Prodi, missione per rassicurare Bush

Il leader cerca un contatto per riavviare il dialogo con Washington Lo scopo: allontanare l’accusa di «zapaterismo» per il no alla guerra

Romano Prodi vuole mandare al più presto una delegazione dell’ Unione a Washington, per rassicurare l’ Amministrazione di George Bush sulla politica estera. «Il progetto è stato già discusso. E l’ idea è di discuterne con il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice. Ma il profilo della missione non è stato ancora definito: sarà una scelta autonoma di Romano». La conferma arriva dal quartier generale del centrosinistra in piazza SS. Apostoli, a Roma. E segue emblematicamente la notizia che il presidente degli Stati uniti non si è ancora congratulato per la contestata vittoria alle elezioni del 9 e 10 aprile: aspetta che sia proclamato il risultato ufficiale. Non si tratta di una decisione maturata nelle ultime ore. Da tempo Prodi aveva individuato i rapporti con Washington come uno dei possibili punti deboli del centrosinistra. E non soltanto per l’ insistenza dell’ ala radicale dell’ Unione nel chiedere
il ritiro delle truppe italiane dall’ Iraq. Sembra che continuino a pesare i giudizi netti sulla «guerra sbagliata», espressi fin da quando Prodi presiedeva la Commissione europea; e il suo rapporto privilegiato con quella che il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, aveva definito nel 2003 «la vecchia Europa», imperniata su Francia e Germania. Era quella contrapposta alla «nuova Europa» non ostile alla guerra in Iraq, e dunque considerata automaticamente filoUsa: alcuni ex Paesi dell’ Est, saldatisi con l’ Italia berlusconiana e con la Spagna del popolare José Maria Aznar. Il problema di Bush è che l’ aznarismo è tramontato. Il governo del socialista Zapatero ha ritirato i soldati dall’ Iraq dopo gli attentati di Al Qaeda a Madrid. E ora vacilla il secondo bastione mediterraneo, presidiato da Berlusconi. È su questo sfondo che Prodi azzarda un’ offensiva diplomatica per riavvicinarsi a Bush. Nell’ autunno scorso, i vertici dell’ Unione incontrarono il nuovo ambasciatore Usa in Italia, Ronald Spogli. Il diplomatico statunitense disse di averli trovati «molto prudenti, appoggiano la missione». Chiunque vincerà il 9 aprile, aggiunse, «l’ Italia non rinuncerà ad appoggiare il governo iracheno». Ma la diffidenza di Washington non si è mai esaurita del tutto. E gli ottimi rapporti personali fra Bush e Berlusconi l’ hanno inspessita. Nelle scorse settimane Prodi ha mandato informalmente alcuni emissari in avanscoperta nella capitale statunitense, per sondare il terreno. Scartata l’ ipotesi di arrivare a Bush, l’ ipotesi è di puntare sul titolare della politica estera, Condoleezza Rice. Obiettivo: esorcizzare l’ incubo americano di una sorta di «zapaterismo italiano». Si tratta di un’ operazione su più fronti. Ieri, in un’ intervista alla tv araba Al-Jazira, Prodi ha confermato di essere «sempre stato contro la guerra. Ma il ritiro delle nostre truppe dall’ Iraq non avverrà da un giorno all’ altro». Alcuni accenni ad un’ apertura ad Hamas, fatti sempre su Al-Jazira e mal tradotti, hanno creato però una scia di polemiche. La fondazione Magna Carta, vicina al presidente del Senato, Marcello Pera, ha citato un commento del Jerusalem Post, secondo il quale Israele avrebbe «perso un buon amico dopo le elezioni del 9 aprile», e cioè Berlusconi. Rimane dunque da capire se le posizioni in chiaroscuro di Prodi basteranno a rassicurare la Casa Bianca. È significativa l’ insistenza con la quale ieri a Roma i giornalisti hanno chiesto al premier in pectore se avesse ricevuto telefonate da Bush o dal Papa. Ma colpisce ancora di più Berlusconi che martedì scorso, a Palazzo Chigi, ricorda gli impegni internazionali dell’ Italia; e avverte che Prodi ne dovrà discutere con lui. Sembrava un modo indiretto per ricordare che rimane il garante dell’ alleanza con Bush. I consiglieri del Professore liquidano quelle parole come il tentativo berlusconiano di spendere la «carta americana» anche all’ opposizione. Un Berlusconi «bushiano» fuori da Palazzo Chigi, però, potrebbe rivelarsi ingombrante. Evoca una «sindrome Aznar», simmetrica alla «sindrome Zapatero» che ha significato l’ assenza, finora, di qualunque contatto diretto fra Bush e il premier socialista spagnolo. A piazza SS. Apostoli temono un Berlusconi che, proprio come l’ ex premier Aznar, si mette a fare la spola con Washington; e magari va a pranzo e a cena alla Casa Bianca mentre Prodi fatica ad essere ricevuto. Nei circoli diplomatici della capitale americana circola una battuta: «Esiste un governo europeo in esilio, quello spagnolo di Aznar. E il luogo dell’ esilio è Washington». La missione della delegazione prodiana spera di impedire che la città sul fiume Potomac si popoli adesso di ex ministri berlusconiani, accolti e coccolati come profughi del bushismo italiano. La stampa straniera INDEPENDENT In prima pagina foto di Berlusconi con il titolo «Fine della corsa per il padrino», che gioca con l’ arresto di Provenzano GUARDIAN Correla voto e arresto di Provenzano: «3 a.m. il potere passa di mano in Italia. 11:30 il capo dei capi viene preso» LIBERATION Il quotidiano titola: «Vittoria precaria. La coalizione di sinistra ce la fa per un pelo. Berlusconi contesta il risultato»