – PARTE 2

1. L’attacco alla democrazia dal dopoguerra ad oggi

A. La demolizione pratica del suffragio universale
In Germania nel 1953 è introdotto lo sbarramento al 5% per impedire l’ingresso in Parlamento al Partito Comunista (nel 1956 poi messo fuorilegge). In Francia nel 1958 viene introdotto il sistema uninominale a doppio turno, anche in questo caso per marginalizzare il PCF; nel 1962 è introdotta l’elezione diretta del Presidente. In Italia nel 1953 si tenta di colpire il sistema proporzionale con la “legge truffa”, ma la manovra fallisce; nel 1993 riesce invece l’introduzione del sistema maggioritario (dando così attuazione al “Piano di rinascita nazionale” di Licio Gelli). Per non parlare dei Paesi in cui sono state stabilite o mantenute vere e proprie dittature: Grecia, Spagna e Portogallo.
Si tratta di un processo apparentemente inarrestabile. In Italia negli ultimi mesi è stata approvata in Parlamento una riforma della Costituzione che dà al premier poteri quasi dittatoriali. Quanto alla Germania, il consulente aziendale Roland Berger ha recentemente dichiarato: “La Carta del 1949 è invecchiata: contiene troppi checks and balances. Il sistema proporzionale dovrebbe essere cambiato: solo concedendo maggioranze nette ai Governi sarà possibile modernizzare la struttura politica ed economica del Paese”.
Allo stato attuale una cosa è certa: la palma del sistema elettorale più antidemocratico spetta in Europa al “sistema uninominale secco” del Regno Unito, ove chi prende la maggioranza relativa dei voti di un collegio elettorale ne è l’unico rappresentante. La misura dell’antidemocraticità del sistema elettorale inglese è emersa con forza in occasione delle elezioni parlamentari del 5 maggio 2005, che hanno visto i laburisti riconquistare la maggioranza assoluta dei seggi (con 67 seggi di scarto) avendo conseguito appena il 35% dei voti espressi. Di fatto, il governo attuale è stato votato da non più del 20% della popolazione inglese. In media, ogni deputato laburista è stato eletto con 26.877 voti, mentre i conservatori hanno avuto bisogno di 44.251 voti e i liberaldemocratici addirittura di qualcosa come 96.378 voti per deputato. Se la regola democratica n. 1 è che tutti i voti contano alla stessa maniera, la conclusione è obbligata: in Gran Bretagna oggi non c’è democrazia.

B. L’attacco teorico alla democrazia
In parallelo al ridimensionamento pratico, ha luogo un attacco teorico alla democrazia, teso a renderla un concetto imbalsamato. Imbalsamato in senso proprio: da queste teorie il concetto di democrazia viene infatti svuotato e riempito di un significato diverso dall’originario.
a) La democrazia da contenuto a forma, da fine a mezzo. Il primo passo consiste nel far designare al termine “democrazia” non più un contenuto o un fine (il potere del popolo, la sovranità popolare – da conseguirsi attraverso una serie di strumenti tra cui le elezioni con suffragio universale), ma una particolare forma o metodo di governo: quello della “democrazia rappresentativa”. Al riguardo resta classica la definizione di Schumpeter: “il metodo democratico è quella organizzazione istituzionale per giungere a decisioni politiche in base alla quale singoli cittadini ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare”. Come giustamente osservato da Danilo Zolo, per Schumpeter quindi “il compito che nei regimi democratici viene effettivamente affidato al popolo non è dunque quello di decidere, ma solo quello di decidere su chi deve decidere, e cioè la designazione o, più spesso, la semplice accettazione di una leadership politica”. Ci si potrebbe aspettare, a questo punto, che almeno il criterio della massima partecipazione possibile alle elezioni sia considerato importante da questi teorici per giudicare dello stato di salute di una democrazia. E invece no.
