Pristina oggi si separa. Viaggio nelle terre divise

L’sms della rappresentanza diplomatica italiana in Kosovo raggiunge ogni compatriota che circola da queste parti. Stare appartati durante i festeggiamenti per l’indipendenza, evitare gli assembramenti, scappare dai tumulti e soprattutto, stare con la testa al riparo quando le raffiche ubriache di kalashnikov festeggeranno per aria la loro vittoria: colpi di ricaduta potenzialmente micidiali, avverte la diplomazia premurosa. I colpi di ricaduta che il mondo accorto teme, sono decisamente altri. Basta uscire dalla Pristina in addobbo da capitale e dirigersi a nord, un’ora di strada, oltre ciò che resta delle memorie contese di Kosovo Polje, la guerra precedente, più di seicento anni fa, fra turchi e cristiani. Oltre i vapori della centrale elettrica di Obilic, sino ai resti dell’industria siderurgica e mineraria di Kosovska Mitrovica. Ruderi industriali da una parte e dall’altra del fiume Ibar, con albanesi e serbi a contendersi il futuro del nulla.
Passato a piedi il ponte sul fiume Ibar, confine etnico che potrebbe diventare dopodomani nuovamente trincea, di fronte hai il bar “Dolce vita”. Posto di ritrovo e assieme di avvistamento della gioventù serbo-kosovara più arrabbiata. Un ottimo espresso italiano e, sino a ieri, una buona accoglienza per ogni “italianski” di passaggio. Qualche giorno fa l’incauto compatriota di una delle tante incomprensibili missioni umanitarie e internazionali ha fermato la sua macchina con insegne di fronte al bar per il solito caffè. Bandierina italiana sulle portiere e soprattutto il blu stellato dell’Unione europea. Ha avuto la fortuna di essere invitato a uscire con le sue gambe e allontanarsi, rapidamente. L’Unione europea come nuovo occupante illegittimo, denuncia la Serbia, coerente agli umori della sua gente. Per capirlo sarebbe bastato, del resto, sottrarsi per qualche ora ai festeggiamenti del vincitore a Pristina e partecipare all’assemblea degli amministratori delle poche municipalità serbe rimaste in Kosovo.
Ci sono lacrime che, quando le vedi scorrere, pesano più di altre. Nei bambini le puoi confondere con un capriccio. Nei vecchi, quelle lacrime che ho visto su molti volti serbi privi di speranza, ti pesano addosso come tante cattive azioni. Mitrovica nord, il nord del Kosovo ai confini della Serbia, messo da parte, nelle attenzioni internazionali, come un rimasuglio del passato. Una sorta di Cipro nord, turca e messa al bando, quando la Ue sceglie di prendersi in casa la Cipro greca che quella separazione ha cercato con molto impegno. Poi si vedrà, sembra essere la risposta della politica internazionale “alta”. Poi quando e poi come? ti chiedi dalle rive dell’Ibar, tra le baracche sgarrupate che ti offrono crocefissi ortodossi come bandiera d’identità, e i nuovi svettanti minareti di un islamismo albanese nuovo di zecca, cresciuto con gli aiuti sauditi sull’altra sponda.
I ritmi della cronaca televisiva impongono un mordi e fuggi che chiude in trappola il bisogno di capire, di parlare con la gente. In compenso parlano i politici, spesso a casaccio. L’altro ieri il prestante capo del governo Hashim Thaqi, detto anche il Ridge albanese. Credo sia un riferimento al tormentone americano «Beautiful». L’ex guerrigliero, in doppiopetto da Capo di Stato, convoca qualche centinaio di giornalisti da mezzo mondo per quella che si rivela un’inutile passerella. Era previsto l’annuncio della data certa dell’indipendenza di oggi, poi qualche eccesso di prudenza da parte della regia atlantica che tira i fili, ha imposto un’altra recita. Figuraccia in mondovisione ma poco importa.Chi vince ha sempre ragione, anche se non resisterà alla stupida tentazione di stravincere.
Su cosa accadrà oggi sappiamo tutto: Thaqi, che ieri ha potuto finalmente fare il sospirato “annuncio”, leggerà davanti al Parlamento convocato in seduta straordinaria la proposta di indipendenza. Si dovrebbe chiamare correttamente secessione, ma anche il vocabolario diplomatico ha l’elasticità della convenienza. Dibattito, per la storia, di ogni deputato e di ogni clan, voto con un Sì corale e poi la piazza, lungo la nuovissima pedonale dedicata a Madre Teresa di Calcutta, anche se il santo che compare sui manifesti tutt’attorno ha la faccia di Bill Clinton.
Ho assistito alle prove della filarmonica che si prenderà in prestito l’europea Nona di Beethoven nell’attesa di un inno tutto kosovaro. Manca anche la bandiera nazionale e una costituzione, ma questi sono dettagli. Al momento suppliscono le bandiere dell’identità etnica albanese e di quella ideale kosovara, a stelle e strisce. Da Belgrado rispondono le bandiere serbe nelle manifestazioni di protesta.
Su cosa accadrà invece dopodomani la nascita di questo staterello etnico a forte densità criminale, resta nell’incoscienza dei suoi sostenitori e nella paura di chi subisce l’atto di forza.
Dialogavo due giorni fa con un diplomatico amico, che mi confessava di intravedere finalmente un barlume di luce in fondo al tunnel di tanti anni in Kosovo. Salvo non siano, ha aggiunto, i fari di un treno che sta per piombarci addosso, e travolgerci tutti.