Proibito proibire. Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi.

Attenti ai cagnoni, pisciano sugli Alberoni. Proibito proibire. Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi. Il professor Giampiero Bozzolato ha fatto 960 esami in quattro giorni, 28 a tutti, perfino agli operai della Michelin che non hanno mai messo piede in facoltà. Alla mensa, c’è una tipa tosta, Claudia Rusca, che ad alta voce legge il “Libretto rosso” di Mao e quasi tutti l’applaudono. Finalmente si insegna Marx. E’ l’unico corso in Italia. Quando glielo fanno notare, Alberoni fa spallucce: «Marx? Perché no?». Non vogliamo mangiare alla vostra tavola, vogliamo rovesciarla. Oddio, ha la divisa da miliziano cubano. E’ Rostagno, uno tosto. Viene da Torino…

Si potrebbe continuare, frasi e slogan sono originali, provengono tutte da quel periodo inconfondibile, unico nel suo genere: Trento, Facoltà di Sociologia, il movimento studentesco, anni 60. I volti, i nomi, le parole, le poesie, le idee, le esaltazioni, i sogni e le follie ci sono tutti, diligentemente raccolti e appassionatamente raccontati, in questo libro di Concetto Vecchio (“Vietato obbedire”, Rizzoli, euro 8,60), che indaga, tra il divertito e l’ammirato, quel mondo “favoloso” improvvisamente materializzatosi lassù, in quella specie di periferia dell’impero, addirittura a Trento.

Un bel tuffo in un passato che sembra lontanissimo; e invece non è nemmeno quarant’anni fa. Il libro di Concetto Vecchio, giornalista che lavora al “Trentino”, ricostruisce con cura personaggi e ambienti, ricollocando figure e fatti nel loro esatto momento cronologico, seguendo il corso degli avvenimenti con l’occhio del cronista più che dello storico e consegnando i protagonisti al loro colore e alla loro umanità, nella irripetibile cornice di quel tempo. A Trento.

Là, dove, scriverà poi Giorgio Bocca, «come se fosse suonato un misterioso tam tam tutti gli avventurosi, gli utopisti, gli spostati, gli irrequieti della penisola si sono dati appuntamento». A Trento, là dove «perfino i preti, come Piergiorgio Rauzi e Franco Masserdotti, parlano di rivoluzione».

A quel tempo, Trento ha 70 mila abitanti, la città è ai confini della nazione, tristissima; la Dc ha il 64 per cento e il totale controllo, niente si muove in Trentino senza il consenso dello scudocrociato e della Chiesa. Ed è così vero, che la pur osteggiata Facoltà di Sociologia nasce, quasi una vendetta di Montezuma, per caparbia volontà di uomini tutti targati biancofiore. Uomini come Bruno Kesserl, presidente dc della Provincia, che ha fortissimamente perorato la causa della Facoltà, evidentemente ignaro del temibile vaso di Pandora che sta per aprire. Come Feliciano Benvenuti, Giorgio Braga, Francesco Alberoni, tutti docenti della “Cattolica”; come Luigi Rosa, emerito prof di pontificio ateneo. Direttore dell’istituto è nominato Mario Volpato, un vero barone, ordinario di matematica generale a Ca’ Foscari, 53 anni, portamento severo, una grande concezione di sé («Io la matematica riesco a farla capire anche ai sassi e perfino ai carabinieri»). Ma le cose si rovesceranno sorprendentemente; e anche a lui, come agli altri, sarà dato ben presto di conoscere lo sberleffo, la disobbedienza, il sarcasmo della contestazione studentesca nata lì, dalla propria “creatura”. Bruno Kesserl si metterà, ormai troppo tardi, le mani nei capelli; e il pur condiscendente e “illuminato” Francesco Alberoni – che della rivoluzionaria Sociologia nel turbolento ’68 accetterà di essere direttore – dovrà rassegnarsi a dare le dimissioni (precisamente il 21 febbraio 1970, mentre da tre giorni, causa pre-salario, la facoltà è di nuovo occupata).

Quando l’anno accademico inizia, quel 14 novembre 1962 («Gli studenti sono 224, sessantacinque vengono da fuori provincia, quarantaquattro sono donne, quelli degli istituti tecnici sono centododici»), l’involontaramente profetico “Adige” scrive: «E’ nata un’università di tipo nuovo».