b) L’elogio dell’apatia politica. Nel 1954 il politologo americano W.H. Morris Jones scrive un articolo dal titolo “In difesa dell’apatia”. In esso sostiene tra l’altro che “molte delle idee connesse con il tema generale del Dovere del Voto appartengono propriamente al campo totalitario e sono fuori luogo nel vocabolario di una democrazia liberale”; al contrario, l’apatia politica ha un “effetto benefico sul tono della vita politica” in quanto “più o meno efficacemente fa da contrappeso a quei fanatici che rappresentano il vero pericolo della democrazia liberale”. Quando, come fa Popper, si definisce la “democrazia” come “un metodo di alternanza al potere senza spargimento di sangue”, si dice con altre parole che la “democrazia” è un mezzo per tenere sotto controllo il conflitto sociale (politico, ecc.). E a questo riguardo l’ “apatia politica”, e anche una bassa partecipazione al voto, torna utile.
c) La democrazia ridotta a democrazia “elettorale”. Questa è precisamente la “democrazia liberale”, la “democratica rappresentativa” che oggi è identificata tout court con la “democrazia”. Ed è significativo che un autore come Fukujama, che vede nell’affermarsi delle “democrazie liberali” nientemeno che la fine della storia, precisi di voler dare una definizione della democrazia “strettamente formale”, che in fondo si riduce al diritto di andare a votare di quando in quando.
È dunque il caso di parlare di democrazia elettorale. Questo concetto appare più appropriato anche di quello di “democrazia rappresentativa”, in quanto alcuni dei principali sistemi oggi definiti “democratici” non consentono la pari rappresentatività del voto degli elettori.
Ed è precisamente la semplicistica (e mistificatoria) identificazione di “elezioni” e “democrazia” ad aver consentito, mesi fa, l’operazione propagandistica di spacciare per una “vittoria della democrazia” le elezioni-farsa in Irak, predisposte su basi etnico-religiose, con candidati segreti [!] e a cui l’intera componente sunnita della popolazione irachena non ha partecipato.
d) La denuncia degli “eccessi della democrazia”. Nonostante il sistematico svuotamento del concetto stesso di democrazia visto sopra, le società occidentali hanno attraversato nel secondo dopoguerra diverse fasi in cui la pressione dei movimenti sociali e di protesta ha conseguito dei successi (ad es. sul piano dei diritti dei lavoratori o dei diritti civili), sino a sembrare in qualche momento prossima a porre in discussione gli assetti di potere profondi di queste società (ossia i rapporti di produzione e di proprietà).
Nel 1975 viene pubblicata la risposta “teorica” offerta dall’establishment a questa situazione: si tratta del rapporto con cui la “commissione Trilaterale” (una potente lobby transatlantica) denuncia gli “eccessi della democrazia”. Nel testo della Trilateral – tra i cui autori troviamo quel Samuel Huntington oggi più noto per le sue tesi sullo “scontro di civiltà” tra Islam e Occidente – vengono esplicitamente attaccate le manifestazioni di protesta, in quanto potenzialmente pericolose per lo stesso “ordine democratico”. Contro di esse, si chiedono misure per ridurre la democrazia (ovviamente a beneficio della democrazia stessa…). E si torna ad elogiare l’apatia: “la gestione efficace di un sistema democratico richiede in genere un certo livello di apatia e di non partecipazione da parte di alcuni individui e gruppi”.

C. Il mercato contro la democrazia: globalizzazione e attacco alla sovranità statale
Vale la pena di notare che il richiamo all’ordine delle democrazie occidentali da parte della Trilateral, puntualmente ottemperato nei decenni successivi, veniva lanciato negli stessi anni in cui Enrico Berlinguer proponeva all’Urss la “democrazia come valore universale”. Un appello sotto certi profili condivisibile, ma che aveva almeno due gravi limiti: 1) dava di fatto per scontato che la democrazia elettorale dei paesi occidentali fosse il modello di democrazia; 2) presupponeva che l’allargamento degli spazi democratici fosse – a partire dai paesi capitalistici – un fine perseguibile in sé, a prescindere dalle strutture economiche del dominio del capitale.
