Protesta no stop per tornare a casa

«Vogliamo tornare a casa, in Palestina». La scritta a colori bianco verde e nero campeggia ancora davanti alla Farnesina a Roma. E’ la richiesta del gruppo folkloristico Sanabel, che dai primi di settembre ha messo la tenda lì, sperando che il governo italiano si adoperi per riportarli a casa. I danzatori palestinesi – nove ventenni invitati in Italia a giugno per un tour artistico -, sono bloccati a Roma per la chiusura dei valichi d’entrata, imposta da Israele dopo l’invasione del Libano. Fanno parte dell’Unione giovani progressisti palestinesi, un’associazione nazionale di giovani, a carattere sindacale e solidaristico. I proventi del loro tour, promosso in Italia dall’Unione democratica arabo palestinese (Udap), sarebbero serviti a comprare libri e matite per i bambini dei campi profughi: «ma i soldi sono andati via in pochi giorni per il mantenimento – dice Baha, coordinatore del gruppo – il costo della vita è così alto a Roma». Tanti problemi per mantenersi, e nessun mezzo per sostenere con dignità questa permanenza forzosa. I ragazzi sono riusciti a rimanere in una casa del Comune, ma per tutto il resto non sanno come fare. Una piccola emergenza umanitaria in quella drammatica e insostenibile che vivono i palestinesi di Gaza, da cui provengono gli artisti. «Gaza è una prigione e Israele sembra averne gettato le chiavi». Parole che il relatore Onu per i diritti umani nei Territori occupati della Palestina, il sudafricano John Dugard, ha pronunciato davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Parole che riprende anche l’esponente dell’Udap Chokri, stanco di bussare a tutte le porte, ripetendo con i ragazzi la loro richiesta semplice: tornare in Palestina. Ma come, se il valico di Rafah apre solo per brevi intervalli e se l’Egitto si dichiara indisponibile a «gestire» altri palestinesi venuti da fuori? «Il nostro popolo muore – dice ancora Baha – i carri armati hanno distrutto anche la Centrale del latte costruita dalla cooperazione internazionale». Le forze internazionali, ufficialmente garanti del rispetto dei patti da parte di Israele, «dovrebbero imporre l’apertura dei valichi, e il nostro rientro da Rafah – continua Baha – , ma in tre mesi sono morte 17 persone, Israele continua a ignorare il diritto internazionale e noi a rimanere qui». Al governo italiano, i ragazzi chiedono almeno un visto per la cittadina egiziana di Al Arish, da cui attendere gli orari d’apertura del valico. Ma nessuno gli ha ancora risposto.