Psichiatria, una vera questione sociale

A Torino è in corso il convegno europeo “Per un’Europa senza manicomi”, organizzato da Psichiatria Democratica. L’Italia, Paese senza manicomi, vuol proporre a tutta l’Europa la possibilità concreta di fare salute mentale senza strutture asilari, a partire dalla propria formidabile esperienza, iniziata a Gorizia negli anni ’60 da Franco Basaglia e che ha visto il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici.
Il convegno, che sta registrando la presenza di centinaia di persone, vuole essere l’occasione di scambio di esperienze tra operatori, utenti, familiari, amministratori, intellettuali, provenienti da tutto il nostro continente, ma nello stesso tempo vuol porre all’attenzione di tutti (e non solo dei professionisti della salute mentale) alcuni problemi cruciali.

Innanzitutto “la questione sociale” della psichiatria. Nei nostri occhi ancora vive sono le immagini delle violenze notturne dei giovani magrebini che vivono nelle banlieues francesi. Non molto diversa è la situazione di marginalità di molte persone che affollano anonime periferie urbane di altre città italiane ed europee. E’ nei nostri occhi la tragedia dell’Iraq, della Palestina, dei bimbi africani che muoiono ogni istante come mosche di fame e di Aids. Nello stesso tempo avanzano sempre più le idee che bisogna sorvegliare, vietare, punire, in nome della sicurezza e della tranquillità dei mercati.

Per questo più sono piene le carceri e meno se ne parla; più sono pieni gli ospizi di vecchi, le comunità di tossicodipendenti, di matti e perfino di bambini e meno se ne parla; più i manicomi dell’Est europeo continuano ad essere quasi tutti veri e propri lager o contenitori di ogni misera marginalità e meno se ne parla; più i centri di detenzione per migranti sono stracolmi e più si vuol celare la drammatica situazione.

Insomma di fronte all’orrore siamo diventati afasici. La nostra responsabilità di tecnici, operatori, politici, amministratori, intellettuali è enorme, poiché siamo responsabili, con le nostre scelte, della qualità della vita delle persone e dunque della salute. Non vi può essere salute senza salute mentale.

«La salute mentale – secondo la dichiarazione dei Helsinki dell’Oms (2005) – essendo una componente centrale del capitale umano, sociale ed economico delle nazioni, deve quindi essere considerata come parte integrante ed essenziale di altri campi della politica pubblica, quali i diritti dell’uomo, l’assistenza sociale, l’educazione e l’occupazione».

Si vede, dunque, ancora una volta, come la salute mentale è cosa ben diversa dall’assistenza psichiatrica e attiene al campo dei diritti e ben sappiamo che due sono le condizioni di sospensione dei diritti: la guerra e la povertà. Come possiamo parlare di salute mentale, ma soprattutto della possibilità reale di accesso ai diritti se la gente è povera, ha perso il lavoro, ha un lavoro precario?

I dati sulla povertà in Europa dicono di una condizione che si aggrava in modo esponenziale. Nello stesso tempo si allarga sempre più la forbice tra i ricchi e i poveri. Su tutto regna incontrastato il mercato, con i grandi movimenti finanziari, ben lontani dalla produzione. La dislocazione della fabbrica, lo sfruttamento di milioni di persone sul lavoro, la precarizzazione della singole vite hanno allentato o dissolto i legami sociali; ha appiattito le migliori intelligenze, ha “depresso” le persone, generando un “si salvi chi può” individualistico.

Solo chi ha potere sociale, solo chi è affiliato a lobby ben precise, di tipo economico, partitico, affaristico, oggi, è titolare di diritti sociali. Gli altri, la maggioranza, sono tagliati fuori. Per loro il diritto ad un lavoro dignitoso, ad una scuola che educhi davvero, a servizi sanitari e sociali decenti, rimane una chimera.

Il problema, dunque, non può essere confinato alla psichiatria, ma allargato a tutti i soggetti deboli, a bassa contrattualità sociale, che sono la maggioranza dei cittadini: una “maggioranza deviante”, in quanto improduttiva, marginale, nel senso che vive ai margini di una società opulenta per pochi.

Insomma emerge una politica socio-sanitaria ancora più arretrata rispetto a tredici anni fa, quando, in Italia, con la trasformazione delle Usl in Aziende, molti di noi paventavano un aumento del controllo sociale diffuso di fasce cosiddette devianti o marginali. I fenomeni di neoistituzionalizzazione sempre più diffusi vanno, invece, nella direzione di un’esclusione attiva più o meno morbida in luoghi ben precisi, che, nella migliore delle ipotesi, sono parcheggi per vuoti a perdere o, nella peggiore delle situazioni, non tanto infrequenti, sono posti di mortificazione o di repressione. Abbiamo speso i migliori anni della nostra vita per liberare le persone dai manicomi e ora vediamo sorgere, affermarsi e crescere nuovi luoghi pregni di manicomialità. Tutto questo avviene per non disturbare il “grande manovratore”, che è il mercato. Quanta più tranquillità sociale si garantisce, tanto più le logiche disumane di impoverimento e di esclusione delle persone si affermano.

Il problema è che tale ragionamento non fa i conti con i bisogni della gente: da quello della sopravvivenza a quello della libertà e quanto più le organizzazioni di partito, sindacali e sociali si allontanano dall’ascolto delle persone, tanto più monta la rabbia.