Quello che accadde negli anni Ottanta e Novanta fu la migliore dimostrazione dell’impossibilità di separare questi due piani. In effetti, proprio mentre tutto il mondo occidentale salutava il crollo del comunismo come la “marcia trionfale della democrazia”, la liberalizzazione dei movimenti di capitale e merci che passa sotto il nome di “globalizzazione” erodeva le basi su cui era stata costruita la democrazia negli stessi paesi occidentali: a cominciare dalla sovranità statale.
In questo contesto venivano colpiti anche diritti sociali ormai dati per acquisiti. Ma soprattutto saltavano i presupposti su cui era stato costruito nei decenni precedenti il compromesso sociale del welfare: la forza di contrattazione della classe operaia e la subordinazione delle aziende agli Stati nazionali (in quanto di dimensione prevalentemente nazionale esse stesse). Entrava cioè in crisi irreversibile quel “compromesso sociale tra interessi d’impresa del capitalismo e classi lavoratrici” che è stato così descritto da Colin Crouch: “in cambio della sopravvivenza del sistema capitalistico e del generale acquietarsi della protesta contro le disuguaglianze da esso prodotte, gli interessi economici impararono ad accettare certi limiti nell’uso discrezionale del potere. La forza politica democratica concentrata a livello dello Stato nazionale fu in grado di garantire il rispetto di questi limiti, in quanto le aziende erano in gran parte subordinate all’autorità degli Stati nazionali”.
Tutto questo oggi non esiste più. Lo stesso spostamento della sovranità su un piano sovranazionale attraverso istituzioni come l’Unione Europea ha ulteriormente peggiorato la situazione, sottraendo decisioni fondamentali agli Stati nazionali e trasferendole ad un livello in cui – come ha detto il politologo americano Robert Dahl – “le istituzioni democratiche sono sostanzialmente inefficaci”. Nell’Unione Europea – spiega Dahl – “sono formalmente vigenti strutture nominalmente democratiche, come l’elezione diretta e il parlamento. E, tuttavia, gli osservatori concordano nel rilevare il permanere di un gigantesco ‘deficit democratico’. Le decisioni cruciali vengono prese principalmente attraverso accordi tra le élite politiche e burocratiche. I limiti non sono posti dal processo democratico ma, essenzialmente, da ciò che si riesce a ottenere attraverso i negoziati tra le parti e in base alle probabili conseguenze per i mercati nazionali e internazionali.”.
Il testo di Dahl è uscito nel 1998. Quello stesso anno il presidente della Bundesbank, Tietmeyer, espresse con ammirevole chiarezza la concezione oggi dominante della democrazia. In occasione della definitiva decisione sulla nascita dell’euro, egli sottolineò con favore il nuovo ruolo assunto dagli “esperti monetari” e l’adozione di una strada che privilegiava “il permanente plebiscito dei mercati mondiali” rispetto al “plebiscito delle urne”.
È evidente che, in questo caso, così come nel caso dei ricatti esercitati dalle multinazionali sulla localizzazione dei loro investimenti (o abbassi le tasse alle imprese o sposto la fabbrica da un’altra parte, o i lavoratori accettano di lavorare di più a parità di salario in Germania o trasferiamo gli stabilimenti in Ungheria), siamo di fronte alla sottrazione sistematica di decisioni fondamentali dall’ambito della discussione pubblica per lasciarle ai “mercati”. Il fatto che oggi si consideri normale e si dia per scontata questa sottrazione – sino al punto di ridurre lo Stato a garante della “libertà dei mercati” – rappresenta la migliore fotografia dello stato in cui versa la democrazia nei nostri Paesi.

