Prodi: “La politica estera la fa il premier, non Bertinotti. Resteremo in Afghanistan”

Intervista a Prodi: «La politica estera la farà il premier, non Bertinotti» «Resteremo in Afghanistan» «Mi ispirerò alla discontinuità, ma da quando Fini è alla Farnesina le cose sono migliorate»

Nel suo studio di Piazza Santi Apostoli il candidato premier Romano Prodi ostenta una assoluta tranquillità. L’ultimatum di Berlusconi che potrebbe anticipare le elezioni? «Non ci credo, e se poi accade meglio così». Il ritorno al proporzionale? «Se vinco io si torna al maggioritario». Ma poi non si può parlare agli italiani sempre e soltanto delle stesse beghe, esiste il mondo, esiste la necessità di avere una politica estera per difendere i nostri interessi e quelli della pace. Ecco, è di questo che Prodi vuole conversare. Viene spontaneo ricordargli che in politica estera tutti i governi italiani usano proclamare la «continuità».
Se andrà a Palazzo Chigi, lui farà altrettanto?

«No davvero, la mia sarà una discontinuità. La linea in cui mi riconosco è multilateralista e fortemente europea, dunque ben diversa da quella dell’attuale governo anche se da quando Fini è alla Farnesina le cose sono un po’ migliorate. Dico subito che non si tratta di essere filoamericano o antiamericano, questo è un dibattito totalmente inventato. La mia politica estera certamente sarebbe una politica estera prioritariamente europea ma questo non impedirebbe all’Italia di essere il miglior alleato degli Usa».

Eppure sull’Iraq i problemi ci sono…

«L’Iraq rappresenta un grande punto di dissenso ma non compromette l’insieme del rapporto con Washington. In tanti altri settori, come la lotta al terrorismo, si può e si deve lavorare con gli Stati Uniti e io l’ho fatto a lungo quando ero presidente della Commissione a Bruxelles. L’ Iraq è stato semplicemente un colossale errore. Del resto da parte americana e inglese il problema oggi è come uscirne. Certo non era infondata l’analisi che facevamo alla vigilia della guerra: oggi più che mai si vede che lo strumento militare non risolve, che occorre una soluzione politica».

A proposito di uscirne, se lei andrà al governo quando e come ne usciremo noi italiani?

«Intanto diciamo che il ritiro lo ha già cominciato Berlusconi facendo rientrare una certa quantità di truppe combattenti, non di supporto logistico, e questo riduce fortemente la nostra capacità operativa. Per quanto mi riguarda un giorno dopo aver vinto le elezioni io fisserò un calendario preciso di ritiro militare, consultandomi sì con le varie parti in causa ma senza ripensamenti. Rimarrà invece un impegno per la ricostruzione e per gli aiuti. Anzi, con le risorse risparmiate questo impegno potrà essere più forte».

Fausto Bertinotti la vede diversamente, lui vorrebbe il ritiro immediato dall’Iraq e anche dall’Afghanistan e dai Balcani. Come farete a governare insieme?

«Questo è uno dei motivi per cui ho voluto le primarie. Il che non vuol dire che chi le vincerà potrà poi fare tutto da solo, ma le questioni fondamentali devono essere chiare sulla base del programma che è stato discusso e che ognuno avrà portato alle primarie. Del resto le visioni diverse non sono rare nelle coalizioni, anzi, si potrebbe dire che esistono sempre».

Ma Rifondazione non ha mai lasciato intendere di essere disposta a cambiare idea…

«Ho parlato molto con Bertinotti, con reciproco rispetto. Ma certo su temi di questo tipo le diversità esistono. Ritengo che la soluzione stia nelle regole democratiche: anche chi non è d’accordo è chiamato ad accettare il programma comune della coalizione. Noi andremo alle elezioni con una linea, non con più linee».

Se capisco bene ci sarà il presidente del Consiglio e la politica estera sarà la sua. Giusto?

«Esattamente, perché sarà la politica democraticamente decisa dall’ Unione. E io credo che Bertinotti sia un democratico. Il che non esclude che il capo del governo tenga conto delle posizioni esistenti nella sua coalizione. Ma quando una linea diventa patrimonio comune, resta patrimonio comune».

Dunque in Afghanistan e nei Balcani i militari italiani resteranno?

«Certamente. Anche se, per quanto riguarda i Balcani, mi sembra ormai giunto il momento di una riflessione profonda a dieci anni dagli accordi di Dayton».

Dietro la questione irachena c’è il problema irrisolto dell’uso legittimo della forza, e nel centrosinistra italiano non mancano riflessioni nuove. Lei cosa ne pensa?

