Processo a Saddam in scena a Baghdad

Il tribunale è del tutto illegale, come l’intero processo, ma il morale di Saddam Hussein è alto. Gli ho parlato dei suoi capi d’accusa ed egli mi ha detto di essere sicuro della propria innocenza e che non gliene importava nulla. Questa mattina chiederemo subito un aggiornamento del processo di almeno tre mesi dal momento che non abbiamo potuto neppure leggere i fascicoli del processo». Queste le parole pronunciate ieri notte dall’avvocato Khalil al Duleimi – del foro di Ramadi – dopo aver incontrato brevemente il presidente iracheno in una località segreta, probabilmente già nella «zona verde», a poche ore dall’apertura del primo processo davanti al Tribunale speciale per i crimini del passato regime. Il «Rais» di Baghdad sarà sul banco degli imputati insieme ad altri sette esponenti del suo governo – dal vice presidente Taha Yassin Ramadan al suo fratellastro Barzan al Tikrit – accusato di genocidio e crimini contro l’umanità per la condanna a morte e l’uccisione di 143 abitanti del villaggio di Dujail, a nord di Baghdad, all’indomani dell’attentato al quale fortunosamente lo stesso Saddam Hussein sfuggi nel 1982, in piena guerra con l’Iran. Un attentato organizzato dal partito sciita filoiraniano (e ora filo-Usa) «al Dawa» dell’attuale premier Ibrahim al Jafaari il quale ha più volte sollecitato una rapida «conclusione» del processo. Saddam Hussein sarà così condannato a morte e la pena, probabilmente, eseguita entro trenta giorni dal processo di appello.

«La farsa sta per cominciare» ha commentato ieri ad Amman l’avvocato del Comitato per la difesa di Saddam Hussein, Issam Ghazawi, secondo il quale la decisione di basare il primo processo contro Saddam su un episodio tutto sommato «minore» come gli eventi di Dujail, rispetto ad esempio all’uso di armi chimiche contro l’esercito iraniano e le milizie curdo-irachene, come ad Halabja, deriverebbe dal fatto che «è uno dei pochi nei quali non è coinvolta nessuna amministrazione americana». I dubbi sulla legittimità del processo espressi dal collegio di difesa di Saddam Hussein sembrano essere in gran parte condivisi da autorevoli giuristi e organizzazioni umanitarie per la difesa dei diritti umani secondo i quali un processo fatto da un tribunale speciale nominato (tre giorni prima della cattura di Saddam Hussein) e finanziato dagli occupanti, sottoposto alle pressioni del governo iracheno filo-Usa – che per bocca del premier Ibrahim Jafaari e del presidente Jalal Talabani ha già ufficialmente condannato a morte Saddam Hussein – senza adeguate garanzie per la difesa e l’imputato, un processo nel quale potranno essere chiamati a testimoniare solamente cittadini iracheni, nel quale Saddam Hussein non potrà parlare, così come i suoi legali non avranno la possibilità di interrogare i testimoni dell’accusa, con i giudici, tranne uno, il trentacinquenne Raid Juhi, avvolti nell’anonimato così come i testimoni, non potrà che essere visto dagli iracheni e all’estero come una vendetta dei vincitori e non come un passo avanti verso la verità e la giustizia.

Del resto la corte di cinque magistrati che giudicherà Saddam Hussein non è altro che la «faccia indigena» del «Regime Crimes Liaison Office» Usa, con oltre 50 «consiglieri americani, britannici e australiani, che ha creato, diretto, finanziato con 138 milioni di dollari, e ospitato negli edifici dell’ex comando del partito Baath a Baghdad, il Tribunale speciale per i crimini commessi in Iraq dal 1968 al 2003, dal primo colpo di stato del Baath al momento dell’invasione, quando il diritto sarebbe tornato sovrano in Iraq, senza stragi di cittadini innocenti, senza più torture, arresti arbitari, esecuzioni sommarie, elezioni e referendum farsa. Inoltre per evitare che i giudici iracheni incaricati del processo facessero brutta figura il collegio giudicante è stato portato a Londra dove, in attesa della «prima» a Baghdad, vi sono state numerose prove con tanto di dibattimento e di giudizio finale. Le Nazioni unite si sono rifiutate invece di collaborare con il Tribunale speciale e di addestrare i suoi giudici sia per la sua illegittimità sia per l’adozione della pena di morte. Per le stesse ragioni hanno espresso un giudizio piuttosto critico sul Tribunale speciale sia Amnesty International sia, soprattutto, Human Rights Watch». Dello stesso parere Antonio Cassese, primo presidente del tribunale penale internazionale per la ex jugoslavia, secondo il quale il processo iniziato oggi non assicurerebbe condizioni minime di credibilità.

Per evitare sorprese, non solo Saddam Hussein non potrà parlare e le riprese televisive saranno mandate in onda con una differita di mezz’ora, ma al processo – che si terrà nella «zona verde» – potrà essere presente solamente un giornalista in grado di comprendere l’inglese estratto a sorte tra i suoi colleghi. I giornalisti che parteciperanno alla lotteria sono stati schedati e interrogati uno per uno, a lungo, dall’intelligence militare americana e hanno dovuto rispondere a minacciose e apparentemente idiote domande come «Sei mai stato nel partito Baath?», «Avete rapporti con i gruppi che attaccano le forze della coalizione?», per poi andare al sodo «Chi è a suo parere il vero nemico del popolo iracheno?».