D. Il golpe americano e lo “stato di eccezione” planetario
Nel novembre del 2000 è stata imposta (con una decisione della Corte Suprema che ha impedito la verifica dei voti della Florida) l’elezione di Bush, nonostante questi avesse perso le elezioni. Intendiamoci, da un certo punto di vista questa vicenda rappresenta l’apoteosi del concetto di “democrazia come procedura”: alla fine – come ricorda Crouch – “il sentimento prevalente sembrò essere che un risultato – qualsiasi risultato – era essenziale per ridare fiducia alle Borse e questo era più importante che stabilire quale fosse in reale verdetto della maggioranza”. La novità però c’è, ed è fondamentale: la violazione della regola che i voti vanno contati testimonia che anche le regole democratiche minime stanno saltando.
Il secondo evento fondamentale è il vero e proprio “stato di eccezione planetario” decretato dagli Usa dopo l’11 settembre 2001. Con esso, come ha rilevato Giorgio Agamben, si esplica “una violenza governamentale che, ignorando, all’esterno, il diritto internazionale e producendo, all’interno, uno stato d’eccezione permanente, pretende tuttavia di stare ancora applicando il diritto”. Il catalogo degli ingredienti di questo stato di eccezione è lungo quanto inquietante: si pensi alle migliaia di “sospetti” catalogati come “combattenti nemici” e privati di ogni diritto, alle torture di Guantanamo e di Abu Ghraib, all’aggressione illegale di Afghanistan e Irak, all’uccisione di feriti e prigionieri, alla soppressione della differenza tra guerra e pace (anche in Italia si riformulano in tal senso i Codici penali militari) e tra fronte e interno e fronte esterno, alle leggi liberticide (Patriot Act), ai poteri straordinari attribuiti a Bush come “comandante in capo”. È concreta la possibilità che per questa via gli Stati Uniti – e non solo loro – giungano alla “sospensione permanente del diritto, che è precisamente ciò che definisce il totalitarismo”. Si sta insomma ampliando su scala planetaria, a partire dagli Stati Uniti, il fenomeno della “democrazia autoimmune” (l’ironica definizione è di Derrida), che è da sempre caratteristico dello “stato di eccezione”: la sospensione e soppressione della democrazia in nome della difesa della democrazia.
Con l’affermarsi dello “stato di eccezione” e della guerra vengono potenziati altri fattori della crisi odierna della democrazia, quali
– il potere delle grandi corporation, a cominciare da quelle che controllano l’informazione (si pensi al ruolo avuto dai media di Murdoch nella costruzione del consenso della popolazione Usa nei confronti della guerra all’Irak);
– l’esproprio da parte del potere esecutivo delle funzioni del potere legislativo (si pensi alla frettolosa approvazione del Patriot Act nell’ottobre 2001 da parte del Congresso Usa; ma anche all’abuso della decretazione d’urgenza, ossia dei decreti-legge, in Italia e fuori);
– la sottomissione del potere giudiziario al potere esecutivo (si pensi al braccio di ferro tra governo Usa e Corte Suprema su Guantanamo; ma anche alle leggi anti-giudice del governo Berlusconi e al linciaggio politico di un giudice di Milano per una sentenza sgradita a proposito di immigrati accusati di “terrorismo”).

2. Conclusioni: liberare la democrazia
Luciano Canfora, nella sua Critica della retorica democratica, ha scritto: “Il sistema cosiddetto ‘democratico’ vigente in Usa e in Europa può accostarsi, per molti aspetti, alla pratica ateniese, dove una élite proveniente dai ceti mercantili e industriali… dirige la cosa pubblica facendosi periodicamente legittimare dalle masse”. Non è un giudizio azzardato, se pensiamo che nei due rami del Parlamento italiano siedono soltanto 2 (due) lavoratori industriali (in rappresentanza del 31% dell’intera forza-lavoro), mentre vi sono 122 avvocati, 55 giornalisti, 51 medici, 14 commercialisti e così via.