«Il punto di partenza deve essere l’articolo 11 della nostra Costituzione che rifiuta la guerra. Stabilito questo, però, occorre definire quali tipi di intervento armato possano essere considerati giustificati. Stiamo parlando di genocidio, guerra civile, aggressione a uno Stato sovrano, atti di terrorismo. In nessun modo l’ uso della forza può essere giustificato per risolvere una controversia internazionale o determinare un cambio di regime in un altro Stato. In alcune circostanze, pensiamo al genocidio, può essere giusto anche l’ intervento preventivo, e il metodo più ovvio è quello che fa dipendere la legittimità dall’approvazione dell’Onu. Soltanto per il Kosovo non è stato così, ma c’è stato il mandato della Nato. Certo, l’intervento in Iraq non rientra in queste categorie, e va considerato tanto ingiustificato quanto illegittimo. A differenza da quello in Afghanistan, anche se pure lì nel post-intervento la politica ha fallito».

Quando si parla di esportazione della democrazia lei sottoscrive?

«Beninteso, purché si tratti di una esportazione pacifica. Come potrei non essere a favore, del resto, sapendo bene che nessuno ha esportato tanta democrazia quanto l’Unione Europea. L’allargamento della Ue è stata l’esperienza più emozionante dei miei anni a Bruxelles. Certamente noi avevamo a che fare con Paesi che tutti più o meno avevano avuto una esperienza democratica, e la situazione è diversa nella grandissima parte del mondo arabo-islamico. La difficoltà è maggiore ma non può comunque appoggiarsi alla forza, occorre avviare un dialogo politico e soprattutto economico, e capire che fenomeni tanto profondi non possono che essere graduali. Ecco un terreno sul quale europei e americani possono e devono collaborare strettamente nell’interesse comune. Sottolineo collaborare, perché in non pochi casi, per esempio nel “Quartetto” per il Medio Oriente, finora ha suonato soltanto il primo violino. Anche per colpa della frantumazione europea, beninteso».

Lei ha parlato spesso di «pari dignità» tra europei e americani. Cosa intende, nella realtà d’oggi?

«È vero, non ho mai detto pari forza ma pari dignità sì. Oggi non posso nascondermi che una nostra capacità di partecipare in quanto europei a decisioni comuni con l’America è lontana nel tempo. Serve a questo punto una intelligente politica americana, perché il mondo sta cambiando e ridiventerà multipolare restituendo all’Europa un ruolo di primo piano. Questo la Cina lo ha già compreso. Con Bill Clinton ne ho parlato parecchie volte, lui aveva una visione positiva del futuro. Non solo, la sua amministrazione ci aiutò non poco al momento dell’introduzione dell’euro. Oggi le cose sono un po’ diverse, ma resta il fatto che all’ America una Europa forte dovrebbe interessare più di una Europa soltanto economica, debole e frammentata».

Parliamo appunto di Europa. Come si esce dalla crisi?

«Le rispondo con qualche proposta: gruppo di saggi che prepari il rilancio sotto presidenza tedesca nel 2007; nuova conferenza intergovernativa che adotti le necessarie modifiche al testo della Costituzione bocciata in Francia e Olanda; nuovo referendum in contemporanea alle elezioni europee del 2009; utilizzare da subito lo strumento delle cooperazioni rafforzate, anche nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, anche nel Fondo monetario, anche nella rappresentanza esterna dell’euro».

Da capo del governo, cosa cambierebbe nella lotta al terrorismo?

«Sulla difesa della sicurezza i metodi tradizionali sono comuni a tutti. Metterei l’accento sulla cooperazione tra i servizi d’informazione e sul controllo dei flussi finanziari: in entrambi questi campi si può fare di meglio. Esiste inoltre un Islam moderato con il quale occorre dialogare concretamente, e io riproporrei l’idea di una Banca del Mediterraneo. Più in generale, visto che la miseria aiuta il terrorismo, ho intenzione di creare una agenzia o un ministero per gli aiuti allo sviluppo. E per quanto riguarda la società italiana, gli islamici vanno trattati sulla base del rispetto della legge come tutti gli altri immigrati. Scuola parificata compresa, se ci sarà. In ogni caso ho intenzione di cambiare la legge Bossi-Fini, responsabilizzando gli enti locali e creando un percorso che deve poter portare alla cittadinanza».

Qual è il principale rimprovero che rivolge al governo Berlusconi, l’errore che lei non ripeterebbe?

«Con Berlusconi l’Italia ha perso il suo tradizionale equilibrio tra Usa e Europa. Oggi l’Italia è politicamente assente a Bruxelles. Io intendo riequilibrare la posizione italiana senza per questo rinunciare alla stretta alleanza con l’America e sperando che il grande coraggio mostrato da Sharon abbia seguiti tali da portare la pace tra israeliani e palestinesi. La politica estera non può essere fatta solo di rapporti personali, e per questo, se vinceremo le elezioni, nascerà un Consiglio per la sicurezza nazionale presso la Presidenza del Consiglio. Un po’ come in America, guarda caso».