«Prodinotti» in lite, e la Cosa Rossa rischia il naufragio

NON C’È PACE nella nascente Sinistra arcobaleno. O meglio: alla vigilia degli Stati generali di domani e domenica, che daranno il via al processo unitario, non c’è una linea comune su temi decisiva: il rapporto con il governo Prodi, le prospettive dopo una sua eventuale caduta e la riforma della legge elettorale. L’aspetto più insidioso è che a essere divise sono le due forze che più tirano per la nascita del nuovo partito: Prc e Sinistra democratica. L’intervista con cui Bertinotti ha definito «fallita» l’Unione continua a sanguinare. E la coda di polemiche tra palazzo Chigi e lo scranno più alto di Montecitorio è sale sparso su questa ferita. Mussi quell’intervista non l’ha condivisa e non si stanca di ripeterlo. Ieri ha incontrato il leader del Pd Veltroni e gli ha detto: è vero che c’è delusione tra gli elettori, ma si può lavorare per stabilizzare il governo «con un forte programma condiviso» per la parte restante della legislatura. E all’uscita dal loft di piazza Sant’Anastasia ha mandato un altro siluro a Bertinotti e Giordano: «Se dai un giudizio liquidatorio e inappellabile sul governo ti chiudi in un recinto». «Se parli di verifica – dice Mussi – vuol dire che scommetti sul fatto che puoi mettere qualcosa di forte nel carniere del governo, altrimenti stacca subito la spina». Parole che arrivano poco dopo che Giordano aveva nuovamente esternato contro palazzo Chigi: «È del tutto sgradevole e sbagliato denigrare la terza carica dello Stato, che invece ha fatto una cronaca veritiera di ciò che sta accadendo. Sarebbe opportuno che ci fosse rapidamente una smentita». E ancora: «Bisogna ricostruire un programma perché quello di prima non c’è più». A Prodi Giordano ricorda che gennaio «è lontano», e lo invita quindi a «dare sin da ora un segnale positivo su salari e prezzi», a partire proprio dalla Finanziaria. «Non si tratta di un anticipo della verifica», precisa il segretario del Prc. Ma è il segno che il partito scalpita. E gli sguardi degli uomini del Prc, più di tante parole, dicono chiaramente che il messaggio dell’ex subcomandante Fausto è condiviso. E a bassa voce i colonnelli ammettono che «sarà diffìcile ricucire il rapporto tra Fausto e Prodi». Un altro fronte aperto con Mussi è quello sul governo istituzionale. Bertinotti ne aveva parlato a metà ottobre, irritando assai il premier. E il capogruppo del Prc alla Camera Migliore lo rilancia: «Se cade il governo non si va alle elezioni a primavera, serve un governo istituzionale per fare le riforme». Di turf altro parere il ministro dell’Università: «Se si fa cadere il governo si entra in una terra di nessuno. La cosa migliore è che il governo regga se sì vogliono fare le riforme. Se il governo salta, tutto entra in una fase oscura e complessa». Ma Bertinotti, nell’intervista di martedì ha mandato a Prodi il segnale opposto: la priorità è la riforma elettorale, e se per farla deve cadere il governo non è un dramma. Dunque il premier la smetta di frenare. Il vero disastro, per Bertinotti, sarebbe arrivare al referendum.
E se Mussi e il Prc sono sostanzialmente d’accordo col sistema tedesco, gli altri due partner della sinistra puntano a una legge sul modello delle regionali, che non imponebbe la nascita di un soggetto unico a sinistra. Con lo sbarramento al 5%, per Pecoraro e Diliberto non ci sarebbero alternative alla casa comune, diversamente sì. Diliberto potrebbe anche, a un certo punto, chiamarsi fuori e tenersi lui la falce e il martello. È questo uno dei timori che circola dentro Rifondazione, che è già alle prese con le minoranze che non vogliono la Cosa Rossa e difendono le radici comuniste. Quelli dell’Ernesto diserteranno gli stati generali e parlano di un «colpo di stato intemo». Claudio Grassi chiede il ritiro subito da Kabul. Intanto Pecoraro sostiene che la Sinistra non dovrà avere neppure un leader, «perché è solo una federazione». Unica nota positiva: sulla fiducia sul pacchetto sicurezza, ieri sera al Senato, la sinistra ha fatto una dichiarazione di voto congiunta.