“Prodi e i Ds hanno capito il disimpegno va negoziato”

E´ nata quella per la democrazia tra paesi arabi e occidentali: un grande passo avanti linea zapatero Chi vuole andar via dall´Iraq senza se e senza ma, deve dire se gli americani devono restare

«Gran parte del centrosinistra, quella più responsabile, a partire dal suo candidato premier, non parla più di ritiro immediato in caso di vittoria, alla Zapatero per intenderci. Del resto è in ballo il destino di milioni di iracheni e la stabilità dell´intera regione mediorientale». Fino a pochi giorni fa la posizione dei radicali era lontana, se non opposta a quella del centrosinistra sul ritiro dall´Iraq. Una divergenza che avrebbe potuto mettere a rischio la marcia di avvicinamento della «Rosa nel pugno» verso i nuovi alleati. Ma oggi Emma Bonino è soddisfatta delle più recenti dichiarazioni dei leader dell´Unione dopo gli incontri con il presidente iracheno Talabani e vuole sottolineare l´importanza della “Fondazione per la democrazia” nata in Bahrain dalla collaborazione tra paesi arabi, europei e America: «Uno strumento fondamentale per favorire la democrazia nel mondo arabo».
Onorevole Bonino, Prodi aveva detto che un minuto dopo l´eventuale vittoria elettorale avrebbe annunciato il calendario del ritiro. Si infrangerà sull´Iraq – come molti prevedono – la collaborazione con il centrosinistra?
«Qualunque fosse l´opinione nel 2003, all´inizio della guerra, oggi per chiunque abbia responsabilità politiche si pone il problema di capire cosa succede in Iraq e cosa bisogna fare. La posizione del centrosinistra mi pare sia molto cambiata da quella esposta fino a una settimana fa: cioè che se vinceremo verremo via un minuto dopo. Mi sembra che la posizione adesso sia molto più responsabile: sono in ballo i destini di milioni di iracheni e siccome nessuno sta lì per occupare, l´eventuale ritiro si deve negoziare e concordare con il legittimo governo e ovviamente con gli alleati. Mi pare che Prodi, Fassino e altri dirigenti del centrosinistra siano arrivati su questa posizioni. Insomma, gran parte del centrosinistra a partire dal candidato premier ha detto: se si parla di ritiro, sarà graduale e negoziato».
Ma non tutti nel centrosinistra la pensano così. Rifondazione, verdi e parte della Quercia sono per il ritiro immediato.
«Pazienza, ma rimane il fatto che una forza responsabile deve considerare lo scenario e le conseguenze di una decisione. Le posizioni sono due: è diverso dire veniamo via noi purchè rimangano gli americani, oppure dire che veniamo via tutti. Chi fa la seconda ipotesi deve sapere che significa la guerra civile domani mattina, vuol dire che forse è meglio aprire una cartina geografica e vedere che con le ultime posizioni iraniane e siriane non è proprio una gran bella idea dire che ce ne andiamo».
Forse anche la sinistra più estrema dà per scontato che tanto gli americani e gli inglesi resterebbero.
«Non lo so. Non so se tutti quelli che dicono domani mattina veniamo via, alla Zapatero, pensano a una seconda parte della frase, cioè che noi veniamo via purchè rimangano gli americani. Sarebbe bene che tutti quelli che vogliono venire via senza se e senza ma, chiarissero la loro posizione: dobbiamo venire via noi purchè rimangano gli americani o no? perché la seconda parte della frase non è mai molto chiara».
Però il giudizio del centrosinistra sulla guerra è unanime: è stata una guerra sbagliata.
«Ognuno può pensare quello che vuole, ma c´è stato un lungo incontro di Prodi con il presidente iracheno Talabani e credo che il presidente abbia spiegato che – al di là delle pulsioni antiamericane – il paese è andato a votare, ci andrà ancora il 15 dicembre, ed è circondato da vicini non proprio benevolenti. Talabani avrà spiegato questo e Prodi avrà ben capito che il ritiro va negoziato con il governo legittimo e anche con gli americani».
E l´idea del centrosinistra di affidare all´Onu la missione in Iraq?
«L´Onu si è pronunciata una settimana fa con una risoluzione senza drammi e senza particolari discussioni che ha riconfermato il mandato alla forza multinazionale. Quindi possiamo sognare tutto quello che vogliamo ma è un po´ inutile».
Comunque rimane il problema ancora irrisolto della enorme difficoltà a «esportare» la democrazia nei paesi islamici.
«Una delle notizie più importanti per il futuro della regione è l´annuncio che in Bahrain paesi arabi e paesi occidentali hanno dato vita alla Fondazione per la democrazia. Una iniziativa che ha visto il mondo arabo abbastanza diviso, ma che è un grandissimo passo avanti. Negli strumenti delle relazioni e della politica, che a volte sono un po´ stantii, dovremmo essere più innovatori. Promuovere e sostenere movimenti democratici e società più aperte è una componente essenziale della politica che vogliamo fare per il Medio Oriente. La Fondazione è uno strumento straordinario perché vede assieme paesi arabi, paesi europei e americani».