Problemi di pasta alla puttanesca

Come uno dei migliori pastifici d’Italia è stato sfasciato da guerre fra padroni

Azioni acquisite… sulla parola, senza tirar fuori un centesimo; gruppi di affaristi che imbastiscono «inciuci»; personaggi invischiati nella fine di altre imprese abruzzesi; società, come scatole cinesi, i cui labili contorni si perdono all’estero e che causano danni inestimabili. E’ l’amalgama di situazioni che conduce al crack del pastificio Delverde di Fara San Martino, dichiarato fallito dai giudici due mesi fa. E’ un pot-pourri di prestanome, di impegni fittizi, garbugli e pateracchi ad affossare l’industria alimentare, nota a livello internazionale. E’ un rincorrersi di trame che annullano progetti e investimenti e impediscono l’attivazione dei contratti commerciali predisposti per il raggiungimento del budget. E’ nella primavera di due anni fa che inizia la caduta verticale dell’azienda. Il bilancio non è quello delle stagioni migliori ma non siamo al dissesto del `91. Nell’ultimo decennio, Delverde è riuscita ad affermare la propria immagine nel mondo esportando in trentacinque paesi, ha incrementato i volumi di vendita da 23 a 54 milioni di euro, ha introdotto nuove specialità gastronomiche, ha potenziato impianti e organici. «Attività – si fa presente in una nota inviata ai sindacati da Pietro Falco Rotunno, per anni mente, manager e cardine dell’azienda – indispensabili e strategiche per il futuro ma che hanno richiesto un certo indebitamento, comunque ben ponderato alla luce delle risorse, dei contratti in ballo e degli impegni assunti. L’esposizione finanziaria c’era, ma era sostenibile. Era un contesto fragile, considerati anche gli eventi negativi a livello internazionale, come la svalutazione del dollaro Usa ma non era la catastrofe».

Promesse da mercante

Però – siamo al 2003 – i rapporti dentro il gruppo «storico» alla guida dell’azienda sono sfilacciati e la maggioranza del consiglio d’amministrazione, capeggiato da Franco Tamma, titolare delle omonime industrie alimentari a Foggia, viene allettata da lucrose promesse che più in là si riveleranno un miraggio. I contrasti interni crescono, c’è chi grida al disastro e il bilancio, tra beghe e pastrocchi, non viene approvato. Nei dissapori e nelle controversie galoppanti si infila la Abruzzo Alimenti srl. che nel marzo dell’anno passato riesce a intrappolare Tamma, gli imprenditori chietini Alimonti, e Maria Civita Di Cecco e Maria Rosaria Grossi. Il gruppo di soci viene risucchiato e assorbito da Abruzzo Alimenti che si ritrova a possedere la maggioranza di Delverde spa, con un milione, 541 mila e 86 azioni, pari al 58%. Dall’altra parte, in minoranza, Rotunno, titolare di 602 mila, 760 azioni (equivalenti a 3 milioni 110 mila 241, 60 euro), pari al 22,780% del capitale sociale; Botolini srl di Lanciano con 82 mila, 505 azioni (425 mila 725,80 euro) pari al 3, 118% e la Happy Advertising di Roma, con 43 mila e 91 azioni (222 mila 349,56 euro), cioè l’1,629%. Tamma viene convinto al passaggio societario con una rassicurazione: in un prossimo futuro produrrà la maggior parte della pasta Delverde nei propri stabilimenti in Puglia. Agli Alimonti viene detto che in seguito avrebbero avuto l’opportunità di ottenere a prezzi di «saldo» Delverde, com’era già successo con la Romana Macinazione srl di Grottarossa a Roma.

