Qana dieci anni fa, storia di una strage. E le Nazioni unite divennero un «target»

Il bombardamento israeliano sulla base dell’Unifil (le truppe dell’Onu nel sud del Libano) di Marun el Ras, dove si erano rifugiati alcune decine di abitanti del vicino paese per sfuggire alle cannonate israeliane, così come le centinaia di morti e le gravissime distruzioni di questi giorni, ci riportano alla mente un’altra («legittima ma esagerata» direbbe D’Alema) offensiva israeliana che ebbe luogo nella stessa regione dieci anni fa nel 1996, ed in particolare il massacro avvenuto nella base dell’Onu di Qana il 18 aprile del 1996. Quel giorno l’esercito israeliano aveva avvisato la popolazione del villaggio a ridosso della «fascia di sicurezza» occupata da Israele nel sud del Libano che avrebbero dovuto mettersi in salvo perché, nell’ambito delle operazioni militari iniziate una settimana prima, anche il loro paese sarebbe stato bombardato. Gli abitanti si rifugiarono nella vicina base dell’Onu, con i suoi bonari caschi blu delle isole Fiji, con i quali ormai avevano stabilito ottimi rapporti, pensando di essersi messi in salvo. Nulla di più erroneo. Alcuni colpi dell’artiglieria israeliana, sparati con l’intenzione di colpire proprio la base – come avrebbe stabilito un’inchiesta dell’Onu la cui pubblicazione sarebbe costata al segretario generale del tempo, Boutros Boutros Ghali la sua rielezione – centrarono in pieno le baracche del campo, dipinte di bianco con le insegne in blu e la scritta «UN» ben visibile,facendo strage: 106 furono i libanesi arsi vivi, quattro i militari dell’Onu e oltre cento i feriti.
Fino ad alcuni anni fa, nel sacrario costruito a Qana per ricordare la strage, era possibile vedere le coperte bruciacchiate, i bicchieri calcinati, le scarpe in gran parte di piccole dimensioni, dal momento che si trattava soprattutto di donne, bambini e anziani, sparse alla rinfusa. Il massacro di Qana ebbe luogo durante una brutale offensiva israeliana contro il Libano del sud con l’obiettivo di arrecare tali e tanti danni e vittime da provocare una rivolta della popolazione e del governo di Beirut contro la resistenza degli Hezbollah che con sempre maggiore vigore stava combattendo per la liberazione della fascia di territorio libanese, circa 800 chilometri quadrati, che Israele occupava dal 1978. L’operazione «Furore», fulgida idea della colomba laburista Shimon Peres, allora premier, aveva avuto il via libera di Washington che si proponeva di isolare e disarmare la resistenza degli Hezbollah privando così il Libano e la Siria di qualsiasi mezzo di pressione su Israele per ottenere il ritiro dell’esercito di Tel Aviv dal Libano e dal Golan. L’esercito, l’artiglieria, l’aviazione israeliana bombardarono senza sosta il Libano del sud e, per la prima volta, anche la periferia sud di Beirut, per ben diciassette giorni provocando oltre 200 morti, un miliardo di dollari di danni e l’esodo di oltre 400.000 civili. Washington sostenne la piena legittimità dell’attacco in quando si sarebbe trattato di «legittima difesa» (diritto evidentemente solo degli occupanti ma non degli occupati) e bloccarono qualsiasi condanna di Israele al Consiglio di sicurezza.
Di fronte allo sdegno internazionale gli Stati uniti, quando ormai il sud del Libano era ridotto ad un cumulo di macerie, proposero un cessate il fuoco a patto che Beirut e Damasco si impegnassero a bloccare qualsiasi attività militare della resistenza libanese, anche nelle zone occupate da Israele e che l’esercito libanese sostituisse gli Hezbollah nel controllo del confine. Il tragico massacro di Qana contribuì a quel punto non poco ad isolare gli Usa e Israele e a ridare fiato alla diplomazia russa e francese (allora non ancora su posizioni filo-Usa e filo-saudite)che proposero un cessate il fuoco immediato.
Questo sarebbe arrivato, dopo altri lutti e distruzioni, il 26 aprile del 1996 e prevedeva la creazione di un gruppo di contatto incaricato di sorvegliare sulla sua applicazione composto da Stati Uniti, Francia, Siria, Libano e Israele. Il documento legittimava inoltre la resistenza degli Hezbollah, riconosceva alle due parti il diritto di legittima difesa, vietava i bombardamenti attraverso la frontiera e contro i villaggi. Un risultato assai diverso da quello sperato dagli autori del massacro di Qana.