Puzza di gas: la Bolivia scoppia

Il presidente Mesa gioca d’azzardo e si dimette. Contro il Congresso e i movimenti sociali

Ingovernabile Bolivia. La crisi boliviana, apparentemente senza sbocchi, è precipitata domenica sera quando il presidente Carlos Mesa ha pronunciato un discorso di 45 minuti alla Tv per annunciare che oggi, lunedì, avrebbe rimesso il suo mandato nelle mani del Congresso perché decidesse se accettarle o no. Una drammatizzazione sapiente della crisi. Una mossa politica forse intelligente ma ad altissimo rischio. Che ha lasciato la Bolivia, il paese dei 200 colpi di stato in 180 anni di indipendenza, sul filo del rasoio. Le forze armate hanno annunciato l’acquartieramento «preventivo» ma precisando che «rispetteranno prima di tutto l’ordine costituzionale». Lo stesso Mesa aveva ribadito in Tv un concetto già espresso in passato: con lui, al contrario che con il suo predecessore Gonzalo Sanchez de Lozada (di cui era vice) costretto alle dimissioni e alla fuga nell’ottobre del 2003 dopo una settimana con 70 morti nella «guerra del gas», non ci saranno né tank nelle strade né altri morti per mano dell’esercito.

Mesa è stato abile: ha rimesso il mandato e passato la palla nelle mani del Congresso e dei cittadini, «come vuole la costituzione», visto che non lo lasciano governare. E chi è che non lo lascia governare? Prima di tutto i movimenti sociali – dai campesino ai cocaleros -, che hanno indurito la lotta con il blocco delle strade e l’occupazione dei pozzi petroliferi; poi partiti come il Mas, il Movimiento al socialismo e, di passata, anche gli imprenditori ingordi e i paladini dell’autonomia (leggi secessione) di Santa Cruz, la Padania boliviana. Mesa ha accusato per nome e cognome Evo Morales, il leader del Mas e il candidato presidenziale favorito nelle elezioni del 2007 (nel caso ci si arrivi…), e Abel Mamani, leader del Fejuve, la Federacion de Juntas Vecinales, di El Alto, la poverissima città gemella di La Paz sull’altipiano che da mercoledì scorso è in sciopero generale contro la compagnia Aguas de Illimani, filiale boliviana della multinazionale francese Suez Lyonnaise des Eaux, colpevole di avere portato i prezzi dell’acqua a livelli insostenibili.

Morales e Mamani, e anche Felipe Quispe (altro leader politico-sindacale indigeno), esigono in sostanza che Mesa, presidente dal 17 ottobre 2003, rispetti la «agenda di ottobre»: una nuova legge sugli idrocarburi (in sostanza il gas) e una nuova assemblea costituente per «rifondare» un paese in cui il 70% della popolazione è india quechua e aymarà – e povera – ma il potere politico ed economico è sempre stato nelle mani della minoranza «bianca».

Mesa si era impegnato su questi due punti e attraverso un complicato (e ambiguo) referendum sembrava avesse accettato una sorta di «rinazionalizzazione morbida» del gas. Ma la nuova legge sugli idrocarburi che dovesa seguire non si è ancora vista e anche l’annunciato aumento delle royalities, dal 18 al 50%, è rimasto lettera morta. Mesa ha accusato Morales di volergli imporre una legge sugli idrocarburi «impraticabile» in quanto «la comunità internazionale è contraria» e un’assemblea costituente «di suo gusto». E ha accusato Mamani di pretendere l’espulsione di Aguas de Illimani-Suez sapendo che la Bolivia dovrà pagare sedutastante 50 milioni di dollari alla trasnazionale per la rottura del contratto.

La reazione di Morales e Mamani è stata immediata. E durissima. «Un ricatto», ha detto Morales. Condito da «odio razziale». E anche Mamani ha confermato i blocchi e gli scioperi.

Mesa, che sapeva di essere debole per non avere un suo partito alle spalle in Congresso, ha fatto la sua mossa, abile ma azzardata. Il parlamento unicamerale si riunirà oggi per decidere se accettare le dimissioni, e andare a elezioni anticipate, o respingerle, in clima di confronto sempre più esasperato. Tutti i partiti – tranne il Mas -, peraltro estremamente screditati, a parole invocano «serenità» e «prudenza». Il timore diffuso è che presentandosi come «vittima» dei partiti politici e dei movimenti sociali, in realtà aspiri a un «fujimorazo», una sorta di autogolpe bianco, come quello dell’ex-autocrate peruviano nei primi anni `90, appoggiandosi al «popolo». Un sintomo si è già avuto domenica sera dopo il discorso in Tv, quando alcune migliaia di persone si sono riunite nella plaza Murillo di La Paz, dove sorgono il palazzo presidenziale, il parlamento e la cattedrale, chiedendogli di restare e di usare «la mano dura».