Oggi siamo di fronte al rischio reale che la “guerra infinita” comporti una ulteriore forte involuzione autoritaria. La vicenda storica degli anni Venti e Trenta del secolo scorso dovrebbe insegnarci che dalla crisi della democrazia rappresentativa si può uscire anche così: con un regime autoritario sostenuto dal controllo dei mezzi di comunicazione di massa (che oggi sono spaventosamente più potenti della stessa macchina di propaganda e di costruzione del consenso messa in piedi dai nazisti). Forse qualche prova tecnica di trasmissione è già avvenuta: pensiamo a Falluja, una carneficina di cui – nell’èra dell’informazione – praticamente non abbiamo immagini.
Perché non provare a riproporre un concetto più inclusivo e completo di democrazia, ponendo in luce le incongruenze e la povertà del concetto prevalente e al tempo stesso denunciando l’inadeguatezza delle concrete condizioni delle nostre “democrazie” anche rispetto a quel concetto così povero?
Dobbiamo saper proporre e affermare una nozione ricca di democrazia, che vada oltre quella attuale. In che direzione? Per dirla in una battuta, nella direzione opposta a quella percorsa negli ultimi decenni, in cui è invalsa l’opposizione “democrazia”/“comunismo”. Come ha osservato Canfora, “fu quello un guadagno propagandistico enorme per lo schieramento occidentale: poter acquisire tutta per sé quella parola, mentre invece, di fatto, essi marciavano a grandi passi verso la restaurazione della più incontrollata economia liberista e si giovavano ormai di apparati statali (e anche illegali!) pronti a tutto contro ‘il comunismo’”. Un guadagno che oggi a volte rischia di rovesciarsi nel suo contrario. Come quando un sondaggio condotto in Germania nell’agosto 2004 ha dimostrato che “un numero terribilmente alto di Tedeschi ha una cattiva opinione della democrazia. Un tedesco dell’est su due non la ritiene la migliore forma di governo”; mentre “tre tedeschi dell’est su quattro (e una buona metà di quelli dell’ovest) considerano il socialismo come una buona idea, che è stata soltanto realizzata male”. Questo ci può forse confortare. Ma non ci può bastare.
Il punto, infatti, non è contrapporre socialismo a democrazia. Dobbiamo invece recuperare, all’interno del discorso sulla democrazia e del concetto di democrazia, l’obiettivo dell’eguaglianza. Il punto di partenza è la constatazione che la crisi della democrazia (anche nel senso formale del termine) è perfettamente parallela alla crescita delle disuguaglianze. Che l’autocrazia che regna nei luoghi di lavoro si sta progressivamente trasferendo alla società nel suo complesso. Che la crisi ha reso insostenibili anche i compromessi redistributivi che caratterizzavano lo Stato sociale. Di qui la crescita delle disuguaglianze. E anche la necessità di fronteggiare il sorgere di movimenti di protesta restringendo sempre più gli spazi democratici ed accentuando le caratteristiche oligarchiche delle nostre “democrazie elettorali”.
Contro tutto questo, dobbiamo recuperare il nesso tra uguaglianza e libertà, riproponendo il concetto di democrazia sociale come unico sensato significato di “democrazia”. Dobbiamo intendere e far intendere che, senza la democrazia sociale, la stessa democrazia come forma e metodo di governo si riduce ad un guscio vuoto destinato ad essere schiacciato. In altri termini: dobbiamo liberare la democrazia attraverso l’uguaglianza. Restituendole la pienezza di un concetto ricco, dinamico, progressivo, inclusivo.
Il presupposto necessario è la riconquista dell’eguaglianza come bisogno e come valore.
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NOTE
1 D. Gallo, “Antifascista di Costituzione”, la Rinascita della sinistra, inserto “Il Contemporaneo”, 21/1/2005.
2 Riportato in B. Romano, “Come ai tempi di Weimar?”, il Sole 24 Ore, 26/1/2005.
3 I dati riportati sopra sono tratti da “the Independent”, che l’11/5/2005 ha pubblicato numerose lettere dei lettori, sotto il titolo significativo: “Restituiteci la nostra democrazia”.
