Prodi:”Un governo irresponsabile il risanamento lo faremo noi”

ROMA – Professor Prodi, Berlusconi attacca l´euro, dice che non c´è nessuna preoccupazione sui conti pubblici italiani e dichiara che il tetto del 3% fissato dalla Ue nel rapporto deficit/Pil non ha più senso. Lei che ne pensa?
«Berlusconi e il suo ministro dell´Economia sono stati protagonisti della riscrittura del Patto di stabilità. Che ora ne rimettano in discussione il fondamento è un gesto di somma irresponsabilità. Quanto alla preoccupazione sui conti pubblici italiani, purtroppo essa è comune e diffusa in tutti gli ambienti internazionali».
C´è chi le contesta un eccesso di catastrofismo.
«Io catastrofista? Io sto ai fatti e ai numeri. Mesi fa ho detto che speravo nella ripresa tedesca. Adesso che gli indicatori migliorano in Germania, anche noi avvertiamo qualche lievissimo segnale di risveglio. Ma appunto, stiamo parlando di indizi modestissimi. Se andrà bene, l´anno prossimo cresceremo dell´1%. Restiamo gli ultimi della classe. Per questo, quando torneremo al governo, la prima cosa su cui ci impegneremo sarà creare le condizioni per una ripresa vigorosa, per un recupero delle nostre quote di mercato all´estero, per un rilancio della produttività. E non lavoreremo solo sull´industria, ma anche sul terziario. Faremo riforme radicali, nel commercio, nelle professioni e nei servizi prestati dalla Pubblica Amministrazione. In molti casi procederemo con le privatizzazioni, in tutti i casi con iniezioni di liberalizzazione dei mercati. Servirà coraggio per scardinare le difese corporative delle lobby che finora hanno ingessato l´economia. Ma dovremo far presto, se vogliamo che il Paese abbia energie sufficienti per trasformare in vera ripresa le opportunità offerte dalla congiuntura internazionale».
Professore, la questione è un´altra: con tutte le critiche che muovete alla Finanziaria di Tremonti, se mai tornerete al governo la prima cosa che dovrete fare sarà una bella stangata. Non è così?
«Niente stangate. Sono partito dalla ripresa proprio perché se non si creano le condizioni perché l´economia ricominci a crescere il risanamento dei conti pubblici non lo raggiungeremo mai. Certo, i dati di bilancio sono allarmanti. E anche in questo caso non c´entra il presunto “disfattismo di Prodi”. Parlano i numeri: sei mesi fa nella trimestrale di cassa si parlava di un deficit al 3% del Pil, oggi non c´è una sola istituzione che lo preveda al di sotto del 5%. Questo ha ridotto al minimo la credibilità del nostro Paese sui mercati internazionali. E a dispetto di quello che dice a sproposito Berlusconi, lei pensi dove staremmo se non avessimo avuto il miracoloso paracadute dell´euro! Dovrebbe ringraziarci, invece di contestare la moneta unica».
Come se ne esce, se non con le solite «lacrime e sangue»?
«La prima cosa che faremo, inserendola nel programma elettorale, è l´istituzione di un organismo indipendente di monitoraggio che svolgerà un auditing rigoroso sui nostri conti pubblici. Di lì partiremo per avere un quadro certo della situazione, e per impostare una manovra seria, credibile e progressiva, cioè spalmata sull´intero corso della legislatura. Noi vogliamo far ripartire l´economia, non ucciderla. Ma su questo mi faccia sottolineare un aspetto, che è strettamente collegato: la sicurezza».
Che c´entra la sicurezza?
