Primarie: un popolo che chiede un vero cambiamento. Non và più deluso

Il balletto delle cifre sulle primarie si è ormai fermato: gli elettori in totale sono stati oltre 4.300.000. Nessuno, per davvero, si sarebbe atteso un flusso di questa portata per una elezione non ufficiale e del tutto interna all’Unione. Almeno in questo le primarie ci hanno stupito e meravigliato, ci hanno per un secondo regalato la speranza che la sinistra rappresentata da Fausto Bertinotti potesse contare su una percentuale maggiore di quella del 14,7.
Invece l’adrenalina elettorale ha convogliato i voti verso Romano Prodi consacrandolo perno insostituibile del motore immobile di aggregazione delle forze del centro e della sinistra di questo Paese. I rappresentanti della sinistra ottengono così un secondo posto degno di nota ma decisamente marginale rispetto al 74% prodiano a cui vanno affiancati anche i voti di ciuchino recalcitrante Mastella e dell’ipergarantista legalitario Di Pietro. In tutto fanno oltre l’ 82% dei consensi espressi.
Rattrappita, invece, la dirompenza dell’area no-global che non sfonda neppure al Leoncavallo, dove Fausto Bertinotti risulta primo in classifica.
Se, dunque, le cifre sono scolpite ormai nel sacro marmo del foro politico di osservazione permanente di mass media, curiosi e cavillosi analisti alla Manneihmer, noi vorremmo qui dedicare poche righe ad una analisi politica del fenomeno “primarie” e della situazione attuale della sinistra.
Oggi tutto è certamente più difficile di ieri, se proprio ancora ieri ci prefiggevamo con le primarie di virare l’orientamento politico dell’Unione verso sinistra. Il risultato ottenuto da Fausto Bertinotti è più o meno in percentuale la corresponsione di un ipotetico risultato che il PRC potrebbe ottenere alle politiche dividendo per due la cifra: saremmo intorno al 7,2%.
Ma già allo spoglio dei primi seggi, osservando il trionfo di Romano Prodi, gli esponenti di Confindustria si sono affrettati a dichiarare che la loro benedizione al professore bolognese c’è, e completa. Il fondatore dell’Ulivo ringrazia e, in cambio, come prima concessione al padronato manda a dire che con lui Presidente del Consiglio la patrimoniale, tanto agognata da noi di Rifondazione, proprio non si farà e che, semmai esiste già ed è la tassazione comunale dell’ICI. Seduto sulla poltrona bianca di Bruno Vespa, Prodi rilancia ancora: qualche concessione ai lavoratori, per affrancare un pò il disagio economico patito dal mondo del lavoro, per decomprimere i salari e farli lievitare pari passo con l’inflazione reale? No, nulla di tutto questo, anzi, l’appena incoronato leader de l’Unione si fa nuovamente avanti con proposte socialmente “innovative”: il settore industriale va sgravato dalle fauci del fisco per dare quindi fiato ai polmoni dell’economia e rilanciare sul mercato la competitività italiana che, a sua volta, dovrebbe far crescere la domanda interna e quindi contribuire al miglioramento della vita di tutti.
Qui sta il problema: di tutti. Non di quei ceti che mai hanno giovato di alcun miglioramento negli ultimi dieci, quindici anni, ma di tutti. “Commenda”, ricconi e confindustrialotti.
Ma per i diritti del lavoro, per quelli dello sterminato istituzionalizzato mondo della vergogna precariato, per i senza lavoro c’è posto nel programma di governo di Romano Prodi? Sappiamo che c’è già posto per una inversione di tendenza sulla guerra: i soldati italiani possono, secondo il professore, rimanere in Kosovo e in Afghanistan, e forse possono anche venir via dall’Iraq… gradualmente. Che lontananza da una impostazione anche pacatamente riformista alla Zapatero su queste tematiche (tirata d’orecchie a Zapatero su Melilla e Ceuta! Per il resto va sempre preso ad esempio). Viva Zapatero, allora, ma noi ne siamo orfani.
In questo quadro non particolarmente edificante per chi vuole sperare nella discontinuità radicale futura con le politiche del centrodestra, in economia, in chiave di stato sociale, sulla pace e la guerra e sui bisogni dei più deboli, ebbene in questo quadro socio-politico si colloca la funzione di Rifondazione Comunista: il discreto risultato di Bertinotti va capitalizzato e va, soprattutto, ricordato al professore-leader che senza Rifondazione Comunista, senza i comunisti, l’Unione non vince anche in presenza di una legge elettorale pessima sulla quale però il centrosinistra non ha trovato di meglio da fare se non dispensare ad ogni piè sospinto elogi, elogi ed ancora elogi per il sistema maggioritario.
Non ce ne stupiamo più di tanto, visto che le primarie ne sono emanazione non istituzionale, e che mettono al centro della scelta una persona e il suo intento politico, non invece le forze politiche e i loro programmi. Questi ultimi non ci sono: nè dell’Unione, nè di Rifondazione Comunista. Manca una strategia politica che si innesti su un necessario contributo di analisi e di sintesi dei problemi sociali da portare alla prossima conferenza programmatica di tutto il centrosinistra. Vanno definiti i confini delle nostre parole d’ordine che sono la sintesi estrema di ciò che chiediamo, vogliamo e per cui riteniamo che l’Unione si possa spendere, almeno per il massimo del minimo.
Di certo sulle tematiche del lavoro e dei diritti sociali non possiamo per le une consentire che passino, ad esempio, le direttive pannelliane-socialiste e, per i secondi, i suggerimenti di Rutelli e Mastella o anche di D’Alema e Bersani.
Lavoro e diritti sociali, pace e integrazione culturale possono e debbono diventare alcune delle nostre belle bandiere da far sventolare in ogni nostro incontro con i cittadini e con le forze dell’Unione. Del resto la contro-domanda è semplice: possiamo abdicare a rivendicazioni di questa importanza? Se lo facessimo potremmo metterci il cuore in pace: la nostra autonomia di partito comunista sarebbe compromessa definitivamente.