Prodi porta a Beirut conferme ed equivoci

Attuazione della risoluzione 1701, senza alcun nuovo rafforzamento del mandato dell’Unifil, impegno italiano per la ricostruzione, sostegno al traballante governo del primo ministro Fouad Siniora del quale già si preconizza un’imminente crisi subito dopo la fine del Ramadan. Questi gli obiettivi della visita di Romano Prodi e del ministro della difesa Arturo Parisi in Libano dove sono giunti martedì sera, accolti dallo stesso premier libanese e dal ministro degli esteri Fawzi Sallouk, all’aeroporto internazionale Rafiq Hariri tra eccezionali misure di sicurezza.
Quella che ha accolto con grande calore ma anche con scetticismo il premier italiano è una Beirut ferita profondamente da 34 giorni di bombardamenti israeliani. Una città tesa, presidiata dai soldati, sull’orlo della bancarotta, sempre più spaccata socialmente e politicamente. Alla fine di un triste ramadan, tutti qui si aspettano uno show-down tra il campo favorevole al progetto americano-francese-saudita – una «pace separata» con Israele senza il ritiro dello stato ebraico dalla West Bank, dalle fattorie di Sheba e dal Golan siriano, portato avanti da un «governo forte» sunnita (il clan Hariri), con dentro i maroniti falangisti e i drusi di Walid Jumblatt, appoggiato dalle forze multinazionali – e il campo «patriottico» – dalla resistenza degli Hezbollah al generale maronita Michel Aoun, con un programma «nazionale» di difesa della unità del paese, rapporti di buon vicinato con Damasco, rifiuto di ogni progetto di attacco a Siria e Iran.
Differenze che si riverberano anche sulla interpretazione della 1701 sul cessate il fuoco con un campo favorevole al disarmo della resistenza e l’altro contrario a questa prospettiva se non dopo il ritiro israeliano da tutti i territori occupati e una soluzione regionale del conflitto.
Se tutti rifiutano il ritorno ai tempi della guerra civile, ciò non significa che la tensione tra i due campi non vada crescendo costantemente e che sia già sfociata in alcuni, isolati ma significativi scontri armati nella stessa capitale. Risse di periferia per la stampa ufficiale e il governo, importanti campanelli di allarme per molti commentatori meno allineati. Una tensione che ha portato alla decisione di far giocare le partite di calcio a porte chiuse.
In questo quadro di grande incertezza Prodi è sceso in campo ieri a Beirut per ribadire il rifiuto del nostro governo di ampliare ulteriormente i poteri dell’Unifil – che del resto ha già fatto sapere di poter andare assai oltre la legittima difesa per impedire le attività della resistenza nel sud del paese -, ma allo stesso tempo per sostenere un premier come Siniora che rifiuta senza mezzi termini la possibilità di arrivare ad un governo di unità nazionale. L’ unica vera carta per stabilizzare il paese. Stabilizzazione che, nelle parole pronunciate ieri da Romano Prodi nell’austero palazzo del Grande serraglio – elegante complesso su una collina che domina il vecchio centro storico, ex comando ottomano, poi sede del governatore francese – costituirebbe uno dei principali obiettivi del nostro governo: «Il problema oggi è riorganizzare il Libano, renderlo stabile, renderlo forte: è questo il senso del sostegno italiano chiaro al governo Siniora», ha sostenuto Prodi anche se, ha poi precisato, l’ Italia «non vuole interferire nei problemi interni». Nel corso della confernza stampa successiva Prodi ha poi sostenuto un rilancio del «multilateralismo e delle Nazioni unite» e la necessità di risolvere la questione palestinese, ma relegando tutto ciò ad un secondo momento, dopo la «stabilizzazione del Libano», quando sembra piuttosto esserne la premessa. Stabilizzazione che, così concepita, corre il rischio di ridursi al semplice rafforzamento dell’esercito libanese per disarmare gli Hezbollah e affermare il controllo del governo su tutto il paese. A tal proposito Siniora ha annunciato ieri nella conferenza stampa che l’Italia – insieme ad altri paesi europei, agli Usa e soprattutto all’Arabia Saudita – potrebbe fornire aiuti all’esercito libanese. Un sostegno di per sé legittimo ma che nelle intenzioni di Washington dovrebbe servire non tanto per difendere il paese dalle aggressioni israeliane, quanto piuttosto a reprimere la resistenza sciita.