Prudenza a Washington, balli a Miami

«Non possiamo speculare sulla salute di Fidel Castro, ma continuiamo a lavorare per il giorno della libertà a Cuba»: prudente, ieri, il portavoce della Casa Bianca Peter Watkins, nel commentare la notizia che Castro aveva delegato i suoi poteri al fratello Raul per sottoporsi a un «complicato intervento chirurgico». Ma le voci ufficiali erano le sole a non notare il «tempismo» dell’amministrazione Bush nel tirare fuori il «problema Cuba» dopo un lungo periodo di silenzio. Proprio l’altro ieri, cioè poche ora prima che la radio cubana rendesse pubblica la lettera di Castro, George W. Bush era a Miami, di fronte a una platea di ricchi cubano-americani pronti a contribuire alla campagna elettorale repubblicana. Dato l’uditorio era apparso normale che avesse parlato di Fidel e dei suoi 80 anni. Ma le sue parole avevano avuto un che di «specifico» che ora appare men che casuale. «Se Fidel Castro dovesse rinunciare per cause naturali – aveva detto – noi abbiamo un piano pronto per aiutare il popolo di Cuba a capire che esiste un sistema migliore di quello sotto il quale esso ha vissuto finora».
Il piano cui si riferiva era quello elaborato da una «commissione» insediata da Bush stesso e di cui fino a tre settimane fa nessuno conosceva l’esistenza. I dettagli di quel piano sono contenuti in 95 pagine nella quali è indicato anche il possibile costo delle azioni da intraprendere: 80 milioni di dollari. Quanto alle azioni, l’unica indicazione concreta di cui si sia a conoscenza è quella che si intende «prestare assistenza nel preparare le forze armate cubane ad adattarsi in modo appropriato al loro ruolo in una democrazia». Una formula che può significare tutto ma della quale non è stata offerta una «lettura». Al primo incontro con i giornalisti che Bush ha avuto dopo la scoperta di quel piano, un giornalista gli chiese quale fossero il suo senso e i suoi scopi e la sua risposta fu: «Noi stiamo attivamente lavorando per un cambiamento a Cuba, non ci limitiamo ad aspettare che quel cambiamento avvenga».
Chi invece non ha problemi nello «speculare» sono naturalmente i cubani di Miami, che pur divisi in varie fazioni trovano l’assoluta unità in un elemento: l’odio nei confronti di Fidel. Ieri, fra la gente che ballava nelle strade, le file di automobili che percorrevano la famosa Calle Ocho suonando i clacson e sventolando le bandiere, l’enorme va e vieni nell’altrettanto famoso «Café Versailles» per abbracciarsi, discutere, fare previsioni sul futuro davanti a una tazza, appunto, di caffè, c’erano quelli che avevano le loro assolute certezze. La prima e più diffusa era che Fidel è già morto e che la sua lettera letta alla radio cubana serviva a dare ai suoi successori il tempo per preparare con calma la transizione. La prova? Che non è stato lui personalmente ad apparire alla tv cubana, una cosa che in passato ha sempre fatto, anche quando si trattava di riferire sulla propria salute.
Il sentimento generale era comunque misto. «Temevo di morire prima di lui», diceva un sessantanovenne». «Speriamo che sia morto davvero», gli faceva eco un giovane che è nato a Miami e a Cuba non c’è mai stato ma che «per la mia famiglia significa moltissimo». «Preferisco aspettare e vedere. Può essere il principio della fine ma non è ancora la fine», interloquiva un sessantente scappato negli anni 80. Qualcuno raccontava che all’Avana non c’erano segni di fermenti e che sul Malecon l’unica cosa che si vedeva erano i cartelloni con gli auguri a Fidel preparati per il 13 agosto, giorno del suo ottantesimo compleanno. «Ancora non possono parlare, ma lo potranno presto», dicono tutti con irremovibile convinzione.