Qualche ritocchino e l’apertura ai privati

Non fosse altro che per una questione di buone maniere, già non è carino che il cuore della supposta riforma della scuola pubblica targata Fioroni sia stata infilata di soppiatto in una bozza del provvedimento sulle liberalizzazioni. Allora parliamo di soldi. Quanto alla formazione, il decreto prevede il rilancio degli istituti tecnici che con la riforma Moratti erano stati declassati nel «secondo canale»: in sostanza si torna al canale unico, attribuendo pari dignità (sulla carta) a licei e istituti tecnici. In più, la cancellazione del liceo economico e di quello tecnologico voluti dalla Moratti. «In questo modo scardiniamo la parte della legge Moratti che aveva reso gli istituti professionali scuole di serie z», spiega Mariangela Bastico, vice ministro all’Istruzione. Insomma, tutto resta uguale, perché di fatto la riforma Moratti non era ancora stata applicata. «E’ una scelta importante – aggiunge Bastico – che poi bisognerà definire meglio e credo si ragionerà di un accorpamento tra i tecnici e i professionali». Con il decreto nascono anche i «Poli tecnico professionali», sorta di distretti specializzati legati allo sviluppo (leggi impresa) del territorio.
Un po’ poco per poter delineare con precisione quale tipo di scuola abbia in mente il centrosinistra. Molto meno nebulosa la seconda novità introdotta dal decreto Fioroni: le scuole statali dal punto di vista fiscale saranno parificate alle Fondazioni. Questo significa che chi deciderà di «regalare» soldi alle nuove Fondazioni, cioé alle scuole, potrà accedere a agevolazioni fiscali. E dove sta il problema, potrebbe domandarsi un qualunque genitore che periodicamente regala un po’ di carta igienica alle maestre perché nelle scuole pubbliche non ci sono i soldi nemmeno per andare in bagno? Effettivamente qualche euro in più potrebbe entrare nelle casse, ma è improbabile che un’azienda investa in una scuola a fondo perso, o per amore della formazione dei ragazzi. L’avesse fatto Moratti sarebbe successo il finimondo. Invece, quasi tutto tace.
Enrico Panini, segretario generale Cgil Scuola, dice che il confronto con questo governo si può aprire, eccome. La linea di Panini, pur se dettata con una certa prudenza, è piuttosto esplicita. «Noi siamo d’accordo sul fatto che alla scuola statatale si applichi un regime fiscale più favorevole di quello attuale, ma siamo in nettissimo disaccordo su qualsiasi operazione che partendo da questo giusto obiettivo porti la scuola a modificare la sua fisionomia di istituzione della Repubblica italiana gestita in modo democratico e partecipato». In altre parole, «no alla diversa geografia dell’istituzione scolastica sulla base dei finanziamenti che riceve». Marco Donati, uno dei portavoce del movimento milanese ReteScuole, associazione che come poche ha dato battaglia contro la «morattizzazione» dell’istruzione, parla di «porcheria». Perché? «Significa dare il colpo finale alla scuola pubblica, in questo modo, considerando che ogni istituto può andarsi a cercare i finanziamenti dove meglio crede, si smembra il carattere nazionale dell’istruzione. Perché mai il capitale privato dovrebbe entrare e dunque influenzare i criteri di formazione se non per rincorrere qualche utile per sé?». Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas scuola, parla di «decisione sciagurata» e invita tutti a liberarsi dalla «sindrome del governo amico». Per il leader dei Cobas, «se il catastrofico decreto non verrà bloccato, le singole scuole gestiranno i fondi come aziende private, costituendo un Comitato di gestione che includerebbe anche rappresentanti delle imprese: si costituirebbe un vero consiglio di amministrazione che parificherebbe ogni scuola a un’azienda incaricata di vendere l’istruzione come merce». Niente paura, rassicura il viceministro Bastico, che ha preparato le contromosse per disinnescare le critiche. Il decreto, dice, contiene una norma di salvaguardia secondo cui chi dona non può entrare negli organi collegiali della scuola. Formalmente potrebbe anche essere così, ma sarà difficile intascare i soldi senza gratificare il finanziatore. In più, il viceministro anticipa la creazione di un «fondo di compensazione» per evitare che ci siano scuole che si arrichiscono e altre che rimangono senza un euro.