«Quello che è successo in Calabria, l´assassinio di Fortugno, non è più tollerabile. Noi non ci riprenderemo mai finchè non ristabiliremo l´ordine e le condizioni di sicurezza in tutte le aree del Paese. Non saremo mai credibili, finchè non ci libereremo dalla criminalità organizzata. Su questa priorità mobiliteremo tutte le energie nazionali. Finchè l´Economist scriverà che nel mondo si uccide nei seggi elettorali solo a Bagdad e in Italia, il Paese subirà una ferita mortale. Purtroppo, in questi ultimi anni questa ferita si è incancrenita. Abbiamo fatto gravissimi passi indietro. Dal falso in bilancio in poi molte leggi sulla giustizia, approvate da questo governo con altri obiettivi, sono diventate un assist formidabile per le attività illecite».
Dalla Cirami alla Salva-Previti: se governerete farete piazza pulita di tutte le leggi varate dal Polo?
«Delle leggi ad hoc non salveremo nulla. Toglieremo tutti gli hoc. Perché la legge è uguale per tutti: c´è scritto in tutti i tribunali d´Italia».
Ma a parte la giustizia, ci sono altre leggi che preoccupano, se Ciampi invita «tutte le magistrature a difendere la Costituzione».
«Noi non abbiamo mai tirato la giacca al Capo dello Stato, e non vogliamo certo farlo ora. Ma Ciampi ha detto con precisione e nettezza ciò che è da sempre radicato nel nostro animo e nella nostra cultura. Io stesso, a Piazza del Popolo, ho voluto parlare senza alcuna retorica della nostra “bella Costituzione”, che va preservata e difesa. Può anche necessitare di qualche aggiustamento. Ma nei suoi principi di fondo rimane la base insostituibile sulla quale si regge il nostro sistema democratico. E quando vedo che certe leggi ne stravolgono in un colpo solo, e a colpi di maggioranza, più di 50 articoli, non posso non essere preoccupato».
Lei si riferisce alla devolution. Ma poi c´è anche la modifica della legge elettorale. È davvero così eversiva?
«Abbiamo denunciato la profonda scorrettezza istituzionale e le diffuse incongruenze costituzionali del testo presentato dal Polo. E non siamo soli: numerosi e prestigiosi costituzionalisti hanno sollevato dubbi, che noi condividiamo e che non possono essere sottaciuti. Parliamoci chiaro: questa presunta “riforma” proporzionale è fatta per evitare una clamorosa sconfitta del Polo e per rendere il Paese meno governabile per chi vincerà le elezioni».
Quindi, nonostante gli appelli di Fassino al dialogo, lei conferma che anche al Senato non ci sarà nessun confronto con la maggioranza?
«Per dialogare bisogna essere in due. Visto che la maggioranza conferma che sul testo approvato alla Camera non cambierà la sua linea, non si vede proprio perché ora debba cambiarla l´opposizione. E su questo, mi creda, nel centrosinistra siamo tutti d´accordo».
E che succede se il Cavaliere apre anche il fronte della par condicio, eliminandola prima del voto del 9 aprile?
«Lo dice la parola stessa: eliminare la par condicio, oggi, significa creare una situazione di disparità. Purtroppo è una minaccia reale. Ma noi la fronteggeremo in modo durissimo. Io non sono un fanatico della par condicio in sé. Ma non potrei mai accettare un sistema che, abbattendo quel paletto, ci costringerebbe ad accumulare risorse da versare nelle casse della famiglia del presidente del Consiglio, per poi consentirgli di picchiarci più forte con i suoi spot durante la campagna elettorale. Ecco perché siamo pronti a mobilitarci, per impedire l´ennesimo, gravissimo strappo delle regole».
Lei ha parlato di sicurezza. La legalità è l´altra faccia della sicurezza. Sul caso Bologna non siete stati troppo timidi, nel sostegno a Cofferati contro le derive della sinistra radicale e protestataria?
«Sul rispetto della legge non prendiamo lezioni da nessuno. Premesso che Bologna non può diventare il paradigma di tutto, ci identifichiamo senza imbarazzi né timidezze nelle scelte fatte da Cofferati. E questo dimostra l´esatto contrario di ciò che alcuni leader della destra vorrebbero far credere agli italiani: esiste un centrosinistra riformista, che ha cultura di governo e non si fa condizionare. Detto questo, aggiungo che quello che succede nelle piazze non può e non deve lasciarci indifferenti. Noi ci batteremo sempre per il rispetto delle leggi, ma saremo sempre pronti ad offrire tutta la nostra capacità di ascolto e di inclusione verso i deboli e gli immigrati. Legalità e solidarietà, per il centrosinistra che vogliamo, sono e resteranno un binomio inscindibile».
