Privatizzazioni, dopo 15 anni il bilancio è fallimentare

I cosiddetti «riformisti» sono partiti all’attacco: tagliare gli impiegati per risparmiare, privatizzare i servizi pubblici per creare nuovo business. Dimenticando volutamente le promesse contro il lavoro precario fatte in campagna elettorale: a dare voce ai lavoratori e cittadini-utenti dei servizi pubblici è l’interessante libro-inchiesta edito dalla Ediesse e da Carta, Quindici anni dopo: pubblico è meglio (a giorni in libreria e dal 13 gennaio allegato al settimanale Carta). Promosso da quattro soggetti che da tempo fanno movimento contro le distorsioni del lavoro e per la riappropriazione pubblica dei beni comuni – Arci, Attac, la Rete Nuovo Municipio e la Funzione pubblica Cgil – e curato da Cinzia Arruzza e Corrado Oddi. Innovativo il campione degli intervistati: i lavoratori e gli utenti dei servizi pubblici, apparentemente «categorie» diverse, ma in realtà i due lati della stessa medaglia, quella dei diritti esigibili nelle moderne democrazie. Se i servizi pubblici, come la scuola o la sanità, e i beni comuni – ad esempio l’acqua – non sono accessibili a tutti, in che stato viviamo? E’ lo stato dei privati e della precarietà costruito negli ultimi 15 anni, anche da parte del centrosinistra, ideologie che riemergono nelle tesi dei «riformisti», che vogliono aprire i servizi pubblici alla concorrenza (vedi decreto Lanzillotta), e mantenere contratti umilianti come i cocoprò (vedi legge 30, intangibile per parte dei Ds e per la Margherita).
I lavoratori (ben 7.972) e gli utenti intervistati (285 associazioni) dicono tuttaltro: il lavoro negli anni è stato sempre più esternalizzato, ma questo non ha migliorato la qualità dei servizi, anzi nella gran parte dei casi essa è peggiorata, mentre il pubblico non ha affatto risparmiato (spesso esternalizzando le spese si gonfiano). Nel contempo, la qualità dell’occupazione è notevolmente peggiorata, con un aumento dei contratti atipici e precari e un abbassamento delle tutele e delle retribuzioni (rispondono così, ad esempio, il 50% dei lavoratori della Sanità e il 67,9% di quelli dell’Acqua). Altrettanto interessanti – e ugualmente in sintonia – le risposte sulla partecipazione ai processi decisionali e sulla trasparenza dei servizi: i lavoratori si sentono esclusi in percentuali che vanno tra l’80 e il 90%; così le associazioni di utenti, con percentuali che oscillano tra il 55 e l’80%.
E allora, che fare? «Si deve aprire un dibattito nel paese – spiega Marco Bersani, di Attac – Si potrebbe creare un osservatorio nazionale sui servizi pubblici, con la partecipazione degli utenti, e consigli di sorveglianza dei lavoratori. Nell’immediato, invitiamo tutti a firmare da sabato 13 la proposta di legge per la ripubblicizzazione dell’acqua». Per Marco Giovannini, della Rete Nuovo Municipio, «bisognerebbe estendere il metodo dell’inchiesta a tanti altri settori, e fare tesoro di quello che ci dicono gli intervistati: progetti come quello del decreto Lanzillotta, che vuole liberalizzare i servizi pubblici, devono essere bloccati». Secondo Paolo Beni, presidente dell’Arci, «i servizi pubblici sono la cartina di tornasole del patto di cittadinanza: bisogna dire basta alle esternalizzazioni e alla precarizzazione del lavoro». Carlo Podda, della Fp Cgil, si rifà ai «recenti attacchi della grande stampa contro il pubblico impiego: si vogliono tagliare i servizi per risparmiare, ma noi dobbiamo fare un discorso opposto. Lanciamo una sfida: leghiamo una quota del salario di produttività al giudizio dei cittadini. Il loro consenso è la vera misura di un servizio».