Produzione o rendita finanziaria?

Più di 930 lavoratori che hanno perso il loro impiego nel 2005, il settore agro-industriale colpito drammaticamente dalla crisi bieticolo-saccarifera e da quella avicola, il tessile e l’arredamento alle prese con una crisi dai risvolti sovranazionali, quello metalmeccanico costellato da vertenze sparse sull’intero territorio, mentre vi è un utilizzo sempre più importante di nuove assunzioni attraverso le ben note forme di precariato.

Il panorama appena decritto (dati CGIL) non si riferisce alla landa più desolata della nostra penisola, bensì alla situazione di Forlì e del suo circondario, proprio nel cuore di quella Romagna “operosa e benestante” che costituiva un esempio di connubio tra decentramento industriale e vocazione agricola.

Produzioni agro-alimentari di qualità sostenute da una filiera robusta, una presenza industriale importante che sottendeva anche una caratterizzazione di classe, ed un sistema agricolo-artigianale a livello familiare che assicurava un adeguato livello demografico per le zone montane e pedemontane.

Il tutto accompagnato da un’organizzazione sociale e da servizi presenti senza soluzione di continuità sul territorio.

Il passaggio da questo scenario a quello odierno ha certamente radici lontane, ma è un fatto che la sua esplicitazione è avvenuta nell’arco di poco tempo e con una violenza inaspettata.

Il rischio maggiore è cadere nella logica emergenziale che tenta di dipingere la fase attuale essenzialmente come un passaggio congiunturale in modo tale da potere giustificare condotte populistiche se non accarezzare derive autoritarie.

E’ necessario rimpossessarsi delle reali dimensioni del fenomeno con uno scatto sul terreno della progettualità politica.

Il vero nodo non sta, a mio avviso, nel rincorrere una competitività nel sistema bensì esattamente nel sistema in quanto tale, ovvero, come affermava Bertinotti in una recente intervista proprio su Liberazione, in un sistema economico nel quale, per la prima volta, la produzione di ricchezza non è legata ad alcun criterio redistributivo.

Ancor prima delle regole dobbiamo mettere in discussione un modello di sviluppo che si è dimostrato chiaramente fallimentare sotto il profilo economico-sociale ma che ha dimostrato un potere pervasivo senza precedenti.

Più di ogni congettura teorica parlano i fatti:

Lo smantellamento dello stato sociale, l’attacco ai diritti dei lavoratori, la precarizzazione dei rapporti di lavoro e del futuro soprattutto per i giovani, l’erosione dell’accesso ai beni comuni, finanche ad un certo revisionismo di carattere storico-culturale sono la prova dell’inesistenza di una autonoma capacità di indirizzo politico ma soltanto un assimilazione funzionale al sistema neoliberista e alle sue richieste.

Tale impostazione, ovviamente, fa sentire i suoi effetti anche nella nostra realtà.

Non si esce da questa spirale senza che la politica torni ad appesantirsi della sua funzione di indirizzo, innanzitutto sul versante della programmazione industriale, ed in questa partita il PRC deve giocare un ruolo importante.

Un ruolo che gli deriva per così dire dalla sua stessa ragione sociale ed al quale non può sottrarsi.

Per farlo, ritengo si debba partire da due aspetti fondamentali:

Il primo è il fatto che la liberalizzazione del mercato, specie per quanto riguarda i servizi, non ha prodotto, nè ripresa economica, nè tantomeno benifici ai cittadini in termini di costi e tariffe dovuti alla preconizzata apertura concorrenziale che da essa doveva discendere.

Il secondo riguarda l’intervento pubblico sul sistema produttivo, oggi relegato, nel migliore dei casi, al ruolo di liquidatore di danni, spesso imputabili ad errori imprenditoriali e che invece dovrebbe essere riconsiderato al fine di riqualificarne fortemente il peso sulla programmazione economica ed industriale.

Risulta evidente come allo smantellamento delle prerogative pubbliche di cui accennavo sopra (cosa ben diversa, si badi bene, rispetto al sistema spartitorio delle Partecipazioni Statali), non ha fatto seguito un sistema capitalistico privato all’altezza, ma soltanto una ricollazione dello stesso verso la meno impegnativa rendita finanziaria., i cui effetti nefasti sono sulle pagine dei giornali.

Francamente trovo che l’attacco che da più parti si sta scatenando contro il mondo cooperativo è viziato da un atteggiamento strumentale che ne falsa i termini.

Le condotte scorrette da un punto di vista, passatemi il termine, etiche, vanno stigmatizzate anche politicamente, mentre gli atti penalmente rilevanti vanno accertati e perseguiti. Questo deve essere il dato oggettivo.

Quello che non è accettabile è la condanna tout court di un movimento che ha contribuito alla crescita economica e sociale del nostro paese e che ancora, in molti settori, si presenta come l’unico vero attore a carattere nazionale.

Il dato che invece a mio avviso dovrebbe destare preoccupazione e sul quale dovrebbe aprirsi una profonda riflessione, è il fatto che sempre più spesso anche realtà importanti della cooperazione, nella sacrosanta autonomia delle loro scelte di sviluppo aziendale, abbandonino la produzione in favore di asset finanziari.

Non sono così ingenuo da pensare che i due aspetti non siano legati, ma continuo a ritenere che la priorità debba essere quella produttiva.

In soldoni, quando si sceglie di impegnare le risorse di gran parte del mondo cooperativo in una gigantesca operazione che mira ad acquisire una banca non si sceglie una linea di sviluppo che guarda nella direzione di implementare nè la struttura industriale-produttiva, nè quella distributiva.

Se non ci si rende conto di questa virata sostanziale, non è possibile individuarne la portata e ricondurne i termini sul terreno di quella che sopra definivo una nuova progettualità politica.

* Resposabile Lavoro PRC Forlì