Provenzano informatore dei carabinieri. Parola di pentito

«Fuori i nomi», tuona il giorno dopo un immemore ministro di Grazia e Giustizia, il lombardo-padano Roberto Castelli, che dev’essere da quando si è insediato in Via Arenula che non legge i giornali, e neanche i documenti delle procure in prima linea sul fronte della guerra alla mafia.
«Fuori i nomi», rintronano come stupefatti tutti gli uomini del centrodestra, come se non sapessero che il governatore della Sicilia Totò Cuffaro detto “vasa-vasa”, uomo di Follini e Casini e Buttiglione, discepolo affezionato e grato dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino, è a sua volta indagato per concorso esterno in associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con Michele Aiello, boss della sanità di Bagheria e proprietario di una clinica privata in cui – si dice – Binnu Provenzano ha latitato ogni volta che non stava troppo bene.

Totò Cuffaro, compare di nozze di Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate, quello che ha procurato i veri documenti finti del signor Gaspare Troia, alias Bernardo Provenzano, per consentirgli di andare a farsi operare di cancro alla prostata in una clinica esclusiva di Marsiglia, ottenendo anche il rimborso della regione siciliana per le spese chirurgiche, di degenza e di soggiorno.

E l’altro compare di nozze di Campanella quelli che c’erano dicono che fosse Clemente Mastella, nel solco di una tradizione di comparaggi che arriva fino al famoso vassoio d’argento massiccio regalato da Giulio Andreotti per il matrimonio della figlia di uno degli esattori mafiosi di Salemi, quei cugini Salvo che Andreotti ha sempre detto di non conoscere.

E poi ci sono, nelle indagini della procura di Palermo, i nomi del deputato di Forza Italia Gaspare Giudice, e quello del senatore di Alleanza nazionale Antonio Battaglia. E i dirigenti degli ospedali Civico e del Policlinico Salvatore Aragona, Giuseppe Guttadauro e Domenico Miceli. E ancora quello del capogruppo dell’Udc all’Assemblea regionale siciliana Nino Dina. Tutti indagati o chiamati in causa per le rivelazioni del pentito Antonino Giuffré.

Il ministro della Giustizia, invece di indignarsi, potrebbe chiedere qualche informazione al più avvertito collega di governo Pietro Lunardi, un altro lombardo-padano, che avendo capito tutto, appena insediato si affrettò a dire che in Sicilia, essendoci la mafia, era necessario riuscire a conviverci pacificamente, in modo da far decollare l’altrimenti fallimentare programma di grandi opere e infrastrutture che lo stesso ministro si apprestava a varare, primo fra tutti il progetto megagalattico del Ponte sullo Stretto di Messina.

Fuori i nomi: ma i nomi sono quelli di Antonino Borzacchelli, deputato siciliano anch’egli eletto sotto le bandiere dell’Udc, dopo essere stato sottufficiale delle forze dell’ordine, il quale faceva da terminale a un ex collega che dagli uffici del Pm Antonino Ingroia spiava e riportava tutto quello che andava affiorando dalle indagini dei magistrati antimafia guidati da Pietro Grasso proprio sul latitante di Corleone, sui suoi uomini “nei ceti sociali”, sui collegamenti con imprenditori e professionisti e politici, sui “pizzini” con cui da 42 anni Provenzano governa dal suo “buen retiro” gli affari di Cosa Nostra e indirizza e consiglia e dissuade e decide che cosa in Sicilia va fatto e cosa no.

Quei nomi c’erano già tutti, ben prima dell’intervista-bomba della brava e coraggiosa Maria Grazia Mazzola al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, il quale non ha fatto che ripeterli davanti ai microfoni e alle telecamere del reportage di Tv7. E altri nomi li hanno spiattellati ieri davanti ai magistrati due detenuti eccellenti in carcere a Milano, i pentiti Antonino Giuffré e Giusto Di Natale, a proposito della mancata perquisizione del covo di Totò Riina da parte degli uomini del Ros, nell’ambito del processo che vede imputati il direttore del Sisde Mario Mori e il colonnello Sergio Di Caprio, passato ai fasti cinematografici con la faccia di Raul Bova nei panni del “Capitano Ultimo”.

Il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré ha anche detto: «C’erano delle voci, dei sospetti, tra le famiglie mafiose di Palermo e di Catania, in merito all’integrità di Provenzano, nel senso che si pensava fosse un confidente dei carabinieri. Provenzano mi chiese se credevo a quelle voci e io gli dissi che non ci credevo… (ma) Ciancimino era uno dei personaggi più importanti per Provenzano, i due erano molto legati, e c’erano voci che Ciancimino avesse contatti con le forze dell’ordine».

Vale la pena di ricordare che Vito Ciancimino, ex barbiere di Corleone, ex sindaco di Palermo, responsabile del “sacco” edilizio della città, è stato per vent’anni il referente per i lavori pubblici della corrente che faceva capo ai parlamentari andreottiani Giovanni Gioia e Salvo Lima, i quali, in stretta connessione con i cugini Nino e Ignazio Salvo, furono di fatto tra gli Anni Settanta e i Novanta i padroni della città. Ciancimino e Gioia e Nino Salvo sono morti “in pace”. Ignazio e Salvo Lima sono stati “sparati” dalla mafia per ragioni e con dinamiche che i relativi processi non sono riusciti a chiarire e senza averne individuato né i killer né i mandanti diretti.

Ma mentre si alza il polverone sul procuratore Grasso, per le ovvietà che ha detto – polverone a cui gli intrecci politici-mafiosi-affaristici siciliani ci hanno abituato, nella dissolvenza dei nodi veri che in quella terra continuano ad aggrovigliarsi – e mentre in un’altra terra tormentata, in Calabria, un’altra mafia ammazza il vicepresidente della Regione Fortugno, arriva, dimenticato, sui tavoli delle redazioni, un documento del Comitato per il Mezzogiorno della Confindustria dal titolo premonitore: «Emergenza criminalità. Lo Stato presidi il territorio. No a nuove ipotesi di condono».

«Il grave fatto di sangue – scrive l’organizzazione degli industriali – rappresenta solo l’ultimo anello di una lunga catena di illegalità che lo Stato non riesce a contrastare, nonostante i ripetuti segnali lanciati anche dal mondo imprenditoriale… un’emergenza che diventa di giorno in giorno più drammatica: compromettendo la legalità il tessuto sociale viene corroso, così come viene impoverito il capitale imprenditoriale necessario allo sviluppo del Mezzogiorno». Altro che polveroni.