Prospettive della società dell’informazione

“Digital divide” è l’espressione che molti analisti adoperano per riferirsi al divario esistente fra chi ha accesso alle tecnologie informatiche e chi no, in genere con particolare riferimento ai paesi economicamente deboli. A questo fenomeno l’Onu ha dedicato un vertice (denominato Wsis: world summit on information society) in due fasi. Durante la prima (10-12 dicembre 2003) i rappresentanti dei paesi convenuti a Ginevra hanno sottoscritto una dichiarazione di principi e un piano d’azione. La seconda fase si è tenuta dal 16 al 18 novembre a Tunisi con l’obiettivo di concretizzare gli intenti espressi e fare il punto della situazione. L’obiettivo dichiarato è quello di estendere a tutti l’accesso libero alla tecnologia e all’informazione, di incentivare l’uso dell’informatica per sviluppare ricchezza e salute, di sfruttare gli strumenti telematici per estendere la partecipazione democratica, raccogliendo le istanze di tutti i soggetti presenti nel settore. Grandi corporation, rappresentanti governativi di differente estrazione, associazioni per il software libero e per i diritti umani, si sono così affiancati rappresentando ognuno i propri interessi e la propria idea di cosa sia effettivamente lo sviluppo informatico.

Per le imprese ci sono ingenti occasioni di guadagno in un mercato aperto da rifornire di computer, servizi informatici e tecnologie di rete. Non a caso Craig Barrett, presidente della Intel, nel suo intervento in qualità di ambasciatore delle industrie ITC ha colto l’occasione per pubblicizzare il sistema wireless WiMAX, progettato dalla sua azienda per offrire connettività a banda larga su copertura estesa, sul quale evidentemente il colosso dei microprocessori conta molto per espandersi nel settore del networking. Barrett ha aggiunto un riferimento al “grande ruolo che hanno i governi per creare il giusto ambiente per far fiorire l’economia”. Si pensi a come il diffondersi della formazione informatica nei paesi poveri (già produttori di hardware a basso prezzo), abbia messo a disposizione delle corporation manodopera semi-qualificata molto economica: alcune aziende angloamericane, ad esempio, hanno già spostato i propri call-center in India.

Riguardo gli esiti del vertice si può osservare che il risultato più pubblicizzato è il prototipo di un computer portatile low-cost pensato per i bambini dei paesi “esclusi”. Resistente, ricaricabile con una manovella, equipaggiato la connettività wireless: il costo si aggira sui 100$, e funziona con software open source. Il problema, a questo punto, è capire cosa potranno effettivamente farci i suddetti bambini con questo strumento messo a loro disposizione. Infatti, a dispetto delle dichiarazioni d’intenti, i documenti di lavoro prodotti dal summit sembrano più volti a mantenere lo status quo che ad incentivare l’innovazione e gli estensori si direbbero vedere nello sviluppo di Internet più una minaccia che un’opportunità.

Era già stata causa di qualche imbarazzo, prima dell’inizio del vertice, l’esclusione dai lavori della discussa organizzazione cinese per i diritti umani HRIC. Ma a immergere il Wsis nel totale paradosso è la condotta delle stesse autorità tunisine, protagoniste di disinvolte violazioni della libertà di espressione e di una dura azione di repressione persino negli stessi giorni del summit, senza risparmiare i giornalisti stranieri. Osservando poi l’operato nello specifico, insospettisce la decisione di sancire come dato e immutabile il ruolo avuto sinora dall’Icann (si tratta di una società mista, con la partecipazione pubblica del governo americano, incaricata del fondamentale servizio di naming). Ma soprattutto si nota un illustre assente: il software libero.

Pur essendo infatti nella lista degli argomenti di lavoro, e pur costituendo la spina dorsale della rete, non c’è nessun soggetto che si occupi di software libero nel gruppo di lavoro sull’Internet governance. In compenso il documento sul crimine telematico da esso prodotto esprime un preoccupante desiderio di censura e propugna di fatto l’appiattimento tecnologico in nome della sicurezza. Il vero capolavoro si trova, però, nel documento sui diritti di proprietà intellettuale, nel quale quest’ultima è ammantata di intangibilità a tal punto che il documento chiede di “bilanciare i diritti umani” con gli interessi legati alla speculazione sulla conoscenza. Si profila inquietante, una comunanza d’interessi fra potere statale reazionario e corporation contro lo sviluppo libero e orizzontale di Internet.

Chi vuole lucrare sul web, da sempre, cerca di imporre un modello di comunicazione basato sul rapporto fornitore di servizi (a pagamento)-utente, contrapposto alla filosofia naturale della rete, in cui tutti sono contemporaneamente fornitori e utenti. Un caso emblematico è costituito dall’informazione, e dalla differenza fra i portali verticali allestiti dai tradizionali operatori unidirezionali del settore (giornali, agenzie di stampa, televisioni) e i media indipendenti (ad esempio Indymedia – www.indymedia.it) modellati sulle potenzialità interattive delle nuove tecnologie (e, purtroppo, pieni di problemi intrinseci che meritano una trattazione a parte). Un’altra interessante questione è quella della banda radio per comunicazioni wireless (per la quale l’intento espresso al Wsis è un “ogni stato dovrebbe disporre della banda radio per l’interesse comune” di esemplare vacuità). In entrambi i casi le regolamentazioni di solito (vedi Gasparri in Italia) pongono limiti e ostacoli in modo da spingere verso l’esclusione i soggetti senza scopo di lucro, e spianare la strada agli affaristi. I quali non solo offrono la garanzia di non veicolare fermenti politico-culturali, ma possono offrire anche l’utile servigio di bloccare gli utenti che vogliano agire in tal senso. Hanno fatto scalpore i casi del motore di ricerca di Microsoft che nega l’accesso, in Cina, a parole che evochino l’interesse per argomenti politici, e della denuncia alle autorità cinesi da parte di Yahoo! di un giornalista che aveva mandato un’e-mail non gradita.

I paesi dall’economia debole non hanno, insomma, bisogno di tecnologie ritagliate su misura. Ma, come tutto il mondo, di condizioni politiche democratiche e di un’economia non sorretta dalla speculazione e dal furto di risorse, affinché, liberi dalla necessità di inventarsi ogni giorno la sopravvivenza, possano progettare un futuro prospero.