Niente affatto affascinati dalle sirene delle nuove tecniche e degli approcci ammodernati al disagio, vogliamo rilanciare il ruolo della politica, come “scatola degli attrezzi” (Foucault) per mutare radicalmente le forme del vivere sociale. Si tratta, allora, di conficcare, nel cuore del sistema della medicina, il cuneo rappresentato dalla centralità dei bisogni del singolo utente e delle problematiche più generali e collettive a cui essi rimandano, a partire dal nostro patrimonio di pratiche ultratrentennali che hanno utilizzato metodi di reale partecipazione delle persone.

La salute mentale va vista all’interno della salute pubblica, non solo dal punto di vista dell’integrazione con gli altri servizi, ma come possibilità, sulla base delle esperienze avanzate in Italia, di proporre approcci e metodologie che favoriscano la partecipazione dei cittadini.

Siamo, allora, d’accordo con l’Oms, la quale nel suo Action Plan di Helsinki di quest’anno propone le seguenti azioni a sostegno della salute mentale delle persone:
– promuovere il benessere mentale della popolazione nel suo insieme attraverso la realizzazione di misure che mirano alla sensibilizzazione degli individui e delle loro famiglie, delle comunità e della società civile, del mondo dell’educazione e del lavoro, dei poteri pubblici e delle istanze nazionali, ed a suscitare un cambiamento positivo;
– tener conto delle potenziali ripercussioni dell’insieme delle politiche di interesse pubblico sulla salute mentale ed in particolare il loro impatto sui gruppi vulnerabili, dimostrando contemporaneamente la centralità della salute mentale nella costruzione di una società in buona salute, aperta a tutti e produttiva;
– lottare contro lo stigma e la discriminazione, garantire la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità umana, adottare la legislazione che permetta di responsabilizzare le persone a rischio o affette da problemi di salute mentale e di disabilità mentale, e di dar loro i mezzi per partecipare a pieno titolo e con uguali opportunità nella società.

Il Libro Verde recentemente edito dalla Unione europea sulla salute mentale afferma che «la definizione di una strategia a favore della salute mentale costituirebbe un valore aggiunto: creando un quadro per gli scambi e la cooperazione tra Stati membri; contribuendo a rafforzare la coerenza degli interventi nei diversi settori politici; istituendo una piattaforma per coinvolgere le parti interessate, comprese le organizzazioni».

Abbiamo, dunque, un’occasione di confronto diretto con le istituzioni europee, per proporre strategie di salute mentale e salute pubblica che vadano nella direzione della totale deistituzionalizzazione degli ospedali psichiatrici e della contemporanea creazione di strutture alternative.

Su questi aspetti decisivi hanno concordato i parlamentari europei (John Bowis, Roberto Musacchio, Marta Vincenzi) e Alessandro Giordani della Commissione europea intervenuti al convegno. Pensiamo di essere all’inizio di una nuova era, nella quale la lotta al manicomio non è solo la metafora per guardare dentro le viscere della psichiatria malata, ma la frontiera rinnovata per la liberazione di milioni di uomini e donne, il grimaldello collettivo, il divaricatore che impedisce alle palpebre della nostra coscienza collettiva di andare a dormire o di continuare a guardare altrove.

All’interno di questa cornice, Psichiatria Democratica propone: di promuovere un’articolazione legislativa europea che indichi il superamento definitivo delle istituzioni totali psichiatriche come punto di partenza per ogni strategia nel campo della salute mentale; di costituire un “Osservatorio permanente sulla salute mentale in Europa”, con l’obiettivo di analizzare lo stato di bisogno delle popolazioni interessate attraverso la conoscenza diretta del problema, così da poter individuare le necessarie risorse umane ed economiche da fornire alla cittadinanza; di realizzare una rete di servizi di salute mentale, che pongano la centralità delle strutture territoriali funzionanti 24 ore su 24.

Psichiatria Democratica vuole allora battersi per un’Europa dell’accoglienza, in cui le diversità siano valorizzate e non discriminate e represse, in cui sia possibile che gli incontri tra le culture siano arricchimento profondo e che gli scambi aiutino le persone nel faticoso lavoro di costruzione di reciprocità, in cui non torni come scandalosa norma lo sfruttamento del lavoro dei meno garantiti, in cui non si ricostituiscano sacche di odio etnico e razziale.

Pensiamo ad un’Europa di donne e uomini liberi: un’Europa dei diritti.

Per questo i partecipanti al convegno hanno deciso di dar vita alla costituzione di un gruppo europeo, “Psichiatria Democratica Europa”, con l’adesione, per il momento, dei seguenti Paesi: Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Finlandia, Portogallo, Spagna, Slovenia, Ungheria, Italia, Germania.

Si vede come le azioni proposte siano a tutto campo e richiamino in maniera esplicita la dimensione “politica” della salute mentale. La possibilità, cioè, di migliorare la qualità della vita. Parliamo spesso di “qualità della vita”. Abbiamo escogitato anche metodi per misurarla. Forse è giunto il momento di parlare di “felicità”. Pensiamo ad un’Europa di donne e uomini liberi. E’ un’utopia? Per noi è l’unica utopia della realtà.

*Presidente e Segretario nazionale di Psichiatria Democratica