Favole. Comunque, grazie a queste promesse, gli azionisti di maggioranza Delverde diventano gli azionisti di minoranza di Abruzzo Alimenti, posseduta per il 42% da loro, e al 58% dalla Gesav, società le cui tracce conducono in Lussemburgo e che è divisa tra la Aqualegion Ltd (98,7%), società di diritto britannico, e la Walbond Investments Ltd (1,3%), società d’investimenti con sede nel paradiso fiscale delle Isole Vergini. Entrambe le società, in Italia, sono pure impelagate in operazioni editoriali con il quotidiano Il riformista tramite Pierluigi Crudele, fondatore e presidente di Finmatica.

C’è di più. Il gruppo Tamma e company acconsente a che «il trasloco» in Abruzzo Alimenti avvenga attraverso la Starco srl, di Marco Picciotti, di Altino (Chieti), «testa di legno» del momento. Starco, infatti, riceve tutte le azioni e si impegna a passarle ad Abruzzo Alimenti e a dare a Tamma, all’insaputa degli altri tre, 2.235.945,39 euro mediante effetti cambiari scaduti il 30 ottobre scorso e rimasti insoluti. La Gesav, al contempo, si riserva di aumentare di almeno 2 milioni e mezzo di euro il capitale Delverde, mantenendo inalterate le quote di ognuno dei quattro nella Abruzzo Alimenti (gruppo Tamma 27%, Alimonti 10%, Di Cecco e Grossi 2,5% ciascuno).

Per completare l’opera

E’ già un guazzabuglio. Ma a completare l’opera è la Finanziaria regionale abruzzese (Fira) che torna prepotente alla ribalta. S’era già affacciata sulla scena tempo prima, piazzando un proprio rappresentante nel consiglio d’amministrazione di Delverde. Si rifà viva con il suo presidente, Giancarlo Masciarelli. Che propone la concessione di un mutuo, a quindici anni, di 20 milioni di euro. Somma che, tramite Fira, dovrebbe elargire a tasso quasi zero il ministero per le Attività produttive. Nessuno vedrà mai un centesimo ma l’offerta, appena avanzata, fa breccia. In diversi gongolano, perché con quella cifra il risanamento sembra alla portata.

Intanto c’è il rinnovo del direttivo. E nella vicenda, tirato in ballo da Picciotti, fa il proprio ingresso Giorgio De Gennaro, ex ottico napoletano trasferito a Milano e che per mestiere sembra occuparsi di società in agonia. Il suo nome era già spuntato con la chiusura dell’Aliciemme, fabbrica di fuoristrada in Val di Sangro (Chieti) andata in rovina. A lui vengono affidate le redini del pastificio. Una gestione che – come evidenziato in un documento – diventa in breve «costosissima in termini di compensi e di inutili consulenti – di tecnici, avvocati, presunti esperti e notai – pagati profumatamente».

Per ottenere i finanziamenti ventilati da Fira e per far definitivamente fuori il quartetto capitanato da Tamma , occorre una certa situazione economico-patrimoniale che viene appositamente creata: il 30 giugno scorso l’assemblea dei soci con i voti di Abruzzo Alimenti e di Luigina Vitelli, avvocato, nominata dal Tribunale di Chieti per gestire le azioni di Delverde Holding, socia Delverde, approva un documento contabile che parla di perdite per 32 milioni di euro. «E’ tutto costruito – denuncia Rotunno. Si fa apparire l’azienda decotta. E’ una situazione contabile alterata, fabbricata a dovere». Il bilancio serve alla Starco come scusa per tirarsi indietro. Essa si ritiene ingannata dai soci da cui ha comprato le azioni perché queste, considerato il passivo, valgono in realtà zero. Con ricorso alla magistratura, chiede «di vedersi annullati i contratti, restituite le cambiali scadenti nell’ottobre successivo, riconosciuto un danno morale di almeno un milione di euro e confermato il possesso delle azioni acquisite». Il giudice Adolfo Ceccarini respinge l’istanza, che puzza di pretesto per dribblare tutti gli impegni assunti, e condanna Starco a pagare le spese processuali. Le cambiali andranno comunque protestate e il gruppo Tamma, che si ritrova a mani vuote, evidentemente preso per i fondelli, reclama indietro le proprie azioni da Starco. Che viene denunciata. Querela anche per la Fira, che nel frattempo, dopo chiacchiere e garanzie in quantità, è sparita. E’ diventata uccel di bosco.

