Prodi: «All’Italia serve una svolta». Berlusconi: «La crisi? Io non la vedo»

Commentiamo questo duello tra Prodi e Berlusconi in presa diretta. Mentre i due candidati premier stanno ancora battagliando in Tv. Il giornale deve andare in macchina. Possiamo offrirvi solo qualche impressione. Molto a caldo. La prima è che la campagna elettorale è entrata nel vivo e tuttavia è ancora assai incerta. Berlusconi punta tutto su una linea che non sembra fortissima: convincere gli elettori che l’Italia va bene e se qualcosa non va è colpa dell’opposizione. Prodi punta su un messaggio di serenità. Dice: siamo più preparati, più seri, più affidabili, tocca a noi affrontare la crisi. Francamente il messaggio di Prodi sembra più forte. Soprattutto sul terreno dell’economia.
La seconda impressione è che comunque la politica resta troppo lontana dai drammi della gente. C’è una distanza abissale tra i ceti dirigenti – politici, intellettuali, economici, industriali – e la vita vissuta di milioni di persone, soprattutto delle classi deboli e dei settori più indifesi. In questo senso la seconda repubblica è peggiore della prima, ha subìto un processo di degenerazione: tutto ciò che fa è riferito esclusivamente a se stessa. Che vuol dire? Che la politica sa preoccuparsi, con passione e talvolta persino con alto senso civico, solo di una cosa: delle regole con le quali deve funzionare la propria attività. Non delle cose da fare, ma di come discutere sulle cose da fare ed eventualmente su come decidere. Anche la politologia, tutta la politologia, si è rannicchiata in questo cantuccio. Se date un’occhiata, per esempio, ai giornali di ieri, e se avete ancora la testa sgombra – cioè non del tutta “televisionata” – restate sgomenti: pagine e pagine e pagine su come si svolgerà il duello tra Berlusconi e Prodi, su perché è importante il come si svolgerà questo duello, su come si sarebbe svolto se si fosse tenuto all’estero, su quali regole sono le più adatte e le più democratiche, su chi deve scrivere queste regole, oppure su con quali regole va scelto chi deve scrivere queste regole, su come andranno poste le domande e su chi deve porle e con che tono… eccetera eccetera eccetera. E poi articoli e articoli su come Prodi e Berlusconi si sono preparati al duello, e su come hanno lavorato i loro staff, e su cosa pensano le mogli di Prodi e Berlusconi, e i figli, e i cognati, i generi, i suoceri…

Però se siete lettori attenti, e se non vi fermate alle prime venti o trenta pagine di un quotidiano, allora troverete da qualche parte anche la notizia che ieri in Italia c’è stata una specie di notte bianca nazionale. Più grande, ma un po’ più triste di quella organizzata da Veltroni a settembre a Roma. Protagonisti sono stati i famosi clandestini, cioè l’ultimo dell’ultimo dell’ultimo gradino della scala della nostra gerachia sociale. Il clandestino, cioè il nulla, l’illegale, il nemico, la persona da cacciare comunque a meno che non accetti di lavorare per noi, in una condizione più o meno di schiavo, anche se la schiavitù è stata abolita da vari secoli. Ieri notte centinaia di migliaia di loro hanno fatto la fila davanti agli uffici postali per presentare una domanda di ammissione al nostro paese. Chiedono il privilegio di lavorare per noi, quasi gratis. Un terzo di loro (dietro il pagamento di 30 auro) avranno il permesso. Gli altri resteranno clandestini dopo che gli sono stati sfilati anche i 30 auro.

Si è discusso di questo ieri sera? Si, per qualche minuto. Per occuparsi dei problemi dei migranti? No, la questione è stata posta come un fastidioso affare di ordine pubblico.