Processo ad al Qaeda, condannata al Jazeera

La magistratura spagnola punisce con sette anni di carcere Taysir Alouny, il reporter della tv panaraba che intervistò bin Laden. I giornalisti: sentenza sorprendente. Pene pesanti per altre 16 persone nel primo processo europeo all’organizzazione terroristica

Sette anni di carcere a Taysir Alouny, giornalista di al Jazeera, il primo che intervistò Osama bin Laden dopo l’11 settembre. È questo il frutto più inquietante del processo alla cellula di al Qaeda in Spagna, un gruppo smantellato alla fine del 2001 dal giudice Baltazar Garzon (quello di Pinochet e di Berlusconi) e considerato parte integrante degli attacchi alle Torri gemelle. Sullo sfondo scivolano i 27 anni – 12 per partecipazione a gruppo terroristico e 15 per cospirazione negli attentati – caduti sul siriano Imad Eddin Barakat Yarkas, alias Abu Dahdah, considerato il capo della ramificazione iberica dell’organizzazione di bin Laden. Abu Dahdah, si legge nelle 445 pagine della sentenza, «si dedicò completamente a favorire la realizzazione dei macabri disegni che decideva fissare al Qaeda». Nella pratica reclutava denaro e forze per i campi gestiti dall’organizzazione nei Balcani, in Cecenia e in Afghanistan e inoltre «conosceva i sinistri piani» di Mohamed Atta, uno dei piloti suicidi. Pene dai sei agli undici anni per altri 16 membri di al Qaeda, mentre in sei escono puliti dal giudizio. Tra gli scagionati pure Ghasoub al Abrash Ghayloun, su cui pendeva una richiesta di oltre 73.000 anni di carcere per avere filmato a più riprese le Torri gemelle. Il pubblico ministero Eduardo Fungairiño è comunque «soddisfatto» perché la sentenza ha confermato le sue «ipotesi»: per combattere il terrorismo non servono «né guerre né campi di detenzione».

Per carità, tutto vero, ma non servono neppure processi basati su prove che sono semplici supposizioni, questo è almeno il caso di Taysir Alouny, siriano di nascita e spagnolo di passaporto, prima commerciante a Granada e poi traduttore per l’agenzia iberica Efe ed infine corrispondente di al Jazeera a Kabul ed in Iraq. Alouny doveva fare l’inviato da Madrid invece è in carcere dalla scorsa settimana pur con problemi di cuore e ci starà per altri sette anni. La sentenza non fa altro che rileggere la sua attività giornalistica come elemento a carico e non per quello che è, ossia il suo lavoro. In fondo, chi non vorrebbe intervistare bin Laden? Per il pubblico ministero, Alouny avrebbe scambiato informazioni in cambio di contatti per arrivare, appunto, al faccia a faccia con lo sceicco. Sospetta pure la decisione di al Jazeera di inviare Alouny in Afghanistan ed ancora più strana quella di bin Laden di farsi intervistare proprio da lui. Oltre a ciò il giornalista avrebbe portato 4.000 dollari in Afghanistan per darli a Mohamed Bahaiah, un presunto corriere di al Qaeda, ed inoltre avrebbe mantenuto contatti regolari con altri imputati al processo. Il suo avvocato smonta la storia pezzo per pezzo mentre Reporters senza frontiere dà del «sorprendente» alla sentenza: «se solo si trattava di una questione di terrorismo, il pubblico ministero non avrebbe mai dovuto utilizzare l’intervista come elemento a carico». «È il prezzo che deve pagare per dire la verità su quello che è successo in Afghanistan – accusa Fatima Zahra, moglie di Alouny – Mio marito viene giudicato per scoprire le menzogne degli americani, parlavano di operazioni chirurgiche quando in realtà uccidevano civili». Al Jazeera promette ricorso e intanto lancia l’allarme: «la sentenza è pericolosa – afferma il direttore generale della catena Waddah Kanfar – e rappresenta un’azione senza precedenti nella storia del giornalismo». «È una giornata nera per la giustizia spagnola, che si è allontanata dalla giustizia internazionale», rincara Ahmad Al Shaikh, direttore editoriale. Al Jazeera si sente ed è sotto assedio, il curriculum dello stesso Alouny lo dimostra. Il giornalista era nella sede di Kabul e di Baghdad quando queste venivano attaccate dai marines ed era pure nell’hotel Palestine quando due stanze più in là un proiettile si portava via José Couso. Alouny si perse invece l’attacco all’hotel Sheraton di Bassora, occupato solo dai giornalisti di al Jazeera, per via di un’operazione. Ieri il quotidiano britannico Guardian raccontava la storia di Sami Muhyideen al-Hajj, cameraman di al Jazeera, per tre anni e mezzo a Guantanamo senza alcuna accusa a carico. Hajj è stato interrogato oltre 100 volte dai militari Usa ed a più riprese gli è stato offerto di diventare una spia infiltrandosi nella televisione del Qatar per svelare le sue connessioni con al Qaeda in cambio di soldi e protezione.