Lei parla del «centrosinistra che vogliamo». Ma nel Paese non è ancora chiarissimo cos´è, questo centrosinistra.
«Il risultato delle primarie ci ha fornito un´indicazione straordinaria su ciò che i nostri elettori vogliono da noi. La lista unitaria alla Camera è un passo avanti enorme verso l´aggregazione tra le forze riformiste del centrosinistra».
Il passaggio successivo può essere davvero il partito democratico, anche se Rutelli dice che c´è ancora tantissima strada da fare?
«In prospettiva sì, lo sbocco è quello. Ma dobbiamo fare un passo alla volta. Con la lista unitaria si corona un progetto che inseguivo ormai da due anni. La tappa successiva, e coerente con il risultato delle primarie, dovrà essere quella di una presenza parlamentare unitaria».
Quindi lei dice sì alla creazione dei gruppi unici tra Ds e Margherita?
«Sì, serve una struttura che consenta al futuro governo di appoggiarsi in Parlamento a una forza di riferimento unitaria, coesa, robusta. Se vinciamo le elezioni, avremo cinque anni di sperimentazione e di lavoro comune, e test importanti sui quali metterci alla prova: dalla politica economica e il sostegno della crescita alla politica estera e le scelte sull´Iraq».
Lei parla di cinque anni di sperimentazione. Ma non sarà ora di fissare un termine? In fondo il suo sogno di unire ex comunisti ed ex democristiani, risale già a 10 anni fa.
«È vero. Quel sogno oggi è più vicino. Ma dobbiamo procedere con realismo e pragmatismo».
La sensazione è che Rutelli abbia rilanciato il partito democratico per mettere in difficoltà i Ds, ai quali chiede di uscire dal Pse, e che per questo Fassino cominci a frenare. Ma le primarie non hanno dimostrato che l´unità dei riformisti è già matura tra l´elettorato, e non si realizza solo per la resistenza del ceto politico?
«Io capisco e giustifico la prudenza, ed anche una certa resistenza. Ci sono in campo identità culturali radicate ed equilibri organizzativi consolidati. Ma questo è il momento in cui servono una grande generosità e una grande lungimiranza. Di fronte a noi c´è un grande obiettivo, che quegli oltre 4 milioni 300 mila elettori, andati spontaneamente a votare le primarie, ci hanno riproposto con una forza e una chiarezza eccezionali. Ci chiedono unità. Non possiamo e non dobbiamo deluderli».
Verso il traguardo del partito unitario resta un solo ostacolo: a quale famiglia politica europea finiscono per aderire Ds e Margherita. Ma è davvero così insormontabile?
«No, non lo è. In questa fase storica nessuno può pensare che i Ds debbano uscire dal Pse o la Margherita debba lasciare il gruppo dei liberaldemocratici. In Europa ognuno si sieda dove vuole. Ma questo non vuol dire che in Italia non ci si possa unire. Le convergenze si fanno sulle politiche, non sugli schieramenti. Non si pretende mai che la realtà politica europea si adatti a quella dei singoli Paesi. E questa vale anche per noi».
L´ultimo sospetto, Professore. Non sta nascendo di nuovo un «ulivismo» che si muove al di fuori o contro i partiti?
«Assolutamente no. Questo, dopo il voto di due domeniche fa, non lo si può proprio più dire. Le primarie non sarebbero state possibili senza i partiti. E non sono state un referendum, ma un matrimonio che ha riconciliato una volta per tutte gli elettori con la politica. Anche per questo sono state un bene prezioso, per la nostra democrazia e per i partiti stessi. Ora sta a noi farlo fruttare».