Assolutamente di tipo nuovo. Vale la pena, per dipingere il clima, riportare, così come è descritta nel libro, la scena dell’ingresso del direttore in pectore Alberoni, quel 3 luglio 1968, nell’assemblea degli studenti colà riuniti proprio in occasione della sua candidatura. «Alberoni si è presentato con un vistoso borsello sulle spalle, e ha parcheggiato la Spider verde oliva in via Verdi. Indossa una camica azzurra e una cravatta color fragola. Non prende posto dietro la cattedra, si siede per terra. E rinuncia al discorso ufficiale. “Sono qui per ascoltare voi. Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di lasciare la Cattolica”».

Niente affatto “covo comunista”, quella allarmante Facoltà. Renato Curcio, che è arrivato a Trento inseguendo un lavoro e con solo 50 mila lire in tasca – «non ha fatto studi regolari, e inseparabile porta con sé il suo complesso di inferiorità, lo chiamano Toulouse-Lautrec per via del grosso naso» – si è iscritto all’università solo nel 1964, fa parte del cattolico “Gruppo democratico dell’Intesa universitaria trentina” e non perde una sola lezione di Romano Prodi.

Anche Marco Boato, che approda a Trento nel ’63 e all’epoca ha 19 anni – «occhialuto, colpisce in lui lo stridulo accento veneto e la prodigiosa memoria» – ogni mattina alle otto «lo vedono infilarsi in Duomo a sentire messa». Quanto a Margherita Cagol (che di Curcio diventerà moglie e insieme a lui, non a Trento ma a Milano, fonderà quel nuovo gruppo che di nome fa Brigate rosse), lei viene dagli scout, suona la chitarra e lavora con Mani Tese.

Appartiene invece alla gioventù socialista il “capo carismatico”, Mauro Rostagno, che lì spunta nel 1963. «A tutti appare come un dio della contestazione, parla una lingua evocativa, trapuntata di parabole. Molto bello, molto scanzonato, molto musicale, lo ricorderà Adriano Sofri». Va in giro con una giacca militare verde assai sdrucita e distintivo di Mao ben in vista sul bavero. «Pare sappia tutto di Berkeley, dove è scoppiata la rivolta. E ha letto “L’uomo a una dimensione” di Marcuse prima degli altri».

C’è anche lui, naturalmente, Adriano Sofri. «Questo Sofri è bravissimo e la pensa come noi», si dirà di lui nei paraggi di Sociologia. Lui ha 25 anni e da tre insegna, viene dal Pci ma ne è uscito da sinistra, lo chiamano il “piccolo Lenin”, si è laureato con «una tesi innovativa su Gramsci» e si è fatto le ossa alla scuola operaista di Raniero Panzieri. E soprattutto è noto come quel Normalista che, nel marzo 1963, «ha osato contestare Palmiro Togliatti, rinfacciandogli di non aver voluto fare la rivoluzione (Togliatti: “Provaci tu, a fare la rivoluzione”. Sofri: “Ci proverò, ci proverò”)».

Nata dall’interno, la lotta dei ragazzi di Trento valica ben presto i cancelli dell’università, diventa contestazione sociale, trova sponde tra gli operai e i sindacati. Occupazioni, assemblee, sit in davanti alle fabbriche in sciopero, cortei, scontri con la polizia. I carabinieri più volte sono inviati in assetto di guerra a sgomberare le aule occupate da quegli studenti ribelli e irridenti, ragazzi e ragazze, che resistono giorni e giorni, inventando slogan e innalzando striscioni, dormendo sui materassi stesi per terra. Il conflitto in Vietnam li vede nelle piazze con le bandiere rosse e le accese manifestazioni di protesta, dentro l’università nasce la Comune Carlo Marx, femminismo e lotta di classe marciano insieme: una rabbia giovanile che esplode contro il sistema, contro la guerra, per i diritti delle minoranze, la difesa dei più deboli, un’istruzione non più subalterna. Che chiede, visionariamente e ingenuamente, magari la fine del dominio borghese, delle sue ingiustizie, sopraffazioni, porcherie, menzogne (e anche non sarebbe male la salutare decapitazione delle sue leggi, delle sue istituzioni, della sua scuola come della sua morale). Giovani e pazzi, nelle strade gridano “Vogliamo tutto e subito”.

Non vinceranno, l’ordine verrà ristabilito, l’abbagliante fiammata spenta. L’immaginazione non è andata al potere. La classe operaia nemmeno.