Sulla scia della Starco, anche la Gesav fa dietrofront. Si ritiene sciolta dall’impegno ad aumentare il capitale sociale. Piani e patti delle varie società in lizza in breve si dissolvono. Ottimismo e promesse di istituzioni, politica e sindacati si concretizzano in grandiosi mucchi di parole. L’azienda non viene ricapitalizzata e nell’ultima estate si va alla liquidazione volontaria. Liquidatore viene designato De Gennaro, che torna a primeggiare. I soci di minoranza – cioè Rotunno e gli altri, spalleggiati ora dalla svizzera Tmt, presieduta da Angelo Mastrolia – cercano di rientrare in possesso dell’azienda ma dall’altra parte hanno alzato le barricate. La Tmt di Lugano, che ha interessi nell’area navale e in ambito alimentare, è proprietaria del marchio Standa per la Svizzera e di recente ha rilevato anche la ex Pezzullo di Eboli dalla multinazionale Nestlè, è disposta a ricapitalizzare Delverde. I suoi propositi vengono boicottati. Le riunioni per giungere ad accordi vanno deserte. Abruzzo Alimenti tira dritto per la propria strada, che per il pastificio comincia ad avere il sapore della disfatta. Il 6 agosto Delverde viene collocata in concordato preventivo con cessione dei beni (che successivamente diverrà «con garanzia»).

A novembre dello scorso anno i soci di minoranza tornano alla carica. Con scrittura privata si dichiarano ancora disposti alla ricapitalizzazione. Sono pronti a sborsare i 20 milioni, 433 mila e 870 euro occorrenti. Ma anche questo estremo tentativo di ridare fiato all’azienda viene fatto naufragare dal socio di maggioranza. Viene inoltre a galla che Picciotti ha ceduto temporaneamente le quote detenute da Abruzzo Alimenti alla società Servizio Italia, fiduciaria della Banca nazionale del lavoro e dietro cui sembra stendersi l’ombra della P2 di Licio Gelli, stando a quanto riportato dal libro «Berlusconi inchiesta sul signor tv», di Giovanni Ruggeri e Mario Guarino, edito da Kaos nel `94. Il pastrocchio è completo. Tra linguine, mezzi tufoli e fettuccine si è consumata pasta connection.

L’ultima sorpresa

Il 17 febbraio scorso l’ultima sorpresa: il tribunale di Chieti, a cui nel frattempo sono stati recapitati esposti a iosa, decreta il fallimento di Delverde autorizzando, contestualmente, l’esercizio provvisorio. Cioè stabilendo che la produzione può continuare. Ma fino a quando? Commissario straordinario viene nominato Lucio Raimondi di Chieti, e curatore Vinicio Cardone, di Francavilla al Mare. Così cala il sipario sulle vicissitudini dell’azienda, sulla sua pagina più nera, sui suoi 201 dipendenti che non sanno che fine farà la fabbrica grazie alla quale dal 1968 sfamano le famiglie. Perché prese in giro, macchinazioni e intrallazzi attuati puntano quasi certamente a smembrare l’attività produttiva e a salvaguardare soltanto il prezioso marchio che vuol dire qualità, «oro» da cedere a caro prezzo a holding straniere. Perciò, sotto i costoni rocciosi e le acque fluviali che lambiscono Delverde, i lavoratori temono lo smantellamento dell’industria.

Alcune settimana fa, Abruzzo Alimenti, come in un’opera buffa, torna alla carica: presenta ricorso contro il fallimento dell’azienda, sollecita la revoca del provvedimento e chiede di poter accedere ai benefici della legge Prodi. Sulla faccenda sono state avviate inchieste penali.