Prove di dialogo in Libano. Filo e anti siriani si parlano

Il Libano cerca faticosamente e pur tra mille incertezze e tensioni di superare le drammatiche lacerazioni innescate un anno fa dall’assassinio dell’ex-premier Rafiq Hariri e da tutto ciò che ne è seguito; e lo fa dando vita – almeno cercando di dar vita – a un “dialogo nazionale” che punti a superare, o a conciliare, la frattura tra filo-siriani e anti-siriani, strumentale ma non per questo meno reale, e a ricercare un possibile tessuto di unità nazionale o quantomeno di civile convivenza. Un compito certamente non facile, per non dire problematico nella situazione attuale: tanto è vero che la apposita conferenza riunitasi ieri mattina nella sede del Parlamento nazionale ha rischiato di fallire prima ancora di cominciare per il dissenso su chi dovessero essere i partecipanti. I principali esponenti del fronte anti-siriano (lo chiamiamo così solo per comodità di linguaggio), vale a dire il druso Walid Jumblatt, che è anche leader del Partito socialista progressista, il cristiano-maronita Samir Geagea, ai tempi della guerra civile capo delle Forze libanesi e come tale responsabile di feroci massacri di palestinesi e di drusi (ma oggi alleato di Jumblatt, a dimostrazione di come si scompongano e si ricompongano le alleanze nella realtà libanese) e il sunnita Saad Hariri, figlio dell’ex-premier assassinato e considerato il vincitore delle elezioni dell’anno scorso – peraltro con disinvolte alleanze trasversali con i filo-siriani – si sono opposti alla partecipazione delle due forze più autenticamente “siriane” dello scenario politico libanese, vale a dire il Partito Baas di Hassem Qanso, branca libanese del Baas siriano, e il Partito social-nazionalista siriano, che è fautore di una grande Siria estesa fino all’Iraq e a Cipro. E dissensi non di forma ma di sostanza ci sono anche sull’obiettivo dei lavori, vale a dire la piena attuazione della risoluzione 1559/2004 del Consiglio di sicurezza voluta da Stati Uniti e Francia, che chiedeva il ritiro delle truppe siriane dal Libano, avvenuto circa un anno fa, ma anche la fine “delle ingerenze” di Damasco nel Paese – termine che può ovviamente essere stirato a piacimento – nonché la implicita sostituzione del presidente in carica Emile Lahud e il disarmo della milizia degli Hezbollah, che naturalmente rispondono picche.

Sul primo punto di dissenso, Jumblatt, Geagea e Hariri considerano il Baas e il Psns non gruppi “filo-siriani” ma pure e semplici emanazioni di Damasco, se non addirittura dei veri e propri “agenti”; il che può essere per un certo aspetto anche vero, ma non toglie che si tratti di forze che hanno in Libano una presenza storica e radici in settori della popolazione. Il Baas esiste dagli anni ’40 e si rifà alla leadership “nazionale” – cioè interaraba – che ha sede a Damasco con filiali in altri Paesi arabi; il Partito social-nazionalista siriano fu fondato nel 1932 da Inaan Raad ed è dunque presente sulla scena politica libanese da quasi ottant’anni; fra l’altro durante la guerra civile sia Qanso che Raad sedevano accanto a Jumblatt nel coordinamento del Movimento nazionale-progressista. Avviare il dialogo nazionale pretendendo di decidere a proprio arbitrio chi debba essere la controparte è a dir poco singolare e ricorda da vicino l’atteggiamento di Israele nei confronti della composizione dell’Autorità nazionale palestinese. Ben lo ha capito il presidente del Parlamento, lo sciita Nabih Berri, che partecipa al dialogo come leader di quel movimento Amal che insieme agli Hezbollah rappresenta il fondamentale punto di riferimento di Damasco in Libano, ovvero la forza che intende mantenere – pur in termini nuovi – un “rapporto speciale” con la Siria. Berri ha detto infatti ieri mattina che il fallimento della conferenza avrebbe “gravi conseguenze” sul futuro del Libano: «Il fallimento è vietato – ha affermato testualmente – altrimenti Dio benedica l’anima del Paese»; come dire che altrimenti si rischierebbe il ritorno agli anni bui della guerra civile. Come che sia la polemica è stata superata, tanto è vero che alla fine della seduta mattutina, durata più di tre ore, lo stesso Berri ha parlato di «atmosfera non solo seria ma positiva»; i lavori sono ripresi poi in serata e continueranno nei prossimi giorni. Per dare un’idea del clima di tensione in cui il “dialogo” si è aperto, il centro di Beirut, intorno al Parlamento, era completamente isolato dal resto della città da un cordone di poliziotti e di soldati; poco prima dell’inizio della seduta una bomba di piccola potenza è esplosa poco a nord di Beirut nel tribunale della cittadina di Junieh, durante la guerra civile capitale della enclave cristiano-maronita e del Fronte libanese di destra; e infine reparti del Primo battaglione d’intervento dell’esercito sono stati inviati a presidiare il confine della regione settentrionale di Tripoli (roccaforte dei filo-siriani) per impedire possibili “traffici di armi”. Un clima che peraltro non può sorprendere, se ricordiamo la catena di attentati – alcuni dei quali sanguinosi e con vittime eccellenti – che hanno caratterizzato tutto il corso del 2005, dopo l’assassinio di Hariri e l’esplosione delle manifestazioni e contromanifestazioni di massa per il ritiro delle truppe siriane e insieme ad esse degli apparati dei servizi di sicurezza di Damasco in territorio libanese. Sui contenuti dei colloqui il riserbo è per ora assai stretto e del resto comprensibile, nonostante la nota di moderato ottimismo contenuta nelle citate parole di Nabih Berri. I due punti delle dimissioni del presidente Lahud e del disarmo della milizia degli Hezbollah sono infatti a dir poco i nodi cruciali del dibattito. Il mandato di Lahud scadeva nell’autunno del 2004 e fu prorogato di tre anni con un emendamento costituzionale sostenuto della Siria e che provocò la rottura con Rafiq Hariri e con il fronte “antisiriano”; il presidente comunque non ha nessuna intenzione di rinunciare all’incarico, ma è accusato dai suoi contestatori di essere una marionetta della Siria e di essere coinvolto nel delitto Hariri. Quanto agli Hezbollah, essi considerano la loro milizia – dislocata nel sud – il fulcro della “resistenza razionale” e non intendono disarmarla finché Israele non si sarà ritirato dall’enclave delle Fattorie di Shebaa, tuttora occupate nonostante il ritiro del maggio 2000; né l’esercito regolare è in grado di imporre il disarmo con la forza, a rischio di far riesplodere la guerra civile.