4 D. Zolo, La democrazia difficile, Roma, Editori Riuniti, 1989, p. 79. La citazione di Schumpeter è tratta da Capitalismo, socialismo e democrazia, 1942; tr. it. Milano, Etas, 1977, p. 257.
5 Cit. in M. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, cit., pp. 4-5. Va la pena di ricordare che anche Umberto Eco, negli anni Ottanta, magnificò la elevata astensione alle elezioni come un segno di “modernità”, cui finalmente anche l’Italia andava adeguandosi.
6 F. Fukuyama, La fine della Storia e l’ultimo uomo, tr. it. Milano, Rizzoli, 1992, p. 64.
7 M. Crozier, S. Huntington, J. Watanuki, The Crisis of Democracy: Report on Governability of Democracies to the Trilateral Commission, New York, New York Univ. Press, 1975. Sulla Trilateral vedi O. Boiral, “Gli opachi poteri della Trilaterale”, le Monde diplomatique, nov. 2003.
8 Su quest’ultimo aspetto, a suo tempo messo in luce da Gian Mario Cazzaniga, vedi ora Bruno Casati nel numero monografico di Marxismo oggi dedicato a “La democrazia come problema del nostro tempo” (n. 3/2004), p. 48.
9 C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 10-11. Vedi anche le pp. 43-45.
10 R.A. Dahl, Sulla democrazia, 1998; tr. it. Roma-Bari, Laterza, 2000, p. 123. Corsivi miei.
11 Cit. in L. Canfora, Critica della retorica democratica, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 33.
12 Sull’ambiguità ed il carattere essenzialmente mistificatorio del concetto stesso di “mercato” rinvio a V. Giacché, “I mille volti di Mr. Mercato – saggio di una critica dell’ideologia contemporanea”, la Contraddizione, n. 105, nov.-dic. 2004, pp. 49-58.
13 C. Crouch, Postdemocrazia, cit., pp. 16-17.
14 James K. Galbraith, in una recente conferenza, ha affermato che “la battaglia del nostro tempo per i diritti civili deve essere rivolta a riconquistare, per tutti gli Americani, il diritto di voto, la concreta possibilità di esercitare tale diritto, ed il diritto ad un conteggio dei voti pieno, corretto e verificato” (“A Galbraith Revival”, 7/6/2005: v. in www.tompaine.com ). E scusate se è poco…
15 G. Agamben, Stato di eccezione, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 111.
16 P. Hassner, “Vers l’état d’exception permanent?”, le Monde, 24/6/2003.
17 J. Derrida, Stati canaglia, tr. it., Milano, Cortina, 2003, in particolare le pp. 67-68. In proposito vedi anche A. Asor Rosa, “I rischi per la democrazia al tempo della guerra”, la Repubblica, 5/3/2003.
18 Il rischio che le grandi corporation possano “pilotare non solo l’economia, ma anche il fondamento stesso della nostra democrazia: il processo elettorale” è stato esplicitato dalla Corte Suprema Usa già in una sentenza del 1976 (v. K. Lasn, Culture Jam, 1999; tr. it. Milano, Mondadori, 2004, pp. 234-5).
19 L’abuso ormai invalso da anni dei decreti-leggi in Italia fa dire ad Agamben che, “in senso tecnico, la Repubblica non è più parlamentare, ma governamentale”: v. Stato di eccezione, cit., p. 28.
20 L. Canfora, Critica della retorica democratica, cit., p. 36.
21 I dati sono tratti da: S. Livadiotti, “Privilegi d’Ordine”, l’espresso, 7/4/2005; intervento di Bruno Casati, Marxismo oggi, n. 3/2004, p. 44.
22 Questa sembra essere, ad esempio, la posizione di J. Saramago: vedi “Che cosa resta della democrazia?”, le Monde diplomatique, settembre 2004.
23 L. Canfora, La democrazia, cit., pp. 364-5.
24 S. Dietrich, “Die Gerechtigkeitslücke”, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 25/8/2004.
25 Vedi C. Crouch, Postdemocrazia, cit., p. 9, 15.