Punti fissi

Nasce domani, nella riunione dei segretari di partito con Prodi, il nuovo centrosinistra, e non nasce sotto i migliori auspici. A fargli da culla non è la condivisione di un programma, neppure di massima, ma la necessità, l’obbligo di mandare a casa Berlusconi per evitare il peggio. Atto ufficiale di nascita sarà la spaccatura sulla richiesta di ritirare le truppe dall’Iraq, provocata da una retromarcia del listone tanto inspiegabile quanto autolesionista. Non sarà l’ultima lacerazione. Per crescere e rafforzarsi, la nascitura «coalizione dei democratici» pare decisa a impegnarsi, invece che nella ricerca di una accettabile mediazione, nello scontro sordo tra personalismi confliggenti e progetti politici distinti, alcuni dei quali neppure mascherano l’ansia di sostituire al centro proprio lo stesso Berlusconi.

E tuttavia la necessità di battere il cavaliere resta. Non saremo certo noi a negarne l’urgenza. I danni provocati dal governo di destra in questa legislatura potrebbero apparire un paradiso se confrontati con quelli in preparazione per la prossima.

Sarebbe tuttavia auspicabile che, pur nella limitata autonomia concessa dalla buia contingenza, le forze della sinistra d’opposizione, prima fra tutte Rifondazione comunista, fissassero almeno alcuni rigidi paletti. Pur di liberarsi dal padrone Mediaset gli elettori di sinistra si sono già dimostrati pronti a ingoiare molto e a concedere vertiginosi sconti. Non li si dovrebbe però sfidare sino a negare qualche punto fisso in grado di segnare almeno una linea di demarcazione tra il governo da cacciare e quello che mira a subentrargli.

Per i lavoratori tartassati da anni, privati a pari merito di soldi e di diritti, sarebbe motivo di fiducia ottenere in anticipo la garanzia che il governo di centrosinistra gli restituirà la facoltà di dire la loro, con formula vincolante, sui contratti e rimetterà in discussione quelle norme sulla flessibilità che mettono le loro esigenze e i loro interessi all’ultimissimo posto. I cittadini tutti andrebbero alle urne con maggiore convinzione se alla sfida partecipasse qualcuno che mettesse in cima alla lista delle urgenze la difesa del potere d’acquisto di salari e stipendi, al posto della nuova paroletta magica che accomuna destra e sinistra, la «competitività». E il popolo pacifista, maggioritario nel paese, concederebbe il voto a cuore più leggero qualora disponesse di un impegno solenne a evitare nuove avventure armate, né antiterroriste e neppure «umanitarie».

Le forze che domani si uniranno per ambire al governo del paese, inoltre, hanno già alle spalle una esperienza se non identica quanto meno molto simile. Sarebbe opportuno che dimostrassero di aver imparato qualcosa da quella non felicissima prova. Si dovrebbe mettere subito nero su bianco che non si ripeteranno i condizionamenti e i ricatti nei quali fu maestro il governo di Massimo D’Alema: affermare sin dall’esordio che le forze sociali e di movimento non saranno più costrette a indossare bavagli e mordacchie per non disturbare i manovratori di sinistra, garantire che la difesa del governo non comporterà vincoli di maggioranza in alcune questione fondamentali, possibilmente elencate in anticipo. Come la pace o la difesa dei diritti fondamentali, incluso quello alla pubblica istruzione.

Si tratta di auspici probabilmente condivisi da una larga fetta del potenziale elettorato di centrosinistra, milioni di persone. Tanto più dovrebbero diventare imperativi categorici per tutta l’opposizione e non solo per la sua la sinistra. In fondo, nessuna necessità è tanto assoluta da valere sempre e comunque, aldilà di ogni limite.