Primo sciopero europeo

Primo sciopero europeo. Naturalmente si tratta dei metalmeccanici; quelli del gruppo svedese Electrolux, per essere precisi. Oggi si fermeranno per due ore tutti gli stabilimenti presenti sul continente. Possono sembrare poche, ma va tenuta presente la novità assoluta di una mobilitazione che coinvolge paesi in cui il sindacato ha una forza radicata nel tempo e altri, nell’est europeo, dove non solo il sindacato è in corso di formazione a partire da zero, ma gli investimenti occidentali appaiono ancora come la manna dal cielo. A febbraio di quest’anno, rompendo la consolidata tradizione svedese di «buone relazioni industriali», la Electrolux ha comunicato che avrebbe avviato una profonda riorganizzzione della propria attività produttiva, trasferendola in paesi a più basso costo del lavoro, e in cui opera una fiscalità di vantaggio: Ungheria, Polonia, Romania. In Spagna è già stato chiuso uno stabilimento; in Svezia sono stati annunciati «esuberi» in un altro. In Germania sarà chiusa la storica fabbrica Aeg di Norimberga, con il taglio di 1.700 dipendenti. Ma il processo avviato riguarda circa la metà dei 29 stabilimenti continentali, con tempi da qui al 2008.

L’assoluta chiusura dell’azienda alla trattativa sulle proprie scelte ha alla fine convinto la Fem (Federazione europea dei sindacati metalmeccanici), su iniziativa dei sindacati italiani, a mettere in campo una mobilitazione generale del gruppo. L’obiettivo è raggiungere un accordo quadro che, rinunciando alla chiusura di siti e ai licenziamenti, «permetta poi alle parti di negoziare la riorganizzazione in modo condiviso e socialmente sostenibile». Obiettivo ambizioso, vista la pratica aziendale di mettere in competizione fra loro i vari stabilimenti del gruppo per «spremere» più produttività. Tanto più se questa si sposa con una strategia di investimento in aree poco popolate e povere, dove il novo stabilimento riesce in pratica a raccogliere tutta la forza lavoro inoccupata.

L’Italia è fin qui stata il principale presidio dell’azienda, per numero di occupati e volumi di produzione: 9.300 dipendenti tra Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana. Per ora gli svedesi hanno messo in discussione 200 posti di lavoro a Scandicci, vicino Firenze, dove si producono frigoriferi. Altri 250 sono stati individuati a Porcia, l’«ammiraglia» nel nostro paese. Qui l’azienda ha proposto in cambio investimenti per 25 milioni di euro, che serviranno però ad aumentare la produzione da 85 a 95 lavatrici l’ora, con ovvie conseguenze sull’occupazione nel caso – più che probabile vista l’attuale stasi nei consumi – questo surplus non dovesse trovare spazio sui mercati.

Fin qui l’azienda ha puntato a mettere in «mobilità» i lavoratori considerati in soprannumero, rifiutando la trattativa sulla proposta del sindacato, che prevedeva i contratti di solidarietà. Il governo, per parte sua, si è completamente disinteressato della vicenda, tanto che non ha ancora neppure convocato le parti a un tavolo di discussione.

La parola è perciò alla lotta. Le multinazionali hanno fin qui avuto gioco facile nel delocalizzare sfruttando la povertà di paesi e zone a svantaggio degli insediamenti industriali «storici», in cui due secoli di lotte operaie erano riuscite a imporre salari e diritti almeno decenti. Un successo dello sciopero europeo, dunque, potrebbe mettere in luce i primi elementi concreti di una resistenza intelligente a uno starpotere che ppare ormai totalmente irresponsabile nei confronti dei territori in cui opera. E di cui si è nutrito.